domenica 26 aprile 2026

NHL playoff: Carolina completa lo 'sweep', Minnesota fa 2-2, Pittsburgh tenta l'impresa

L'apertura del sito dei Carolina Hurricanes
Mai come nell'ultima notte dei playoff NHL si è messo in luce tutto l'ambiente che di cui è ricca ogni partita della postseason: scontri duri, a volte oltre il limite della correttezza, infortuni senza sceneggiate, ma con giocatori realmente portati fuori a braccia, confronti a mani nude e entrate cattive, con la volontà di colpire l'avversario. E, alla fine, stretta di mano e pacca sulle spalle. Un qualcosa che parrebbe avere dell'incredibile, se non fosse che lo si è visto durante la quarta (e ultima) sfida tra Ottawa Senators e Carolina Hurricanes. Alla fine hanno vinto gli ospiti per 4-2, con relativa serie e 'sweep' (ovvero serie vinta per 4-0 e avversario... spazzato). Una partita a ritmi folli che ha visto Carolina superiore dal punto di vista del gioco ma che Ottawa ha cercato di riequilibrare mettendo sul ghiaccio tutta la propria fisicità. Due esempi? La terribile carica di Tyler Kleven ad Alexander Nikishin, con quest'ultim orimasto quasi esanime sul ghiaccio e costretto a lasciare la partita quasi privo di senso, o la 'caccia all'uomo' dei Canes verso il già infortunato Thomas Chabot. Taylor Hall apriva le danze per gli ospiti verso la fine del periodo centrale, raggiunto quasi subito dalla terza rete nei playoff realizzata da Drake Batherson, concretizzando una fra le tantissime superiorità ottenute dai Sens, ma mai sfruttate (compresi due 5-contro-3). Nel terzo periodo prima Stankoven e poi Aho chiudevano i conti, Cozens tenatava di riaprirli (Ottawa con un uomo in più sul ghiaccio) e ancora Aho (ancora in empty-net) fissava il risultato finale. A Ottawa il rimpianto di una post-season in cui le sue bocche da fuoco, in particolare Brady Tkachuk e Tim Stützle, hanno decisamente tradito le attese e in cui la difesa ha dovuto quasi subito fare a meno di due infortunati importanti come Sanderson e Zub.
Un'altra gara sul filo del rasoio è stata quella che ha visto i Minnesota Wild imporsi all'overtime sui Dallas Stars con il punteggio di 3-2. Serie impattata sul 2-2 grazie alla rete di Matt Boldy al 19'31" del prolungamento, dopo che i texani erano passati per primi nel primo periodo con la quarta rete nei playoff di Jason Robertson, temporaneo pari di Brock Faber, nuovo vantaggio ospite firmato da Miro Heiskanen e nuovo pareggio di marcus Foligno a cinque minuti dalla fine della gara.
I Pittsburgh Penguins hanno infine riaperto (forse) la Battle of Pennsylvania andando a espugnare per 4-2 il ghiaccio dei Philadelphia Flyers, finora dominanti nella serie. Stavolta a essere sempre avanti sono stati gli ospiti, con l'equilibrio spezzato dalla prima rete nella postseason di Sidney Crosby, con 'Sid the Kid' a realizzare in power-play. di Rakell, Letang e Dewar (in empty-net) le altre reti dei Pens, contro cui nulla hanno potuto le marcature di Barkey e Konecny. Serie comunque ancora sul 3-1 per i Flyers, ora si ritorna sul ghiaccio di Pittsburgh, con i Pens a cercare l'impresa disperata di ribaltare una serie che pareva segnata.

