sabato 10 gennaio 2026

Milano: Arena Santa Giulia, cronaca di un disastro annunciato

L'Arena Santa Giulia nel giorno di Caldaro-Varese
Manca ormai meno di un mese alle Olimpiadi invernali che si svolgeranno a Milano e a Cortina. In particolare, i fari del mondo saranno puntati sul torneo di hockey ghiaccio maschile, che sarà disputato, presenti i più forti discatori della terra, nell'Arena Santa Giulia.
I Giochi sono stati assegnati all'Italia nell'ormai lontano 2019. Bene, il palazzetto del ghiaccio che, peraltro, a fine Olimpiadi non sarà più nemmeno tale, ma un semplice impianto per 'qualcosa-bene-non-si-sa-cosa', è ben al di là dall'essere terminato.
Una vera e propria cattedrale nel deserto, si presenta all'incauto ospite come una struttura anche bella ma ancora incompleta, in mezzo a gru, macchinari vari, terra, zone ancora incompiute e altre palesemente da terminare.
Spalti deserti malgrado i prezzi stracciati, freddo spietato all'interno della struttura, auspicando che, nel giro di pochi giorni, il problema venga aggirato (sempre che ce lo ci sia posto), un cantiere venduto per pallazzetto fiammante, truffa ideologica. 
A rendere il tutto più tragicomico, durante il 'test event' dell'hockey, andato in scena in queste ore, l'interruzione di qualche minuto durante la disputa della partita Caldaro-Varese (valida per la Coppa Italia) a causa di un buco nel ghiaccio. I giocatori, al termine della partita, hanno spiegato ai cronisti che una situazione del genere sarebbe "normale" sulle piste che hanno un ghiaccio "nuovo" e che il buco era "piuttosto piccolo".
Vogliamo crederci. Restano i dubbi sollevati dall'NHL, che invierà i suoi giocatori migliori durante lo svolgersi dell'evento, e l'imbarazzo di una struttura la cui costruzione sarebbe dovuta essere già pronta molto più di un anno fa. Oggi qualcuno gonfia il petto e si dice pronto all'ennesimo "miracolo", ma sarebbe più opportuno parlare di 'vergogna'.

Altre immagini esterne e interne all'Arena Santa Giulia raccolte in occasione del prepartita di Caldaro-Varese:

    

    

Ed ecco un video postato su Youtube dal popolare giornalista americano Brodie Matthew Brazil, vincitore di 13 Regional Emmy Awards, che evidenzia le lacune gravissime dell'Arena italiana. 

giovedì 8 gennaio 2026

Ungheria, il manifesto che spiazza l'opposizione filoeuropeista

Immagine da Facebook
Il nuovo manifesto elettorale di Fidesz, diffuso in vista delle elezioni ungheresi di aprile, ha suscitato forte attenzione per la sua iconografia provocatoria. L’immagine raffigura Ursula von der Leyen, il leader dell’opposizione interna filo‑UE, Péter Magyar, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky mentre gettano mazzette di banconote in un gabinetto d’oro. La didascalia recita: “Loro aumentano le tasse e spendono i tuoi soldi per i gabinetti d’oro ucraini”.
Il messaggio si inserisce nella linea comunicativa che Fidesz utilizza da anni, basata su contrapposizioni nette e sull’idea di una minaccia esterna ai danni dell’Ungheria. Viktor Orbán ha definito Magyar “una marionetta dell'UE e dell’Ucraina”, accusandolo di voler trascinare il Paese nel conflitto e di sostenere ulteriori finanziamenti a Kiev.
Per comprendere il contesto di questo manifesto, è utile ripercorrere l’evoluzione politica dell’Ungheria. Dopo la fine del regime comunista nel 1989, il Paese ha attraversato una fase di intensa competizione multipartitica. Fidesz nasce nel 1988 come movimento giovanile liberale, ma nel corso degli anni ’90 si sposta progressivamente verso posizioni conservatrici. La svolta arriva nel 1998, quando Orbán diventa per la prima volta Primo Ministro. Dopo la sconfitta del 2002, il partito riorganizza la propria strategia, puntando su un messaggio identitario e su una forte critica alle istituzioni europee.
Il ritorno al potere nel 2010 segna un momento decisivo: Fidesz ottiene una maggioranza parlamentare qualificata che gli permette di riformare la Costituzione e ridefinire il sistema politico. Da allora, il partito ha vinto consecutivamente le elezioni del 2014, 2018 e 2022, consolidando una delle leadership più longeve dell’Europa contemporanea. Le campagne elettorali di questi anni hanno spesso fatto ricorso a manifesti e slogan fortemente polarizzanti, incentrati su temi come l’immigrazione, la sovranità nazionale e il rapporto con Bruxelles.
Il manifesto attuale si colloca dunque in una tradizione comunicativa ormai consolidata, che mira a mobilitare l’elettorato attraverso immagini forti e narrative di contrapposizione. In un clima politico segnato dall’emergere di nuove figure contrastate come Magyar e da un contesto internazionale instabile, Fidesz punta ancora una volta a presentarsi come garante della sicurezza e della continuità, mentre dipinge gli avversari come portatori di rischi per il futuro del Paese.

