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sabato 13 giugno 2026

Epilessia, la mancanza di sonno può favorirne la comparsa

Foto Mart Production per Pexels
Il 49° Congresso Nazionale della LICE (Lega Italiana Contro l'Epilessia) andato in scena a Cagliari, ha riunito circa 800 specialisti in quello che è il principale appuntamento annuale per fare il punto sulla ricerca e sulle cure dell’epilessia in Italia.
«Il Congresso Nazionale – ha spiegato Carlo Andrea Galimberti, presidente della LICE – rappresenta un momento di riflessione e condivisione per capire lo stato della ricerca e dei trattamenti, in Italia e nel mondo». Fra i temi centrali ci sono il rapporto tra epilessia e sonno, i nuovi biomarcatori e i disturbi psichiatrici nelle persone affette da questa patologia, analizzati anche attraverso un’indagine condotta su 164 epilettologi. «LICE continua a essere in prima linea nella ricerca e rimane al fianco delle persone con epilessia nella lotta contro i pregiudizi», aggiunge Galimberti. Il presidente ricorda anche la missione storica della Lega: «Da oltre 50 anni LICE persegue gli obiettivi di migliorare diagnosi, terapia e assistenza, promuovendo ricerca, formazione e informazione scientifica». Un lavoro reso possibile dalle scuole epilettologiche italiane e dal confronto con società scientifiche internazionali.
Uno dei temi più discussi è il legame fra epilessia e sonno, affrontato in un workshop congiunto LICE–AIMS. In molte persone le crisi compaiono durante il riposo notturno, e la mancanza di sonno può favorirne la comparsa. Allo stesso tempo, le crisi e le anomalie epilettiformi possono frammentare il sonno, peggiorando memoria, apprendimento e qualità di vita. Si crea così un circolo vizioso: l’epilessia disturba il sonno e un sonno disturbato peggiora il controllo delle crisi.
Anche disturbi come apnee notturne o sindrome delle gambe senza riposo sono frequenti nelle persone con epilessia. Riconoscerli presto è fondamentale per migliorare il riposo e, indirettamente, la gestione delle crisi.
Le indagini polisonnografiche restano strumenti chiave per definire i diversi quadri clinici, insieme ai video e ai dati genetici. L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove possibilità nell’identificazione di biomarcatori sempre più precisi, utili per personalizzare diagnosi e terapie.
«L’analisi della connettività cerebrale, durante la veglia e il sonno, sta emergendo come un biomarcatore promettente per la medicina personalizzata», ha sottolineato infine Monica Puligheddu, direttrice della Neurologia dell’AOU di Cagliari. Le moderne tecniche EEG permettono infatti di osservare come le aree cerebrali interagiscono e come questi schemi cambiano nelle diverse fasi del sonno. Informazioni preziose per prevedere l’andamento della malattia e la risposta ai trattamenti, aprendo la strada a terapie sempre più mirate.

martedì 9 giugno 2026

Sognando Itaca, la vela che cura: da Venezia riparte il viaggio terapeutico per i pazienti leucemici

Il varo della barca a Venezia (foto Bordignon)
È salpata da Venezia la nuova edizione di Sognando Itaca, il progetto di vela terapia promosso da AIL (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma) in occasione della Giornata Nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma.
Una barca che diventa spazio di cura, relazione e rinascita per i pazienti ematologici, accompagnati da medici, infermieri, psicologi e skipper professionisti. La presentazione si è svolta l’8 giugno alla Compagnia della Vela, sull’isola di San Giorgio Maggiore.
Nato nel 2006 sul Lago di Garda, il progetto si ispira al viaggio di Ulisse: come l’eroe omerico, anche i pazienti affrontano un mare incerto, ma possono scoprire nuove risorse interiori grazie alla forza del gruppo e alla condivisione.
Dal 2009 l’iniziativa naviga lungo le coste italiane, alternando Adriatico e Tirreno, con tappe nelle città sede di divisioni di Ematologia. In ogni porto prende vita l’Itaca Day, una giornata in cui adulti e bambini possono imbarcarsi e vivere l’esperienza unica della vela come strumento di riabilitazione psicologica.
Quest’anno la barca nazionale toccherà Venezia, Rimini, Pesaro, Ancona, Giulianova, Bari e Brindisi. A Venezia i pazienti hanno navigato sulla King Arawak, attraversando la Certosa, l’Arsenale e il bacino di San Marco, accompagnati da un team multidisciplinare. La vela, con il suo ritmo lento e la necessità di cooperazione, rafforza il legame tra pazienti e operatori sanitari, creando un clima di fiducia che prosegue anche a terra.
Durante l’incontro è stato ricordato il centenario della nascita del principe Fabrizio Alliata di Montereale, tra i fondatori di AIL nel 1969, figura centrale nella storia dell’associazione. Oggi AIL continua a promuovere un approccio che integra aspetti psicologici, sociali e ambientali, riconoscendo il ruolo decisivo degli stili di vita e del benessere globale nel percorso di cura.
Nel corso dell’estate oltre venti sezioni provinciali organizzeranno un proprio Itaca Day, confermando la vela terapia come uno dei progetti più simbolici dell’impegno di AIL accanto ai pazienti ematologici.