sabato 25 aprile 2026

Creative Age, anche in Lombardia i musei possono aiutare i malati di Alzheimer

Un momento della conferenza stampa (foto Bordignon)
In una Lombardia che conta fino a 200 mila persone con demenza – il numero più alto d’Italia – la sfida dell’Alzheimer non riguarda solo la salute, ma la qualità della vita delle famiglie coinvolte. In questo scenario nasce Creative Age, il progetto promosso da Airalzh con il contributo della Fondazione Banca del Monte di Lombardia e il patrocinio di Regione Lombardia, presentato a Palazzo Pirelli. L’obiettivo è ambizioso: trasformare i musei in luoghi di benessere, relazione e inclusione per chi convive con il declino cognitivo e per i 'caregiver' che li accompagnano ogni giorno.
Il programma coinvolge i musei delle province di Bergamo, Brescia e Pavia, con Fondazione Accademia Carrara come partner territoriale. Il modello è quello già sperimentato nei musei toscani per l’Alzheimer: piccoli gruppi guidati da operatori formati partecipano a percorsi che alternano osservazione delle opere, attività partecipative e momenti di esplorazione sensoriale. Nessuna richiesta di performance cognitive, nessuna competenza artistica: al centro ci sono emozioni, immaginazione, memoria affettiva e condivisione.
Accanto ai musei, il progetto attiva una rete sociosanitaria che comprende geriatri, psicologi, terapisti occupazionali, educatori e operatori della cura, con l’obiettivo di creare équipe multidisciplinari capaci di sviluppare attività continuative. Una collaborazione che rafforza il concetto di welfare culturale, già sperimentato da Accademia Carrara con il progetto “Custodire Memorie”.
La giornata, moderata dalla giornalista Renata Sortino, ha visto la presenza, fra gli altri, di Cecilia Grappone, coordinatrice delle attività museali Airalzh, che ha spiegato: "Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato che l’arte può migliorare la qualità della vita delle persone con Alzheimer, perché riattiva emozioni residue capaci di ridurre ansia e depressione legate alla malattia. Ma il punto forse più importante è un altro: il museo diventa un luogo dove si interrompe l’isolamento". E ancora: "Le persone con demenza e i loro caregiver tornano a uscire di casa, entrano in un ambiente accogliente, protetto, non giudicante, e proprio in questa serenità ritrovano il dialogo. È lì che accade qualcosa di prezioso: si riaprono relazioni, nascono legami, si ricostruisce una dimensione di condivisione che la malattia tende a spezzare".
Le testimonianze raccolte nel video presentato durante la conferenza stampa raccontano con immediatezza l’impatto di questi percorsi: i 'caregiver' descrivono il museo come uno spazio in cui i propri familiari tornano a parlare, a esprimersi, a ritrovare un dialogo spesso soffocato dalla malattia. È qui che, come sottolinea Airalzh, si spezza l’isolamento e si ricostruisce una dimensione di relazione.
Creative Age rappresenta così un passo ulteriore nell’impegno per un approccio all’Alzheimer che non si limiti alla diagnosi, ma restituisca dignità e presenza sociale alle persone con demenza. Un modo concreto per ricordare che cultura e cura possono camminare insieme, generando benessere reale per chi affronta ogni giorno la fragilità.

San Marco, la festa del patrono di Venezia è il 25 aprile che piace al Nordest

La bandiera di San Marco
C'è un 25 aprile in Italia ormai fasullo e prefabbricato, in cui i cosiddetti 'fascisti rossi' se la suonano e se la cantano, autoconvincendosi di avere 'liberato' l'Italia per consegnarla alle presunte 'democrazie' occidentali (quelle che, per la cronaca, hanno preorganizzato le invasioni di disperati che, dal Terzo Mondo stanno venendo a colonizzare e meticciare le nostre terre) e ce n'è un altro, ben più storico e, in questo caso, veramente sentito, strettamente legato a una delle più antiche repubbliche italiche, quella di San Marco, la Repubblica di Venezia, di fronte alla quale la repubblichetta italiana fa ben misera figura, fra mandolini e veri propri esempi di voltagabbana.
Il 25 aprile ricorre infatti l'anniversario della morte di San Marco (68 d.C.) e, in occasione di questa ricorrenza, il Doge di Venezia, insieme alle maggiori autorità dello stato sfilava in processione per le Calli della città.
San Marco evangelista è il patrono di Venezia. Il leone sarebbe il suo simbolo in quanto il suo Vangelo inizia con la voce di san Giovanni Battista che, nel deserto, si eleva simile a un ruggito, preannunciando agli uomini la venuta del Cristo. La Repubblica di Venezia assunse il leone alato, detto leone di san Marco come proprio simbolo.
Non è storicamente provata la tradizione che indica il libro simbolo di pace quando aperto con su scritta la frase «PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEUS», o di guerra, quando era rappresentato chiuso.
Il leone poteva essere rappresentato con il libro chiuso con la zampa sinistra e con una spada nella destra. Il leone di san Marco viene rappresentato infine con due posture: andante, cioè in piedi sulle quattro zampe, oppure in moleca, cioè seduto. Tuttora è il simbolo dei veneti, che hanno come bandiera il leone alato, ripreso dalla tradizione della Serenissima.
Detto questo, appare proprio come il 25 aprile veneto possa essere considerato, questo sì, un momento di unione reale per tutte le genti del Nordest, anche per quelle che contro Venezia lottarono (Padova su tutte), ma che in Venezia riconoscono una città e un simbolo guida per tutte le realtà che non gradiscano un dominio di Roma dato troppe volte per scontato.