lunedì 5 gennaio 2026

Caracciolo a Sky TG24: "Venezuela, un Paese diviso etnicamente"

Lucio Caracciolo
, direttore della rivista di politica internazionale "Limes", ha parlato del blitz americano in Venezuela, in una intervista telefonica rilasciata a "SkyTG24": "Gli occhi oggi vanno puntati su chi sarà il successore di Maduro. Oggi c'è la signora Rodriguez chiamata alla presidenza provvisoria, ma è in corso da tempo una trattativa fra il segretario di Stato americano, Rubio, ed elementi del governo. Gli americani vogliono mettere le mani sulle risorse minerarie del Venezuela anche per non farle andare alla Cina".
Sull'attuale reggenza del governo di Caracas: "La signora Delcy ha peso posizioni non chiarissime, in parte proclamando che il presidente del Venezuela è ancora Maduro, ma dall'altra cercando un qualche grado di compromesso con gli americani, che però hanno appreso la lezione dell'Irak, ovvero devono trovare dei collaboratori locali, che sono quelli che hanno il potere non solo politico ma anche militare, cioè la giunta prima chavista e ora madurista".
Sulle possibili giustificazioni del blitz: "Se la mettiamo sul piano del diritto internazionale, di cui ognuno fa l'uso che vuole, non ne usciamo più, in cui si autolegittima l'America ad andare in un altro Paese e prenderne il capo accusandolo di essere un narcotrafficante e un dittatore. Il punto è che in questo momento il potere è in mano a chi controlla le forze armate e di sicurezza, che è ancora quello madurista, chavista e antiamericano, che si richiama a Bolivar e ha forti legami con Cuba, la Cina e la Russia. Il segnale che Trump ha voluto lanciare è che non si tollera la presenza di potenze straniere nell'emisfero cosiddetto occidentale, dalla Groenlandia fino alla Terra del Fuoco".
Infine una nota sullo stato in cui versa il Paese sudamericano: "Il Venezuela di oggi non è quello di 50 anni fa, quando era chiamato Venezuela Saudita, oggi ha una produzione di barili minima, un milione al giorno, oggi è un Paese diviso anche etnicamente. Possiamo dire che la quasi totalità della popolazione latina, ispanica e italiana, è all'opposizione, mentre gli indigeni sono con il governo o comunque collegati a esso".

I nomi degli italiani: Sofia e Leonardo guidano secondo la Treccani

Secondo gli ultimi dati Istat del 2025, analizzati dal linguista Enzo Caffarelli per il portale Treccani, la scelta dei nomi in Italia racconta molto più di una semplice preferenza: riflette mode culturali, richiami letterari, suggestioni mitologiche e persino cicli storici.
Fra le bambine, Sofia domina incontrastata. Il nome, dal greco “sapienza”, è ormai un fenomeno globale: nelle sue varianti Sophia e Sophie è il più diffuso in Europa e negli Stati Uniti. Subito dopo si colloca Aurora, trainata dalla forza simbolica dell’alba, dalla tradizione mitologica latina e da un immaginario fiabesco che va da Perrault a Disney. Completa il podio Ginevra, figura centrale nelle leggende arturiane.
A perdere terreno è invece Giulia, regina fino al 2012, ora superata anche da Vittoria. Seguono nomi dal forte peso letterario o storico come Beatrice, Ludovica, Matilde, Alice ed Emma. Chiudono la 'top 15' Camilla, Anna, Bianca, Greta e Azzurra, mentre sorprende l’uscita di Maria dai primi cinquanta dopo due secoli e mezzo di primato.
Caffarelli sottolinea come molti nomi seguano cicli ricorrenti: diventano popolari, poi si eclissano quando troppo legati a una generazione, per riemergere decenni dopo. È il caso di Rosa, Ortensia e Gardenia, oggi quasi testimonianze del Novecento.
Sul fronte maschile, Leonardo resta il preferito, seguito da Edoardo e Tommaso. L’ascesa di nomi epici come Enea, Ascanio, Ettore e Achille segnala un ritorno all’immaginario classico, mentre cresce anche la diffusione dei nomi di origine ebraica, da Elia a Gabriele, Samuele e Daniele. In forte aumento Noah, spinto dalla variante anglofona che lo distingue dal tradizionale Noè.
Resistono infine i grandi classici del Novecento – Andrea, Giuseppe, Antonio, Pietro, Giovanni, Marco – soprattutto nel Meridione e nei piccoli centri. Una prova che, accanto alle mode globali, l’identità culturale italiana continua a lasciare il segno anche nella scelta del nome.