giovedì 28 maggio 2026

Congresso EAS, le nuove evidenze cliniche sull’acido bempedoico

Foto di Polina Tankilevitch per Pexels
Il 94° Congresso della European Atherosclerosis Society porta in primo piano una serie di dati che rafforzano il ruolo dell’acido bempedoico (farmaco utilizzato per ridurre i livelli di colesterolo LDL nel sangue) nella gestione delle dislipidemie e nella riduzione del rischio cardiovascolare.
Le 15 presentazioni dedicate a questo trattamento mostrano un quadro sempre più solido, che integra risultati di studi clinici e analisi di real‑world provenienti da diversi Paesi europei.
Tra i contributi più rilevanti spiccano le nuove analisi dello studio CLEAR Outcomes, che confermano l’impatto dell’acido bempedoico non solo sui livelli di LDL‑C, ma anche sulla riduzione di eventi cardiovascolari maggiori, inclusi ictus e tromboembolismo venoso. Un dato particolarmente significativo, perché ottenuto in popolazioni spesso difficili da trattare o non adeguatamente controllate con le terapie standard.
Accanto agli studi clinici, il registro MILOS offre una fotografia della pratica quotidiana: i dati raccolti in molteplici coorti europee mostrano un’efficacia costante e un profilo di sicurezza coerente, indipendentemente dalla terapia di base. Le sotto‑analisi indicano che l’acido bempedoico mantiene la sua capacità di ridurre il colesterolo LDL anche in associazione a regimi terapeutici eterogenei, un aspetto cruciale per i pazienti che non raggiungono i target raccomandati.
Nuovi elementi arrivano anche dall’analisi su pazienti pediatrici con ipercolesterolemia familiare, un gruppo tradizionalmente poco rappresentato negli studi. I dati suggeriscono un potenziale beneficio anche in questa popolazione, ampliando il campo di applicazione clinica e aprendo prospettive per una gestione più inclusiva delle dislipidemie.
«Troppi pazienti europei restano lontani dai propri obiettivi di LDL‑C», osserva il professor Maurizio Averna, sottolineando come le evidenze presentate possano aiutare a colmare questo gap terapeutico. L’insieme dei dati mostrati a EAS 2026 conferma dunque l’importanza di strumenti terapeutici accessibili e flessibili, capaci di adattarsi ai diversi profili clinici e di contribuire a una riduzione concreta del rischio cardiovascolare.

