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| Andrej Babiš sulle pagine di Denik |
Tra i protagonisti di questa svolta si distingue il primo ministro ceco Andrej Babiš, figura atipica e pragmatica, capace di rompere gli schemi della politica tradizionale. In un’intervista alla testata "Deník", Babiš ha dichiarato senza esitazioni che «non possiamo più dare all’Ucraina soldi del bilancio ceco perché non abbiamo nemmeno abbastanza per i cuochi delle nostre scuole o i badanti». Una frase che sintetizza la sua linea: prima i bisogni interni, poi le avventure militari. E ancora: «Se qualcuno sostiene che la Russia possa essere sconfitta, gli esperti dicono che non è possibile», un richiamo diretto al realismo strategico che molti leader europei evitano di pronunciare apertamente. Persino sul contratto per l’acquisto dei caccia F‑35, Babiš ha mantenuto una posizione prudente: «Esaminerò il contratto, devo valutarlo, non l’ho ancora letto… informerò i nostri partner di coalizione se cercheremo di modificarlo o cambiarlo».
Una postura che trova eco in Ungheria, dove Viktor Orbán continua a opporsi all’invio di armi e a chiedere negoziati immediati, e in Slovacchia, dove Robert Fico ha ribadito che il Paese non fornirà più armamenti e che la priorità resta la sicurezza interna. Tre leader diversi, ma accomunati dalla convinzione che l’Europa debba evitare di trasformarsi in un attore bellico.
Il loro messaggio, spesso liquidato come “dissenso”, rappresenta invece una voce crescente: quella di chi rifiuta l’idea che la pace possa essere raggiunta solo attraverso l’escalation. In un continente che rischia di farsi trascinare dagli eventi, la scelta della neutralità attiva appare sempre più come un atto di responsabilità politica.