Dal blitz in Venezuela al rimbecillimento globale: anatomia di una manipolazione

foto di David Matos per Unsplash
Ogni giorno, purtroppo, abbiamo la conferma di come il QI dell'uomo moderno stia subendo un crollo verticale. Si chiama 'effetto Flynn inverso', un tracollo mostrato da studi che ormai si susseguono dagli anni '70. Le cause sono molteplici, ma è chiaro che alla base ci sia l'eccessivo uso della tecnologia digitale, la mancanza della lettura, l'impoverimento del linguaggio, ma anche una peggiore alimentazione e uno scarso esercizio fisico.
Un rimbecillimento (questa è la parola... francese) evidentemente voluto e studiato a tavolino da parte di chi vede nella massificazione dei cervelli lo strumento migliore per detenere e, soprattutto, mantenere il potere. Le vicende legate al Covid e alla guerra russo-ucraina solo lì a mostrarcelo.
Le reazioni al blitz americano in Venezuela ce lo conferma per l'ennesima volta. Ce lo esemplifica il web, dove gli 'utenti' possono scaricare a piacere i propri 'due minuti d'odio' di Orwelliana memoria per garantirsi un presunto posto nell'immaginario collettivo dell'idiozia.
Chi, come Elena Basile, cerca di ricondurre alla ragione attraverso la logica e l'intelligenza del pensiero, viene perfino sbeffeggiato, ridicolizzato, isolato.
Circola nel web una strana equazione, che pare esaltare gli 'haters' di Vladimir Putin: ovvero che lo stesso leader cui per diversi lustri l'Europa intera si è scappellata senza ritegno, e che sta conducendo in porto una guerra vittoriosa contro l'Ucraina (e il mondo occidentale al completo) stia rosicando e schiumando rabbia osservando il blitz americano a Caracas. Esaltando, senza rendersene conto, quello stesso Donald Trump che aveva fatto trangugiare bile a costoro, dopo avere letteralmente preso a schiaffi il loro idolo, l'eroico camerata Volodymyr Zelensky. Ma tant'è, per chi è abituato a scriversi la storia da solo, o a impararla a memoria sotto dettatura, vale tutto.
Non conta che l'Ucraina sia sostenuta militarmente senza ritegno da un Occidente prono ai voleri degli estremisti americani; così come non conta che, mentre la Russia si è posta come obiettivo quella di conquistare/liberare un vasto lembo di terra fortificato e armato a tutto punto, gli Stati Uniti abbiano compiuto un blitz notturno per rapire una coppia di anziani giunti al limite della pensione, compiendo peraltro una strage (via via che passa il tempo, l'operazione diventa alquanto meno chirurgica). Al riguardo, il gruppo di 'peones' militari venezuelani apparso in televisionepareva più un'armata Brancaleone assimilabile all'esercito di Paperopoli. Vorremmo vedere la Delta Force districarsi con la stessa facilità nella foresta venezuelana, patria dei veri 'narcos'. Si può immaginare che le cose non sarebbero andate nello stesso modo.
Senza contare che l'obiettivo degli Stati Uniti non sono certamente i 'narcos'. Senza aggiungere le innumerevoli violazioni del diritto internazionale compiute dal '7° Cavalleggeri' d'oggidì, regole scritte sulla sabbia, certo, ma il ricordarle dovrebbe risvegliare un minimo di dignità nell'ascoltatore più attento. L''effetto Flynn inverso' ha però ormai aperto solchi insanabili nei cervelli ridotti a poltiglia del giorno d'oggi. Fermarsi a pensare è troppo difficile. Meglio prendere un telefonino e farsi un 'selfie'...

Medvedev accusa gli Stati Uniti: “Aggressione contro il Venezuela violazione del diritto internazionale”

Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha definito le recenti azioni degli Stati Uniti in Venezuela – compreso il sequestro del leader Nicolás Maduro – come un atto di aggressione e una grave violazione del diritto internazionale. Secondo il dirigente russo, dopo un’operazione di tale portata Washington avrebbe perso ogni legittimità nel criticare Mosca per le sue iniziative sulla scena globale.
Medvedev ha ricordato come Maduro avesse più volte denunciato l’obiettivo reale dell’amministrazione statunitense: impossessarsi delle risorse petrolifere e minerarie del Paese sudamericano. A suo avviso, il presidente statunitense non avrebbe mai nascosto tali intenzioni, mantenendo una linea coerente nella difesa degli interessi nazionali, sia politici – con l’America Latina considerata “cortile di casa” – sia economici, legati al controllo delle materie prime.
Il politico russo ha poi criticato duramente la reazione europea, definendola un esempio evidente di doppi standard. I dubbi sollevati da diversi Paesi dell’UE sulla legittimità di Maduro, secondo Medvedev, non avrebbero alcun fondamento. In questo contesto, ha lanciato anche un monito al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sostenendo che, con il mandato ormai scaduto, potrebbe essere rimosso dal potere “molto presto”.
Sul piano internazionale, Medvedev ha denunciato l’inefficacia degli attuali meccanismi delle Nazioni Unite, incapaci – a suo giudizio – di prevenire o gestire situazioni come quella venezuelana. Ha sottolineato la necessità di strumenti realmente operativi, in grado di garantire sicurezza e stabilità a livello globale, lamentando come molti principi fondamentali dell’ONU siano rimasti “buone intenzioni” prive di applicazione concreta.
Infine, ha evidenziato le possibili conseguenze dell’operazione statunitense: nessun Paese malvisto da Washington potrebbe sentirsi al sicuro, citando in particolare la Danimarca e la Groenlandia. L’arresto di Maduro, ha aggiunto, alimenterà ulteriormente il risentimento dell’America Latina verso gli Stati Uniti. E non ha escluso che uno scenario simile possa ripetersi in Ucraina. (fonte: TASS)