mercoledì 27 maggio 2026

Sigarette elettroniche e ictus: un rischio ancora sottovalutato

Foto di Matheus Bertelli (da Pexels)
Le sigarette elettroniche vengono spesso considerate un’alternativa più “leggera” al fumo tradizionale, ma le nuove evidenze scientifiche indicano che il vaping potrebbe rappresentare un rischio emergente per il sistema vascolare e, in particolare, per l’ictus. A lanciare l’allarme è A.L.I.Ce. Italia OdV, che invita istituzioni e cittadini a non sottovalutare un fenomeno in rapida crescita, soprattutto tra i giovani.
Negli ultimi anni l’uso delle e‑cig è aumentato in modo significativo, spinto dall’idea che siano meno dannose. Ma gli aerosol rilasciati da questi dispositivi contengono nicotina, sostanze irritanti, composti organici volatili, metalli pesanti e particelle ultrafini: elementi che possono danneggiare l’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni, e favorire processi alla base dell’ictus.
La letteratura scientifica più recente mostra che il vaping può aumentare stress ossidativo, infiammazione, pressione arteriosa e vasocostrizione, oltre a contribuire alla formazione di placche aterosclerotiche. Alcuni studi epidemiologici indicano inoltre un rischio più elevato di eventi cerebro‑cardiovascolari nei consumatori abituali, soprattutto nei dual users, cioè chi usa sia sigarette tradizionali sia elettroniche.
«Le sigarette elettroniche non possono essere considerate innocue», avverte il neurologo Massimo Del Sette, sottolineando la necessità di informare correttamente la popolazione. Preoccupa in particolare la diffusione tra adolescenti e giovani adulti: l’esposizione precoce alla nicotina può anticipare i processi di danno vascolare e aumentare la dipendenza.
Per questo A.L.I.Ce. Italia OdV chiede che le e‑cig vengano incluse tra i fattori di rischio modificabili per l’ictus, accanto a ipertensione, diabete, sedentarietà e fumo tradizionale. «È necessario informare, sensibilizzare e promuovere scelte consapevoli», afferma il presidente Andrea Vianello, ricordando che la prevenzione resta l’arma più efficace per ridurre l’impatto dell’ictus sulla società.
In un contesto in cui il vaping continua a crescere, la sfida è culturale oltre che sanitaria: conoscere i rischi significa proteggere la salute di domani.

La salute della donna passa dal controllo del peso

Un momento della conferenza di Milano (immagine Bordignon)
La salute della donna passa anche dal controllo del peso, soprattutto durante la menopausa
, quando metabolismo e ormoni cambiano profondamente. Al Congresso europeo di obesità (ECO 2026), in corso a Istanbul, nuovi dati confermano quanto questa fase della vita renda più difficile mantenere un peso stabile e proteggere cuore, ossa e metabolismo. Secondo la survey W.I.N., per gli specialisti le priorità sono il rischio cardiometabolico (60,2%), l’eccesso di peso (56,8%) e la salute ossea (55,1%). Non sorprende: il 59% delle donne in menopausa aumenta di peso e oltre il 43% convive con obesità.
Come spiega la professoressa Simona Bertoli, «il controllo del peso è un pilastro fondamentale per la salute femminile», perché il calo degli estrogeni favorisce accumulo di grasso addominale e infiammazione. Per molte donne, però, «i soli cambiamenti nello stile di vita non sono sufficienti», motivo per cui servono percorsi integrati e, quando necessario, terapie mirate.
Tra le novità presentate a ECO, un’analisi dello studio STEP UP mostra che le donne trattate con semaglutide hanno ottenuto una perdita di peso significativa in tutte le fasi della vita: pre‑menopausa, transizione e post‑menopausa. Le riduzioni della circonferenza vita — fino al 17,5% — indicano un miglioramento del grasso viscerale, uno dei principali fattori di rischio cardiometabolico.
La ginecologa Raffaela Di Pace ricorda che l’eccesso di peso «accentua l’intensità e la frequenza di vampate e sudorazioni notturne», segnali che possono indicare un rischio cardiovascolare crescente dopo i 50 anni.
Un altro tema centrale è il cosiddetto 'food noise', il pensiero costante legato al cibo. Il professor Uberto Pagotto spiega che farmaci come semaglutide «contrastano efficacemente la fame emotiva e quella spinta incontrollata verso il cibo», migliorando benessere e qualità della vita. Lo studio OUTSTEP 1 mostra che circa l’80% dei partecipanti ha riferito una riduzione significativa dei pensieri persistenti sul cibo.
Infine, la qualità del dimagrimento è fondamentale. Il dottor Fabrizio Muratori sottolinea che «l’obiettivo clinico non è solo scendere sulla bilancia, ma migliorare la composizione corporea complessiva». Nei dati STEP UP, circa l’84% del peso perso è massa grassa, con una buona preservazione della massa muscolare, elemento chiave per la salute metabolica delle donne in menopausa.

