sabato 9 maggio 2026

NHL playoff: Vegas esalta Marner, Montreal espugna Buffalo e impatta la serie

Vegas fa festa nella foto del sito NHL
La notte dei playoff NHL ha raccontato due storie opposte: da una parte la partita travolgente di Mitch Marner, dall’altra il momento complicato di Tage Thompson, ancora alla ricerca di sé in una post‑season che non decolla.
Ad Anaheim, i Vegas Golden Knights hanno travolto gli Anaheim Ducks con il punteggio di 6‑2, riprendendosi il vantaggio nella serie, ora sul 2-1, grazie a una prestazione scintillante di Mitch Marner, autore di una 'hat-trick' e di un assist. I Golden Knights hanno costruito il successo già nel primo periodo, chiuso sul 3‑0 grazie alle reti di Shea Theodore, Brayden McNabb (in 'shorthanded') e dello stesso Marner, che ha poi completato l’opera nel secondo tempo con altre due reti, portando il punteggio sul 5‑0. I californiani provavano a reagire nell'ultimo periodo, andando in rete con Beckett Sennecke e Chris Kreider, ma senza mai rientrare davvero in partita. A due minuti dalla fine arrivava anche il gol a porta vuota di Brett Howden, sesta rete per lui in post-season. Per i Ducks ha pesato anche la serata difficile di Lukas Dostal, sostituito dopo i primi tre gol subiti su otto tiri totali.
Mentre Vegas vola, a Est continua invece il momento buio di Tage Thompson, uno dei giocatori più attesi di questi playoff. L’attaccante dei Buffalo Sabres sta vivendo una post‑season complicata, segnata da poca incisività e una frustrazione crescente. Thompson ha ammesso di essere “in lotta con se stesso”, consapevole che la squadra ha bisogno della sua produzione offensiva per restare competitiva. Lo staff tecnico continua a dargli fiducia, ma la pressione aumenta: dopo una regular season da protagonista, il suo impatto nei playoff è stato finora minimo, e Buffalo fatica a trovare alternative valide quando il suo leader offensivo non incide.
I Montreal Canadiens hanno così pareggiato la serie contro i Buffalo Sabres, andando a espugnare il ghiaccio americano per 5-1 che conferma la solidità dei canadesi nei momenti chiave.
Montreal partiva fortissimo: dopo appena 96 secondi Alex Newhook deviava in rete il passaggio di Kaiden Guhle per l’1-0, poi Mike Matheson raddoppiava al 4'27" con una conclusione dalla blu che sorprendeva il 'goalie' di casa, Alex Lyon.
Nel secondo periodo Newhook firmava la propria doppietta in transizione, chiudendo un 2‑contro‑2 orchestrato da Jake Evans e portando i Canadiens sul triplo vantaggio. Buffalo provava a rientrare solo nel finale di frazione con Zach Benson, bravo a farsi trovare sul secondo palo per il 3-1.
La reazione dei Sabres però si spegneva presto: all'inizio del terzo periodo un errore di controllo di Tage Thompson, ancora lui, apriva il ghiaccio ad Alexandre Carrier, che trasformava l’azione in un 2‑contro‑1 vincente per il poker. Nel finale Nick Suzuki chiudeva i conti a porta vuota.
Ottima la prova del rookie Jakub Dobeš, autore di 27 parate e sempre più solido dopo un esordio complicato in gara-1. Per Buffalo, invece, pesa la serata difficile di Lyon e una gestione del disco imprecisa, come ammesso anche da coach Lindy Ruff. La serie ora torna a Montreal sull’1-1, con i Canadiens che ritrovano fiducia e ritmo.

 
Le partite della notte nelle 'home page' della NHL:

venerdì 8 maggio 2026

Milan, la petizione per cacciare Furlani oltre le 30mila firme

"Furlani Fuera", ecco la petizione da oltre 30mila firme
I tifosi del Milan hanno detto 'stop', con o senza l'aiuto di una 'curva' più spesso connivente che contestatrice della società, il cui appoggio quasi incondizionato al club è stato troppo spesso mascherato come 'aiuto' per la rincorsa alla qualificazione in Champions League della squadra, senza comprendere, o facendo finta di non capire, che l'ingresso nella manifestazione più importante servirà solo come ulteriore foraggiamento di una proprietà che non vuole il 'bene' del Milan, ma solo massimizzare i propri ingressi mantenendo gli investimenti al minimo.
Nasce così la petizione su Change e indirizzata contro, un po' inspiegabilmente, il solo Giorgio Furlani, 'braccio armato' della proprietà rappresentata da Gerry Cardinale. Ma tant'è, come si dice a Milano, "piutost che nient, l'è mej piutost".
Della petizione han dato notizia quasi tutti, un 'quasi' dovuto dall'assenza ingiustificata, oggi come durante la contestazione dei tifosi milanisti nella passata stagione all'ultima giornata, della "Gazzetta dello Sport". In tre giorni di vita ha abbondantemente superato le 30mila firme, unendo finalmente i milanisti più critici da sempre a quelli convertitisi all'ultimo momento, dopo avere funzionato come 'tromboni' del club.
L'incipit della petizione arriva subito al dunque partendo da "Il Problema": "La gestione di Giorgio Furlani nel ruolo di Amministratore Delegato dell’AC Milan rappresenta oggi uno dei principali ostacoli allo sviluppo sportivo e identitario del club. L’impostazione adottata appare rigidamente orientata a logiche finanziarie, con una sistematica subordinazione dell’area sportiva alle esigenze di bilancio. Questo approccio, lungi dal garantire equilibrio, ha prodotto un progressivo impoverimento della visione competitiva, trasformando una società storicamente ambiziosa in una realtà percepita come priva di direzione sportiva chiara". Il tutto con una conclusione che appare inappellabile: "La combinazione di tecnocrazia gestionale, debolezza nella leadership sportiva e carenza di visione sta contribuendo a un progressivo ridimensionamento delle ambizioni del Milan, con il rischio concreto di compromettere competitività, identità e attrattività del club nel medio-lungo periodo. Alla luce di queste evidenze, la permanenza di Giorgio Furlani alla guida del club non appare più sostenibile. La sua gestione è oggi percepita come incompatibile con le esigenze di rilancio sportivo e con i valori storici dell’AC Milan. Per questo, si richiede con fermezza un immediato cambio ai vertici societari e le dimissioni dell’attuale Amministratore Delegato".

NHL playoff: Carolina, nessuna pietà per i Flyers

La foto del sito NHL dedicata a Jordan Staal dopo il gol
I Carolina Hurricanes fanno propria gara-3 della sfida contro i Philadelphia Flyers, valida per il secondo turno dei playoff NHL e pongono così un piede nella finale della Eastern Conference, guidando la serie per 3-0 e mantenendo il ruolo di grandi favoriti per arrivare alla finale di Stanley Cup.
In casa dei Flyers finisce 4-1 (1-0, 1-1, 2-0) al termine di una partita sempre controllata da Carolina, solida e spietata e che, ormai, nella post-season, ha infilato la sua settima vittoria consecutiva, senza mai segnare troppo (finora 21 gol in sette gare disputate), ma in compenso subendo pochissimo (appena otto reti).
La differenza l'anno fatta gli 'special teams', con i Canes a realizzare due reti in superiorità numerica e una in inferiorità, mentre i Flyers hanno preso troppe penalità per una sfida da playoff e non hanno mai capitalizzato i propri 'power-play' (0-5), compreso un 5 contro 3 che grida vendetta.
Era Jordan Staal a portare avanti Carolina al 17'27" con l'uomo in più sul ghiaccio, un vantaggio meritato in un primo periodo gestito facilmente dagli ospiti. Nel terzo centrale i padroni di casa trovavano il pareggio con la seconda rete della post-season di Trevor Zegras al 22'31". Era però una penalità a decidere la gara: Taylor Hall caricava violentemente Travis Sanheim al plexiglass, un'azione già vista (e criticata) nella serie contro gli Ottawa Senators. Il coach di Phila, Rick Tocchet, e il pubblico chiedevano un 2+2 ma, alla fine, il 'boarding' costava a Hall solo due minuti di panca, durante i quali un contropiede di Jalen Chatfield risultava letale. Da un possibile vantaggio a un incredibile ko per i Flyers, l'inerzia della partita, già inclinata verso Carolina, ora era tutta in discesa. Bisognava però attendere il terzo periodo per la chiusura in cassaforte del match per gli uomini di Rod Brind'Amour: merito ancora di un 'special team', quello che, in superiorità (4x3) portava Andrei Svechnikov (primo gol in questi playoff per lui) a piegare il guanto di Daniel Vladař al 43'52". Era la fine. Ma, se non bastasse, il poker era servito poco dopo, con un 'breakaway' di Nikolaj Ehlers al 47'08": l'attaccante danese riceveva il disco poco oltre la line aid metà pista e si involava verso Vladař, che freddava con un tiro a mezza altezza.
Nel finale, come spesso capita in questi casi, il gioco ha lasciato spazio alla frustrazione degli sconfitti, con qualche scazzottata di troppo e promesse di 'regolamenti di conti' in vista di gara-4 che, viste le forze sul ghiaccio, potrebbe già risultare decisiva.