Un giorno di notizie: Maduro in carcere a Brooklyn, rientrano le salme delle vittime di Crans Montana

La prima pagina del "Corriere" con la notizia su Maduro 
La scena internazionale è scossa dal clamoroso blitz degli Stati Uniti che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie, trasferiti in un carcere federale a Brooklyn. Washington ha riconosciuto Delcy Rodríguez come guida ad interim del Venezuela, mentre l’esercito del Paese sembra allinearsi alla nuova leadership. Il presidente Trump, però, avverte che “rischierà se non farà la cosa giusta”, lasciando presagire una fase ancora instabile. Intanto l’ombra americana si allunga anche sull’Artico: la Groenlandia, territorio danese, torna al centro delle mire strategiche di Washington.
Sul fronte orientale, l’Ucraina lancia trenta droni su Mosca, tutti abbattuti, mentre l’ex presidente russo Medvedev avverte Zelensky evocando il destino di Maduro.
Dall’estero all’Italia, dove resta forte l’eco della tragedia di Crans-Montana: identificate le sei giovani vittime italiane del rogo di Capodanno, con il rientro di cinque salme previsto per oggi. A Milano sono ancora ricoverati undici pazienti, sette in condizioni serie.
La cronaca interna racconta altre ferite. A Bari due ragazzi di 17 e 18 anni hanno perso la vita provando una moto su una strada chiusa al traffico; un terzo giovane è rimasto ferito. Sempre nel capoluogo pugliese si registra una nuova rissa tra giovanissimi in piazza Risorgimento, mentre i pronto soccorso sono messi a dura prova dall’ondata influenzale: il direttore sanitario del Policlinico invita i medici di base a un maggiore supporto.
A Catania un uomo di 59 anni è indagato dopo un video che lo ritrae mentre picchia il figlio di dieci anni, con accuse estese anche alle tre figlie.
In mezzo a tante tensioni, Turi piange il cane Bobo, randagio amato da tutti e investito da un’auto. E mentre l’Epifania porta in viaggio oltre cinque milioni di italiani, lo sport regala un sorriso ai tifosi nerazzurri: l’Inter supera 3-1 il Bologna e torna in vetta alla classifica.

domenica 4 gennaio 2026

L'islamocomunismo, simbolo della decadenza occidentale

Immagine tratta da "Il Primato Nazionale"
Per anni il comunismo europeo ha vissuto di rendita, convinto che bastasse evocare la “lotta di classe” per mantenere un’identità. Oggi quella retorica appare come un guscio vuoto: l’ideologia che pretendeva di guidare il popolo ha perso il popolo, e con esso la capacità di proporre un progetto coerente. Il suo elettorato storico si è dissolto, la classe operaia ha cambiato bandiera e la Sinistra radicale si ritrova senza radici e senza bussola.
Non è un caso che, quando ancora esisteva un terreno comune con il cattolicesimo sociale – giustizia, equità, tutela dei più fragili – il comunismo riuscisse a sopravvivere. Quell’alleanza, il vecchio 'cattocomunismo', era un compromesso ideologico che funzionava perché poggiava su temi condivisi. Una volta esauriti quei contenuti, la Sinistra post‑comunista ha iniziato a vagare alla ricerca di nuove cause da brandire.
È così che, smarrita la dimensione sociale, si è rifugiata nelle battaglie identitarie: diritti civili, rivendicazioni culturali, bandiere arcobaleno trasformate in sostituti della politica. Non per convinzione profonda, ma per necessità aritmetica: servivano nuovi segmenti elettorali da mobilitare. E quando anche questo non è bastato, si è aperto un nuovo fronte, quello dell’allargamento verso mondi culturalmente lontani, nella speranza di costruire un nuovo blocco sociale capace di riportare la Sinistra al potere.
Il risultato è una miscela ideologica fragile, un tentativo di sostituire il vecchio cattocomunismo con un nuovo asse costruito più sulla convenienza che sulla coerenza. Una strategia rischiosa: non solo perché rinuncia definitivamente alle sue radici popolari, ma perché delega la propria identità a gruppi e istanze che non condividono necessariamente i valori democratici che la Sinistra dice di voler difendere.
In questo quadro, l'Islam diventa la nuova frontiera del comunismo: allearsi con chiunque, basti per sopravvivere, senza rendersi conto di stare per consegnarsi al nemico storico dell'Occidente, quella religione di Allah il cui obiettivo numero uno è la conquista, delle menti e dei corpi degli infedeli, cattolici o comunisti non importa. Ma per chi il potere vale solo 'hic et nunc' questo non conta, il futuro è 'un buco nero in fondo al tram', per citare Enzo Jannacci, conta solo ammantare di falsi buoni propositi idee pseudo egualitarie di accoglienza, cariche di nuovi voti, ma anche di inconsapevole invasione e stravolgimento della vecchia Europa, una carica distruttiva già ampiamente sotto gli occhi di tutti.