NHL playoff: Utah vittoria storica, Anaheim a valanga, Montreal ancora in overtime

La 'home pahe' del sito NHL dedicata ai Mammoth
E' stata una notte tumultuosa nei playoff NHL. Si giocavano tre 'pivotal game', match che potrebbero indirizzare le rispettive. Hanno dominato le squadre di casa, con tre vittorie in altrettante gare, punteggi alti e un overtime.
A Salt Lake City, gli Utah Mammoth hanno vinto la propria prima gara casalinga della storia nei playoff. Un deciso 4-2 che vale il 2-1 nella serie contro i Vegas Golden Knights. Decisivo Lawson Crouse, autore di una doppietta in meno di sei minuti nel secondo periodo, dopo le reti iniziali di Weegar e Guenther. I Golden Knights provano a reagire con Eichel e Dowd, ma la rimonta non si completa. Utah capitalizza al massimo le poche occasioni create — appena 12 tiri in porta — grazie anche ai 29 salvataggi di Vejmelka.
In Canada, invece, continua la saga degli overtime: per la terza volta consecutiva, Montreal Canadiens e Tampa Bay Lightning si sono giocate la partita oltre il sessantesimo. A risolverla è Lane Hutson, che dopo 2'09" dell’overtime firma il 3-2 con una frustata dalla destra che sorprende Vasilevskiy. Montreal sale così 2-1 nella serie, trascinata anche dai due punti di Kirby Dach e dalla solidità di Dobes. Tampa, pur sostenuta dalle reti di Point e Hagel, paga una serata complicata in transizione e troppi breakaway concessi.
Gli Anaheim Ducks, infine, hanno travolto gli Edmonton Oilers con il punteggio di 7-4 in una gara dal ritmo forsennato. Dopo un alternarsi pirotecnico di vantaggi e sorpassi, il match si decide nel terzo periodo, quando i californiani realizzano ben quattro reti, con le firme di Sennecke, Carlsson, Viel e LaCombe, l'ultima a porta vuota. Edmonton, nonostante i lampi di McDavid (gol e assist), cede sotto i colpi di un attacco che ha già prodotto 16 reti in tre partite. I Ducks, sospinti da un pubblico tornato ai playoff dopo otto anni, si portano così avanti 2-1 nella serie.

La Finlandia e il nucleare, un'idea non proprio buonissima

Foto di Tapio Haaja da Unsplash
La discussione recentemente apertasi in Finlandia sulla possibilità di autorizzare l’importazione e lo stoccaggio di armi nucleari sul proprio territorio nasce dall’idea che la presenza di ordigni atomici possa aumentare il costo di un eventuale attacco e quindi rafforzare la sicurezza nazionale.
Rotislav Ishchenko, autore presso l'edizione ucraina di Ria Novosti, osserva che, in linea teorica, il ragionamento non è infondato: il possesso di armi nucleari non garantisce l’inviolabilità, ma rende qualsiasi aggressione molto più rischiosa. L’esempio che propone è quello della Corea del Nord, capace di dissuadere gli Stati Uniti quando, durante il mandato di Donald Trump, Washington valutò un’azione militare. La semplice dichiarazione di Pyongyang di essere pronta a usare armi nucleari contro le portaerei americane e persino contro il territorio statunitense bastò a far cambiare rotta alla Casa Bianca, che scelse il negoziato. Da allora, nota l’autore, nessuno negli Stati Uniti ha più minacciato apertamente la Corea del Nord.
Tuttavia, Ishchenko sostiene che il paragone con la Finlandia regge solo in parte. Pyongyang dispone di armi nucleari proprie e dei relativi sistemi di lancio, mentre Helsinki si limiterebbe a ospitare ordigni appartenenti ad altri. Inoltre, la Corea del Nord si confronta con un avversario geograficamente distante, e un conflitto potrebbe nascere solo su iniziativa statunitense, dato che Pyongyang non ha la capacità di proiettare forze militari sulle coste americane né di lanciare un attacco intercontinentale su larga scala.
Secondo questa lettura, la deterrenza finlandese sarebbe quindi molto diversa: non basata su un arsenale nazionale, ma sulla presenza di armi altrui, con tutte le implicazioni strategiche e politiche che ne derivano. L’autore lascia intendere che la sicurezza ottenuta in questo modo potrebbe rivelarsi meno solida di quanto Helsinki auspichi.