martedì 12 maggio 2026

Tislelizumab: nuove prospettive di cura per il tumore di esofago, stomaco e polmone

L'evento di presentazione a Terrazza Palestro (foto Bordignon)
L’approvazione da parte di AIFA di tislelizumab in tre diverse indicazioni oncologiche segna un avanzamento rilevante per tumori spesso diagnosticati in fase avanzata: carcinoma dell’esofago, dello stomaco e del polmone. L’immunoterapia, già autorizzata in Europa in nove indicazioni, diventa ora accessibile anche ai pazienti italiani, ampliando le opzioni terapeutiche in contesti clinici ad alta complessità.
Nel carcinoma a cellule squamose dell’esofago, tislelizumab è rimborsato in combinazione con chemioterapia in prima linea per i pazienti con PD‑L1 TAP ≥ 5%.
Filippo Pietrantonio, responsabile dell’Oncologia Medica Gastroenterologica alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, sottolinea come «il consumo di alcol e fumo si potenziano a vicenda» e ricorda che «in troppi pazienti, pari a circa due terzi, la malattia è individuata in stadio già avanzato». Nei pazienti con PD‑L1 elevato, la combinazione ha «quasi raddoppiato la sopravvivenza globale», con 19,1 mesi rispetto ai 10 della sola chemioterapia.
Tislelizumab è approvato anche in monoterapia dopo chemio a base di platino: nello studio RATIONALE‑302 la sopravvivenza mediana è salita a 8,6 mesi contro 6,3, con una riduzione del rischio di morte del 30%.
Nel carcinoma gastrico avanzato HER2‑negativo, l’immunoterapia in combinazione con chemio rappresenta un cambio di passo. Pietrantonio ricorda che «meno del 20% dei casi è individuato in fase iniziale» e che per oltre vent’anni «non ci sono stati reali progressi». Con tislelizumab, nella popolazione PD‑L1 ≥ 5%, la sopravvivenza globale raggiunge 16,4 mesi rispetto a 12,8, con una riduzione del rischio di morte del 29%.
Nel tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC), tislelizumab è rimborsato in monoterapia dopo chemio al platino. Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia Medica 2 all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, definisce l’immunoterapia «una pietra miliare» e sottolinea che nello studio RATIONALE‑303 la sopravvivenza globale è salita a 16,9 mesi contro 11,9. Nei pazienti con mutazioni Notch1‑4, particolarmente difficili da trattare, il vantaggio è stato «ancora più rilevante».
Sul fronte del supporto ai pazienti, Silvia Novello, presidente di WALCE e Direttore dell’Oncologia Medica all’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano, ricorda che «più del 50% delle diagnosi avviene in stadio avanzato» e che «la figura dello psiconcologo non può essere considerata ancillare».
Per i pazienti con tumore gastrico, Claudia Santangelo, presidente di “Vivere Senza Stomaco, Si Può ODV”, evidenzia che «circa il 50% è malnutrito» e chiede che gli alimenti a fini medici speciali siano inclusi nei LEA.
Infine, Marco Sartori, general manager di BeOne Medicines Italia, definisce l’approvazione «un passaggio strategico fondamentale», parte di una visione che punta a «consolidare sinergie con la Comunità Scientifica, le Istituzioni e le Associazioni di Pazienti».

Altre immagini della conferenza stampa (foto Bordignon):

Tumore al polmone: rimborsata combinazione chemio free per i pazienti con mutazioni EGFR