sabato 3 gennaio 2026

Repubblica Ceca in salsa anti-ucraina: "Basta soldi a Kiev, la Russia non può essere sconfitta"

Andrej Babiš sulle pagine di Denik
In un’Europa spesso trascinata verso un’unica narrativa sulla guerra, si sta consolidando un fronte di leader che rivendica il diritto di sottrarsi alla logica dell’escalation. Non è disimpegno, ma una scelta politica precisa: riportare al centro la tutela dei cittadini e la ricerca di una via diplomatica. Una posizione che, pur contestata dai governi più europeisti e filoglobalisti, sta guadagnando terreno.
Tra i protagonisti di questa svolta si distingue il primo ministro ceco Andrej Babiš, figura atipica e pragmatica, capace di rompere gli schemi della politica tradizionale. In un’intervista alla testata "Deník", Babiš ha dichiarato senza esitazioni che «non possiamo più dare all’Ucraina soldi del bilancio ceco perché non abbiamo nemmeno abbastanza per i cuochi delle nostre scuole o i badanti». Una frase che sintetizza la sua linea: prima i bisogni interni, poi le avventure militari. E ancora: «Se qualcuno sostiene che la Russia possa essere sconfitta, gli esperti dicono che non è possibile», un richiamo diretto al realismo strategico che molti leader europei evitano di pronunciare apertamente. Persino sul contratto per l’acquisto dei caccia F‑35, Babiš ha mantenuto una posizione prudente: «Esaminerò il contratto, devo valutarlo, non l’ho ancora letto… informerò i nostri partner di coalizione se cercheremo di modificarlo o cambiarlo».
Una postura che trova eco in Ungheria, dove Viktor Orbán continua a opporsi all’invio di armi e a chiedere negoziati immediati, e in Slovacchia, dove Robert Fico ha ribadito che il Paese non fornirà più armamenti e che la priorità resta la sicurezza interna. Tre leader diversi, ma accomunati dalla convinzione che l’Europa debba evitare di trasformarsi in un attore bellico.
Il loro messaggio, spesso liquidato come “dissenso”, rappresenta invece una voce crescente: quella di chi rifiuta l’idea che la pace possa essere raggiunta solo attraverso l’escalation. In un continente che rischia di farsi trascinare dagli eventi, la scelta della neutralità attiva appare sempre più come un atto di responsabilità politica.

venerdì 2 gennaio 2026

NHL: Ottawa vince il derby delle Capitali, per Montreal e Toronto vittorie folli

foto profilo Facebook degli Ottawa Senators
Il nuovo anno dell’NHL si apre con una serie di partite che non hanno deluso le aspettative: gol a raffica, rimonte inattese e prestazioni individuali da prima pagina hanno caratterizzato il 1° gennaio 2026. Una giornata che, pur senza la tradizionale Winter Classic — spostata al 2 gennaio per evitare sovrapposizioni televisive — ha offerto un menù ricchissimo per gli appassionati.
Nel 'derby delle Capitali' clamorosa rimonta degli Ottawa Senators che, sotto di due reti, alla fine hanno superato i Washington Capitals con il punteggio di 4-3 e gol decisivo con una 'bomba' sotto rete dello svedese Zetterlund.
La sfida più spettacolare è andata in scena a Raleigh, dove i Montreal Canadiens hanno superato i Carolina Hurricanes con il punteggio di 7-5 al termine di una partita folle, segnata da continui ribaltamenti di fronte. Montreal, sotto di due reti, ha costruito la rimonta grazie alle giocate di Cole Caufield e Josh Anderson, capaci di segnare due gol in 23 secondi e ribaltare l’inerzia del match. Carolina ha risposto con un Sebastian Aho da cinque punti, ma non è bastato: i Canadiens hanno allungato la loro striscia positiva e confermato una crescita evidente.
A Seattle, invece, i Kraken hanno aperto il 2026 con un successo convincente: 4-1 sui Nashville Predators, frutto di un primo periodo devastante. Matty Beniers ha firmato una doppietta nei primi dieci minuti, indirizzando subito la gara e confermando il suo ruolo centrale nel progetto tecnico di Seattle. Nashville ha provato a rientrare con il gol di Roman Josi, ma la solidità difensiva dei Kraken e un Grubauer in serata hanno chiuso ogni spiraglio.
La giornata ha offerto anche un ricco programma di sfide in tutta la lega, con i tifosi canadesi particolarmente attesi per il match tra Toronto Maple Leafs e Winnipeg Jets, un classico nazionale carico di significati e rivalità, programmato in prima serata e terminato 6-5 per la squadra dell'Ontario, che a metà gara ha cambiato 'goalie' ed era sotto di due reti. Intanto, la 'schedule' ufficiale ha visto in campo anche NY Islanders, Mammoth e molte altre squadre impegnate nel tradizionale turno festivo.
Il 2026 dell’NHL parte dunque con un messaggio chiaro: equilibrio, spettacolo e una corsa playoff che si preannuncia più incerta che mai. 