Sempre dal sito NHL, le pagine di Carolina e Philadelphia:

Buttafuoco apre la Biennale: "Non barattiamo 130 anni di storia per un quieto vivere politicante"

Pietrangelo Buttafuoco
Nel suo intervento da presidente della Biennale di Venezia alla conferenza stampa di presentazione, Pietrangelo Buttafuoco ha scelto una linea chiara: difendere la libertà dell’arte e respingere ogni tentazione di trasformare la cultura in un tribunale ideologico. Un messaggio netto, pronunciato davanti alle istituzioni e al mondo culturale internazionale, che ha segnato l’avvio ufficiale della 60ª edizione della Biennale artistica.
Il cuore del suo discorso è stato un richiamo alla natura stessa della Biennale, che non deve diventare luogo di scomuniche preventive o di esclusioni politiche. “La Biennale non è un tribunale”, ha affermato, sottolineando come l’arte debba restare uno spazio aperto, capace di accogliere complessità e contraddizioni. Da qui il rifiuto di ogni forma di censura preventiva: “No all’esclusione preventiva, non barattiamo 130 anni di storia”. Evidente il riferimento alla contestata presenza dei padiglioni di Russia e Israele, che hanno visto la bocciatura dello stesso ministro della Cultura, Alessandro Giuli e la protesta di tutto il mondo politico occidentale, Unione Europea in testa.
Buttafuoco ha insistito sulla necessità di preservare la missione originaria dell’istituzione: essere un ponte, non un muro. Ha ricordato che la Biennale è nata per mettere in dialogo culture diverse, non per giudicarle. E ha invitato a non piegare l’arte alle logiche del presente, spesso polarizzate, rivendicando il ruolo dell’immaginazione come spazio di libertà.
Il presidente ha poi richiamato il valore della responsabilità culturale: “La Biennale non può essere ridotta a un campo di battaglia”, ha detto, chiedendo di proteggere l’autonomia dell’istituzione e la dignità degli artisti. Un messaggio rivolto tanto alla politica quanto al pubblico, in un momento in cui il dibattito culturale tende spesso a irrigidirsi.
Il suo intervento ha mostrato la cifra di Buttafuoco: un intellettuale che proviene dalla Destra culturale, ma che non si chiude al mondo. La sua visione, radicata ma non ideologica, rivendica un’idea di cultura come spazio plurale, dove la tradizione convive con la ricerca e dove il confronto non diventa scontro.
In un tempo in cui la cultura rischia di essere usata come arma identitaria, il suo discorso ha riportato l’attenzione sull’essenziale: la Biennale come luogo di libertà, di ascolto e di incontro. Un messaggio che, al di là delle appartenenze, parla a chiunque creda nel valore dell’arte come bene comune.

Blake Lively e Justin Baldoni, niente processo e un accordo a denti stretti

Blake Lively
La disputa legale tra Blake Lively e Justin Baldoni si chiude senza processo, evitando a Hollywood un nuovo caso mediatico. La Lively, star di film e serie di successo come "Gossip Girl", e Baldoni, attore e regista noto per "Jane the Virgin" e per aver diretto "It Ends With Us", hanno raggiunto un accordo extragiudiziale dopo mesi di accuse reciproche.
La causa era nata dalle denunce private della Lively, in cui l'attrice californiana sosteneva di essere stata molestata da Baldoni durante le riprese del film girato nel 2024, oltre a essere stata vittima di una campagna diffamatoria. Baldoni ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo che l’attrice avesse inventato tutto per ottenere un maggiore controllo creativo sul progetto.
Negli ultimi mesi, parte delle accuse era già stata archiviata. Il giudice Lewis J. Liman aveva respinto le denunce di molestie perché la Lively, come collaboratrice indipendente, non poteva procedere secondo la normativa federale. In precedenza era stata eliminata anche la causa per diffamazione intentata da Baldoni contro la Lively e suo marito Ryan Reynolds.
Il processo avrebbe dovuto concentrarsi sull’ultima accusa rimasta: la presunta ritorsione nei confronti dell’attrice attraverso la diffusione di contenuti screditanti sui social e presso alcuni media. La Lively sosteneva che l’obiettivo fosse “danneggiare la sua immagine e colpire la sua famiglia”, mentre Baldoni ribatteva che fosse lei a manipolare la propria reputazione pubblica.
Con l’accordo, entrambi evitano un dibattimento che avrebbe potuto creare a entrambi problemi di immagine. In una nota congiunta hanno espresso la volontà di chiudere la vicenda, lasciando però aperta una riflessione sulla tensione crescente che si respira sui set del mondo del cinema americano.