Alessandra Baldini (foto Bordignon)
La rimborsabilità anche in Italia in prima linea della combinazione amivantamab (in formulazione sottocutanea) e lazertinib segna un passaggio cruciale nella cura del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) avanzato con mutazioni comuni dell’EGFR. Una svolta che interessa un tumore che colpisce oltre 45mila persone l’anno nella Penisola e che, nella sua forma NSCLC, rappresenta l’85% delle nuove diagnosi. In un paziente su cinque è presente una mutazione dell’EGFR, spesso associata a risposte meno durature alle terapie mirate tradizionali.
Silvia Novello, professore di oncologia medica presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e Responsabile della Struttura Complessa a Direzione Universitaria di Oncologia Medica all’AOU “San Luigi Gonzaga” di Orbassano, sottolinea la complessità del quadro clinico: «Il tasso di sopravvivenza a cinque anni per le forme EGFR è ancora inferiore al 20 per cento» e i pazienti con mutazioni L858R o delezione dell’esone 19 «tendono ad avere risposte meno durature agli inibitori tirosin‑chinasici». Per questo, aggiunge, «siamo in una fase in cui la chemioterapia non è più l’unica opzione» e la combinazione amivantamab‑lazertinib, somministrabile per via sottocutanea, «risulta migliorare l’esperienza del paziente».
La terapia unisce un anticorpo bispecifico diretto contro EGFR e MET a un inibitore tirosin‑chinasico di terza generazione, colpendo il tumore su due fronti e contrastando i meccanismi di resistenza. I risultati dello studio MARIPOSA confermano un beneficio significativo: riduzione del 30% del rischio di progressione o morte e segnali positivi anche sulla sopravvivenza globale. Antonio Passaro, direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano, evidenzia come la combinazione «possa estendere significativamente la vita dei pazienti» e rappresenti «un passo avanti cruciale», offrendo un trattamento chemio‑free più gestibile e con impatto positivo sulla qualità di vita.
Accanto all’innovazione clinica, resta centrale il supporto ai pazienti.
Bruno Aratri, presidente di IPOP - Insieme per i Pazienti di Oncologia Polmonare, ricorda che la nuova terapia «riaccende una speranza importante» e che è fondamentale «una presa in carico globale della persona», garantendo accesso equo e una relazione solida tra medici e pazienti.
Per l’industria, questa approvazione conferma la direzione della ricerca. «La medicina di precisione per noi ha un enorme valore», afferma Alessandra Baldini, direttrice medica, Innovative Medicine, Johnson & Johnson Italia, spiegando l’impegno dell'azienda nello sviluppo di terapie personalizzate e sempre più efficaci.

Altre immagini della conferenza stampa (foto Bordignon):

mercoledì 6 maggio 2026

Biotech, un motore che spinge la Lombardia: investire in salute genera valore, innovazione e lavoro

Un momento della conferenza (foto Bordignon)
Il biotech non è solo un settore industriale: è un’infrastruttura strategica che sostiene crescita economica, occupazione qualificata e competitività territoriale. La Lombardia, che da anni rappresenta il cuore italiano delle scienze della vita, ne offre una dimostrazione concreta. Lo conferma il primo studio dedicato all’impatto del comparto sul territorio regionale, che evidenzia come gli investimenti in salute attivino filiere produttive, generino valore diffuso e contribuiscano alla resilienza del sistema economico, presentato a Monza presso il Campus Roche.
L’analisi mostra come l’attività di un grande player biotech generi un impatto complessivo pari a 467 milioni di euro sul PIL lombardo, con un effetto moltiplicatore di 1,8 euro per ogni euro di valore aggiunto diretto. Un risultato che coinvolge 46 branche economiche, in larga parte piccole e medie imprese, confermando la capacità del settore di irradiare benefici ben oltre i confini dell’industria farmaceutica.
L’impatto riguarda anche il lavoro: per ogni occupato diretto se ne attivano altri due lungo la filiera, per un totale di oltre 1.500 lavoratori equivalenti. Si tratta di occupazione altamente qualificata, con il 75% di laureati e una forte presenza femminile. Un ecosistema che attrae talenti, contrasta la fuga di cervelli e valorizza competenze trasversali, dalle scienze alla tecnologia, fino alla ricerca clinica.
“La nostra presenza sul territorio agisce non solo come promotore di salute, ma anche come un moltiplicatore di valore, capace di generare innovazione e occupazione altamente qualificata lungo tutta la filiera regionale”, osserva Stefanos Tsamousis, general manager di Roche SpA. Un messaggio chiaro: investire in salute significa investire nello sviluppo.
Il settore diagnostico-farmaceutico, sottolinea Burçak Çelik, general manager Roche Diagnostics SpA, è oggi un acceleratore di trasformazione verso un modello sanitario più predittivo, personalizzato e sostenibile. “Riconoscere il valore generato dalle imprese del settore e il ruolo che possiamo svolgere per evolvere da un modello reattivo a uno proattivo è il primo passo per accelerare questa trasformazione”.
Il tema centrale emerso durante l’evento “Investire in salute” è la necessità di un patto tra istituzioni, industria, ricerca e professionisti. Un’alleanza per rimuovere ostacoli strutturali, snellire i processi, favorire l’adozione dell’innovazione e attrarre nuovi investimenti.
Come ha ricordato Marco Alparone, vicepresidente e assessore al Bilancio e Finanza di Regione Lombardia, “investire nella salute significa generare effetti positivi non solo sanitari e sociali, ma anche economici, a beneficio del territorio e della Regione Lombardia”. Un principio che va oltre il singolo brand: riguarda la capacità del biotech di essere un motore di sviluppo duraturo, inclusivo e orientato al benessere collettivo.