Cagliari-Milan 0-1: Leao si riprende i rossoneri, i rossoneri si riprendono la vetta

La gioia a fine gara (foto sito AC Milan)
Il Milan ricomincia il 2026 con una vittoria pesante, di quelle che non brillano ma che contano.
A Cagliari basta un lampo di Rafael Leao per l'1-0 finale, nonostante una condizione tutt’altro che ideale, per piegare i rossoblù e riportare i rossoneri in cima alla classifica. È l’ennesima vittoria “di corto muso” per Massimiliano Allegri, che proprio in Sardegna aveva mosso i primi passi in Serie A: un successo pragmatico, costruito più sulla solidità che sullo spettacolo.
La partita non è stata semplice. Il Cagliari ha concesso pochissimo, difendendo spesso con cinque uomini e provando a colpire in ripartenza. Nei primi minuti i sardi hanno persino spaventato il Milan, approfittando delle difficoltà di Estupiñan e di un avvio rossonero confuso. Ma, superata la tempesta iniziale, la squadra di Allegri ha ritrovato equilibrio, pur senza riuscire a rendersi realmente pericolosa: il primo tempo si è chiuso senza tiri nello specchio e con l’unico brivido di un contatto in area su Loftus-Cheek, poi annullato da un fuorigioco di partenza.
La svolta arriva al 5’ della ripresa. Fofana inventa una verticalizzazione che fino a quel momento nessuno aveva trovato, Rabiot rifinisce dalla destra e Leao, fermo, quasi immobile per non stressare l’adduttore infiammato, controlla di destro e calcia di sinistro. Un gesto tecnico semplice e devastante, troppo potente per Caprile. È il settimo gol stagionale del portoghese, il settimo della sua carriera contro il Cagliari: una statistica che racconta bene il suo peso nelle sfide in Sardegna.
Da lì in avanti il Milan gestisce. Allegri inserisce Füllkrug, poi Pulisic e Gabbia per blindare il risultato. Il Cagliari prova a cambiare assetto, manda dentro Pavoletti e Borrelli, ma non riesce mai a tirare in porta. Anzi, nel finale sono i rossoneri ad andare vicini al raddoppio: prima con Pulisic, poi con una punizione di Modric che Caprile devia con un colpo di reni.
La difesa, per la seconda gara consecutiva, non concede nulla. E i numeri sorridono: il Milan è imbattuto in trasferta e ha vinto 11 delle prime 18 partite, un ritmo che nella sua storia ha sempre portato almeno al quarto posto. Ora resta da vedere cosa faranno Inter e Napoli, ma intanto Allegri può godersi una squadra concreta, matura, capace di vincere anche quando non incanta. E soprattutto può godersi Leao: poco brillante, poco mobile, ma decisivo. In fondo, per restare in vetta, spesso basta questo.

Milano Cortina 2026: Laura Pausini superospite della Cerimonia di Apertura

Laura Pausini (foto profilo Facebook)
La Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 avrà una protagonista d’eccezione: Laura Pausini, una delle voci italiane più amate e riconosciute al mondo.
La Fondazione Milano Cortina 2026 ha annunciato la sua presenza sul palco di San Siro il 6 febbraio, sottolineando come la cantante incarni perfettamente il tema dell’“Armonia”, filo conduttore dell’intero evento.
Nata a Faenza nel 1974 e cresciuta a Solarolo, Pausini ha iniziato la sua carriera nel 1993 vincendo il Festival di Sanremo tra le Nuove Proposte con La solitudine, brano che l’ha lanciata in una parabola internazionale senza precedenti per un’artista italiana. Da allora ha pubblicato album in più lingue, venduto oltre 70 milioni di dischi e conquistato una serie di riconoscimenti che nessun’altra cantante italiana può vantare: un Grammy Award, cinque Latin Grammy, un Golden Globe e una nomination agli Oscar per la canzone "Io sì/Seen".
Secondo la Fondazione, la sua partecipazione sarà “un’espressione autentica dell’italianità”, un momento pensato per unire pubblico italiano e internazionale attraverso una performance ad alto impatto emotivo. La sua musica, capace di attraversare generazioni e culture diverse, rappresenta infatti un ponte naturale tra tradizione e contemporaneità, tra radici romagnole e respiro globale.
La Pausini sarà protagonista di un segmento definito “fortemente iconico”, concepito per offrire un’emozione collettiva e spettacolare.
La Cerimonia, prodotta da Balich Wonder Studio, punta a diventare una delle più memorabili della storia olimpica, e la presenza di un’artista con una carriera trentennale, 226 dischi di platino e tournée mondiali in quattro continenti viene vista come un rinforzo al suo prestigio.