Altre immagini della giornata di Monza (foto Bordignon):









martedì 28 aprile 2026

Ipoparatiroidismo, fra diagnosi complesse e nuove terapie: l'Italia costruisce il suo modello

Foto ufficio stampa
L’ipoparatiroidismo rimane una delle patologie endocrine più difficili da riconoscere e gestire, nonostante i progressi degli ultimi anni. In Italia riguarda tra le 10.000 e le 15.000 persone, spesso giovani adulti, con sintomi che vanno dal formicolio ai crampi, fino a complicanze severe come tetania, convulsioni, nefrocalcinosi e disturbi cardiaci. Una malattia rara, cronica e spesso sottovalutata, che richiede percorsi di cura strutturati e continui.
In occasione della Giornata Mondiale degli Ormoni, Motore Sanità ha dedicato un convegno alla costruzione di un modello nazionale per la gestione dell’ipoparatiroidismo, con l’obiettivo di superare diagnosi tardive e frammentazione assistenziale. «Per decenni è stata una malattia negletta», ha ricordato Maria Luisa Brandi, presidente della Fondazione FIRMO. «Pochi la conoscevano, pochi la curavano. Abbiamo dovuto creare una cultura specialistica praticamente da zero». Oggi, però, la situazione è diversa: «Abbiamo un farmaco registrato e tre nuove molecole in arrivo. L’Italia è stata un campione e i pazienti possono finalmente sentirsi più tutelati».
La Brandi ha però lanciato un monito chiaro: «Non possiamo fermarci davanti a decisioni politiche diverse da regione a regione. Non sarebbe giusto per i pazienti né per chi ha lavorato anni per cambiare la storia di questa malattia».
Anche Fabio Vescini, direttore dell’Endocrinologia dell’ASU Friuli Centrale, ha sottolineato le criticità ancora aperte: «Gli unmet needs restano rilevanti. Mancano PDTA condivisi, c’è una forte variabilità regionale nell’accesso ai centri esperti e l’assenza di registri nazionali limita la raccolta di dati real‑world». A ciò si aggiungono i bisogni dei pazienti: «Serve più educazione, più supporto all’aderenza, più attenzione all’impatto psicologico e sulla qualità di vita».
Sul fronte terapeutico, Domenico Salvatore, presidente dell’Associazione Italiana della Tiroide, ha definito l’arrivo della palopegteriparatide «un passo significativo» e «un cambiamento rilevante nel paradigma di cura». Secondo Salvatore, questa terapia sostitutiva «si avvicina molto di più alla fisiologia dell’ormone endogeno», garantendo «un’esposizione stabile e prolungata» e un controllo più regolare dei parametri metabolici. «La monosomministrazione giornaliera», ha aggiunto, «può migliorare l’aderenza e alleggerire il carico gestionale del paziente». I dati preliminari mostrano anche «una possibile riduzione del fabbisogno di calcio e vitamina D attiva», aprendo prospettive interessanti sulla prevenzione delle complicanze.
Il quadro che emerge è quello di una patologia rara ma sempre più riconosciuta, con un sistema sanitario chiamato — come ricordano gli esperti — a garantire «uniformità», «continuità» e «accesso equo alle nuove opportunità terapeutiche». Un percorso ancora in evoluzione, ma finalmente tracciato.