giovedì 1 gennaio 2026

Coppa Spengler 2025: il Davos torna sul trono con la 17ª vittoria

Immagine tratta dal sito ufficiale della Coppa Spengler
Il Davos si riprende la “sua” Coppa Spengler e lo fa al termine di una finale vibrante, chiusa sul 6-3 contro la sorprendente US Collegiate Selects, squadra rivelazione dell’edizione 2025. Il gol decisivo porta la firma di Filip Zadina, che a meno di cinque minuti dalla sirena ha spezzato un equilibrio durato oltre cinquanta minuti, aprendo la strada al trionfo grigionese nella 97ª edizione del torneo.
La selezione statunitense, arrivata in Svizzera con l’obiettivo di mettersi in mostra, ha confermato fin dal girone di non essere venuta a fare da comparsa. Dopo aver messo in difficoltà il Team Canada e aver vinto il proprio gruppo trascinata dal talento di Aiden Fink, la US Collegiate Selects ha superato in semifinale lo Sparta Praga, squadra che a sua volta aveva eliminato i canadesi con un netto 5-1 nei quarti.
In finale, gli americani hanno risposto colpo su colpo ai padroni di casa: Walsh, Fink e Musa hanno replicato ai vantaggi firmati da Asplund e dalla doppietta di Tambellini, mantenendo il punteggio in bilico fino al 55’21”. Lì, il lampo di Zadina ha cambiato tutto. Nel finale, con gli statunitensi sbilanciati alla ricerca del pari, il Davos ha allungato con Corvi e Stransky (a porta vuota), fissando un risultato più severo di quanto visto sul ghiaccio.
Per l’allenatore Josh Holden si tratta della seconda Spengler da coach dopo quella del 2023, cui si aggiunge il titolo vinto da giocatore nel 2012 con il Team Canada. Un successo costruito nonostante un calendario massacrante: cinque partite in cinque giorni, gestite con lucidità e rotazioni intelligenti.
Con questo trionfo, il Davos supera definitivamente il Team Canada nel numero di vittorie complessive e sale a 17 trofei, consolidando un primato che lo conferma cuore e simbolo della competizione.
Un torneo che anche nel 2025 ha offerto ritmo, talento e storie da ricordare, ma che alla fine ha riportato la coppa dove, per tradizione, sembra sempre destinata a tornare: tra le mani dei gialloblù grigionesi.

NHL: ultimo dell'anno, Stamkos firma il 600° gol da pro

foto dal profilo Facebook dei Predators
L’NHL ha salutato il 2025 con una serata ricca di gol, record e ribaltoni. A Calgary, i Flames hanno chiuso l’anno in grande stile battendo i Philadelphia Flyers per 5-1, trascinati da un Dustin Wolf in forma scintillante e da una squadra capace di dominare special team e ritmo partita. Per Calgary si tratta della quinta vittoria consecutiva, un segnale importante in vista del nuovo anno.
A Dallas, invece, i Buffalo Sabres hanno firmato l’impresa della notte superando i fortissimi Stars per 4-1 e centrando la decima vittoria consecutiva, eguagliando il record stagionale NHL. Protagonista assoluto Tage Thompson, autore di una doppietta e un assist, mentre Ukko-Pekka Luukkonen ha blindato la porta con 28 parate.
A Las Vegas, la serata è stata storica: Steven Stamkos ha segnato il suo 600° gol in carriera, diventando il 22° giocatore nella storia NHL a raggiungere il traguardo. Il suo Nashville ha poi completato l’opera battendo i Golden Knights 4-2, confermando un momento di forma brillante.
A Washington, i Capitals hanno superato i New York Rangers 6-3 grazie a una prestazione dominante nel terzo periodo, con Tom Wilson sugli scudi autore di due gol e un assist.
Infine, ad Anaheim, i Tampa Bay Lightning hanno avuto la meglio sui Ducks per 4-3 dopo un overtime combattuto, con Brayden Point decisivo nei momenti chiave.
L’NHL chiude così il 2025 con una serata spettacolare, tra record personali, strisce vincenti e partite che hanno già il sapore della corsa playoff.