sabato 25 aprile 2026

Creative Age, anche in Lombardia i musei possono aiutare i malati di Alzheimer

Un momento della conferenza stampa (foto Bordignon)
In una Lombardia che conta fino a 200 mila persone con demenza – il numero più alto d’Italia – la sfida dell’Alzheimer non riguarda solo la salute, ma la qualità della vita delle famiglie coinvolte. In questo scenario nasce Creative Age, il progetto promosso da Airalzh con il contributo della Fondazione Banca del Monte di Lombardia e il patrocinio di Regione Lombardia, presentato a Palazzo Pirelli. L’obiettivo è ambizioso: trasformare i musei in luoghi di benessere, relazione e inclusione per chi convive con il declino cognitivo e per i 'caregiver' che li accompagnano ogni giorno.
Il programma coinvolge i musei delle province di Bergamo, Brescia e Pavia, con Fondazione Accademia Carrara come partner territoriale. Il modello è quello già sperimentato nei musei toscani per l’Alzheimer: piccoli gruppi guidati da operatori formati partecipano a percorsi che alternano osservazione delle opere, attività partecipative e momenti di esplorazione sensoriale. Nessuna richiesta di performance cognitive, nessuna competenza artistica: al centro ci sono emozioni, immaginazione, memoria affettiva e condivisione.
Accanto ai musei, il progetto attiva una rete sociosanitaria che comprende geriatri, psicologi, terapisti occupazionali, educatori e operatori della cura, con l’obiettivo di creare équipe multidisciplinari capaci di sviluppare attività continuative. Una collaborazione che rafforza il concetto di welfare culturale, già sperimentato da Accademia Carrara con il progetto “Custodire Memorie”.
La giornata, moderata dalla giornalista Renata Sortino, ha visto la presenza, fra gli altri, di Cecilia Grappone, coordinatrice delle attività museali Airalzh, che ha spiegato: "Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato che l’arte può migliorare la qualità della vita delle persone con Alzheimer, perché riattiva emozioni residue capaci di ridurre ansia e depressione legate alla malattia. Ma il punto forse più importante è un altro: il museo diventa un luogo dove si interrompe l’isolamento". E ancora: "Le persone con demenza e i loro caregiver tornano a uscire di casa, entrano in un ambiente accogliente, protetto, non giudicante, e proprio in questa serenità ritrovano il dialogo. È lì che accade qualcosa di prezioso: si riaprono relazioni, nascono legami, si ricostruisce una dimensione di condivisione che la malattia tende a spezzare".
Le testimonianze raccolte nel video presentato durante la conferenza stampa raccontano con immediatezza l’impatto di questi percorsi: i 'caregiver' descrivono il museo come uno spazio in cui i propri familiari tornano a parlare, a esprimersi, a ritrovare un dialogo spesso soffocato dalla malattia. È qui che, come sottolinea Airalzh, si spezza l’isolamento e si ricostruisce una dimensione di relazione.
Creative Age rappresenta così un passo ulteriore nell’impegno per un approccio all’Alzheimer che non si limiti alla diagnosi, ma restituisca dignità e presenza sociale alle persone con demenza. Un modo concreto per ricordare che cultura e cura possono camminare insieme, generando benessere reale per chi affronta ogni giorno la fragilità.

venerdì 17 aprile 2026

L'eutanasia incerta del Canada: chi controlla chi deve morire?