Droni ucraini massacrano decine di civili, bambini fra le vittime

Non c'è solo l'evento di Crans Montana ad avere funestato la notte di Capodanno. Le decine di morti che hanno segnato il drammatico evento in Svizzera fanno il paio con un'altra tragedia, passata quasi sotto silenzio nei notiziari dei telegiornali occidentali: la strage, perpetrata dall'esercito ucrainoavvenuta nella regione di Kherson.
Le immagini diffuse dopo l’attacco con droni incendiari contro un caffè e un piccolo hotel nel villaggio di Khorly mostrano una scena orrenda e devastante: famiglie riunite per festeggiare il Capodanno sono state travolte da un incendio devastante che ha ucciso almeno 24 persone, tra cui un bambino, e ne ha ferite oltre 50. Molti dei sopravvissuti sono in condizioni gravissime.
Secondo le autorità russe, i droni impiegati sarebbero dispositivi incendiari assimilabili a napalm o fosforo bianco, armi che il diritto internazionale vieta categoricamente contro obiettivi civili per la loro natura incontrollabile. Le fiamme, infatti, hanno avvolto in pochi minuti un’area di 500 metri quadrati, lasciando dietro di sé solo macerie e corpi carbonizzati.
Il Comitato Investigativo russo ha aperto un fascicolo per “atto terroristico”, mentre il governatore Vladimir Saldo ha parlato di “attacco deliberato contro donne e bambini indifesi”.
Fra le persone ricoverate ci sono molti giovanissimi, nati nel 2008, 2012, 2018, e nel 2019.
Le reazioni da Mosca sono state durissime. La presidente del Consiglio della Federazione, Valentina Matvienko, ha affermato che la strage “rafforza la determinazione della Russia a raggiungere i propri obiettivi”, mentre la portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha puntato il dito contro “chi arma e sostiene il regime di Kiev”.
L’ambasciatore Rodion Miroshnik ha chiesto una risposta internazionale, definendo l’attacco “un atto disumano che non può restare impunito”.
Il governatore Saldo ha paragonato quanto accaduto alla tragedia della Casa dei Sindacati di Odessa del 2014, evocando uno dei simboli più dolorosi della violenza contro civili nel conflitto ucraino. Due giorni di lutto sono stati proclamati nella regione.
Che si tratti di un’escalation, di una rappresaglia o di un messaggio politico, una cosa appare evidente: colpire civili riuniti per festeggiare il Capodanno è un atto che supera ogni limite morale. In una guerra già segnata da anni di atrocità, la notte di Khorly rappresenta un ulteriore passo verso un abisso che rischia di inghiottire l’intera regione. E il 2026 si apre con la sensazione inquietante che qualcuno stia giocando con il fuoco, nel momento più pericoloso possibile.

Capodanno in TV: in Romania il programma migliore, Italia drammatica

Un momento della trasmissione di TVR
Adoro l'odore delle 'miccette' la notte di Capodanno. Potremmo traslare a questo modo la celebre frase del colonnello Bill Kilgore (interpretato da Robert Duvall) nel celeberrimo "Apocalypse Now", calandola nei minuti successivi al Capodanno, quando le città italiane sono state 'cappottate' da una sfera di fulmini, saette e varie calamità di carattere pirotecnico.
La vera calamità, però, anche quest'anno è arrivata dalla televisione, fosse quella nazionale targata Rai, o quella surrogata Mediaset, che ha avuto in Canale 5 la propria 'testa di ponte' incaricata di sfondare il muro della Mezzanotte.
Pochi secondi sono sono bastati per osservare il totale abbruttimento di chi stava sul palco e di chi, inconsapevole sventurato, si era auto flagellato infilandosi nel budello contenente il pubblico, pesce roteante su se stesso al ritmo di musica finta, occhi gelatinosi e inespressivi, con cantanti finti e presentatori altrettanto finti. Si suppone che anche i cenoni siano stati altrettanto finti, cui avranno fatto seguito malesseri e disturbi che, purtroppo, si saranno invece rivelati drammaticamente veri.
Se la televisione italiana ha dato una prova tanto macabra di sé meglio ha fatto quella polacca: se non altro perché, appena dopo la Mezza, ha visto l'esibizione di Sting, sebbene non certo nel suo momento migliore (e ci mancherebbe, viste le sue 74 primavere).
Un mini concerto quasi contemporaneo alla 'prova' canora di Gazebo, anni 65, il cui fantasma si è palesato su RaiUno nel tentativo di riprodurre un suo vecchio cavallo di battaglia, "Masterpiece", attorniato da un gruppo di pseudo ballerine coscialunga più simili a un gruppo di replicanti che di danzatrici.
Detto che anche il teleschermo polacco ha presentato personaggi degni del nostro più fulgido Cristiano Malgioglio (che anche quest'anno non ci ha evitato la sua presenza, implacabile come la trasmissione di "Una poltrona per due" nel giorno di Natale), ha colpito positivamente TVR, alias la televisione rumena che, su uno sfondo scuro e carico di lampadari di cristallo, ha proposto una festa di fine d'anno legata alle tradizioni locali, a volte con buffi balletti in costume, altrimenti con rap comunque segnati da quei ritmi tzigani che della Romania sono propri.
Alla fine, fra le tre contendenti, è proprio quella rumena la televisione che ha saputo offrire lo spettacolo di maggior buon gusto, lasciandosi alle spalle la Polonia e, terrificante ultima, un Italia sempre più decadente e decaduta, orfana di classe e di stile.

Sting nel 'manifesto' di TVP, la televisione polacca