Foto di Hiroshi Tsubono per Unssplash
Il dramma dell'eutanasia sta lacerando il Canada, e il dibattito su quello che viene definito 'programma canadese di assistenza medica alla morte' (MAID) continua a intensificarsi, mentre emergono nuove criticità sul fronte della trasparenza, dei controlli e delle garanzie per i pazienti più vulnerabili.
Ne parla Tamata Ugolini in un articolo pubblicato da "Rebel News", uno dei pochi organi di informazione che, nel Paese a Nord del Confine, si distacchi dal 'mainstream' generale dei media.
Dall'articolo emerge, per esempio, che nella Provincia dell'Ontario i certificati di morte sono regolati da una normativa che, per ragioni di privacy, non consente di indicare esplicitamente MAID come causa del decesso: viene invece riportata la malattia o la condizione che ha portato alla richiesta di assistenza. Una scelta che, secondo alcuni osservatori, limita la possibilità di monitorare con precisione l’impatto del programma.
Il Chief Coroner della Provincia, Dirk Huyer, ha chiarito che il suo ufficio non emette i certificati e interviene solo dopo il decesso. La revisione dei casi MAID è affidata a un team di appena nove infermiere incaricate di esaminare migliaia di procedure ogni anno. Huyer sostiene che molte irregolarità riscontrate siano errori amministrativi risolti con richiami o attività formative, e respinge l’idea di un modello segnato da violazioni sistemiche. Tuttavia, diversi rapporti interni del suo stesso ufficio raccontano una realtà più complessa.
Un documento del 2025 ha evidenziato le difficoltà nel verificare la piena volontarietà delle richieste, raccomandando valutazioni separate e maggiori tutele. Un’altra analisi sui casi “Track 2”, quelli in cui la morte non è ragionevolmente prevedibile, ha segnalato interpretazioni errate delle regole e approvazioni premature.
Questi elementi alimentano interrogativi sulla capacità del sistema di prevenire abusi e proteggere i pazienti prima che la procedura venga eseguita. Preoccupazioni che diventano ancora più rilevanti in vista dell’ampliamento previsto per marzo 2027, quando l’accesso a MAID sarà esteso anche a persone con disturbi mentali, nonostante il dibattito aperto nella comunità psichiatrica sulla possibilità di stabilire con certezza l’irreversibilità della sofferenza.
In un contesto in cui le revisioni post‑mortem e le raccomandazioni interne sembrano non bastare, cresce la domanda su quali strumenti siano necessari per garantire sicurezza, trasparenza e tutela dei cittadini di fronte a quello che, in molti casi, da presunto gesto di 'dolce morte' si trasforma inesorabilmente in crudele omicidio.

giovedì 16 aprile 2026

Bologna, un flash mob per esaltare le lenti a contatto

Un momento del 'flash mob' di Bologna (foto Bordignon)
Piazza Maggiore
, a Bologna, si è trasformata nel cuore pulsante della Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto 2026, con un grande 'flash mob' che ha portato nel capoluogo emiliano oltre 130 giovani danzatori provenienti da cinque scuole di danza della regione.
Un evento ad alto impatto visivo ed emotivo, promosso da Assottica Gruppo Contattologia, che ha scelto la danza come linguaggio universale per raccontare il valore di una visione nitida nella vita quotidiana.
Tre momenti performativi hanno scandito il pomeriggio, con coreografie firmate da 12 professionisti e un finale corale diretto da Fabrizio Prolli, nome noto della scena televisiva e teatrale.
La performance, ispirata allo slogan della campagna nazionale #VediCosaPuoiFare, ha trasformato la piazza in un palcoscenico a cielo aperto, dove precisione, coordinazione e libertà di movimento sono diventate metafora della libertà visiva garantita dalle lenti a contatto.
L’obiettivo era chiaro: uscire dagli ambulatori e incontrare le persone, portando il tema della salute visiva in uno spazio pubblico e condiviso. La danza, con la sua capacità di coinvolgere e parlare a tutti, ha reso immediato un messaggio spesso percepito come tecnico: vedere bene significa vivere meglio.
Parallelamente all’evento bolognese, la campagna ha raggiunto oltre 2.600 centri ottici in tutta Italia, con attività informative, momenti di prova e iniziative dedicate al corretto utilizzo delle lenti a contatto. Un impegno che si inserisce in un contesto di crescente attenzione verso il benessere visivo: secondo l’indagine La prospettiva delle lenti a contatto oggi (Jarach & Associati, 2024), questi dispositivi contribuiscono in modo significativo alla qualità della vita, non solo sul piano funzionale ma anche emotivo e personale.
La Giornata Mondiale delle Lenti a Contatto 2026 si conferma così un appuntamento capace di unire arte, sensibilizzazione e partecipazione, trasformando un gesto quotidiano – indossare una lente – in un simbolo di libertà e possibilità.

Altre foto del 'flash mob' (foto Bordignon):