lunedì 23 febbraio 2026

MICAM 2026: Marche, il distretto calzaturiero punta sull’export

Un momento del dibattito (foto Bordignon)
Al MICAM di Milano il sistema calzaturiero marchigiano si presenta compatto, deciso a rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali. Nel padiglione 1, l’incontro promosso da Confindustria Fermo ha riunito Regione Marche, imprese e Simest, creando un confronto operativo su credito e strategie di sviluppo.
«Il Micam resta la piattaforma internazionale più importante per il comparto», ha ricordato la presidente di Assocalzaturifici, Giovanna Ceolini, sottolineando «il ritorno alla crescita delle quantità e segnali positivi da mercati come la Germania». Per il presidente di Confindustria Fermo, Fabrizio Luciani, la priorità è chiara: «Le associazioni devono ascoltare gli imprenditori e trovare soluzioni insieme. Il distretto di Fermo, Macerata e Ascoli è il cuore della produzione italiana».
Determinante anche il ruolo della Camera di Commercio delle Marche e dell’azienda speciale Linea. «Parlare di export e credito significa parlare di futuro», ha spiegato la presidente Francesca Orlandi. «Gli ordini non sono fermi, ma ottenerli è più difficile: serve agire come sistema e consolidare i mercati».
L’assessore regionale alle Attività produttive, Giacomo Bugaro, ha ribadito l’impegno della Regione: «Dalla Zes all’intelligenza artificiale, abbiamo tanti strumenti a disposizione. Ma vanno calibrati con chi opera sui mercati». Bugaro ha poi richiamato il tema delle infrastrutture: «L’aeroporto deve diventare un perno logistico: stiamo lavorando su dodici nuove destinazioni».
Dal fronte delle imprese, i presidenti delle sezioni calzature di Macerata, Ascoli e Fermo – Achilli, Ubaldi e Fenni – hanno confermato l’importanza della fiera. «Il Micam ci permette di intercettare nuovi mercati», ha detto Achilli. Ubaldi ha aggiunto: «L’export non è solo vendere, ma costruire una presenza strutturata». Fenni ha chiuso con una richiesta chiara: «Per prospettive davvero rosee servono il supporto della Regione e di Simest sul credito».

Altre foto del dibattito (foto Bordignon)


sabato 14 febbraio 2026

Inter-Juventus 3-2: lo scudetto delle 'strane' coincidenze

L'incredibile scena del 'rosso' a Kalulu
L’Inter batte la Juventus per 3-2 e già si parla di scudetto in tasca. Ma più che un trionfo, questo sembra l’ennesimo capitolo di una storia che da anni si regge su episodi “fortunati”, coincidenze che tali non sembrano più. Dal titolo contro i ragazzini della Pro Vercelli allo 'scudetto di cartone', fino ai campionati vinti nell’era senza Juventus: la tradizione delle ombre nerazzurre non conosce pause.
Anche stavolta il copione è lo stesso: un VAR che interviene quando serve e scompare quando non conviene, una gestione dei cartellini che definire creativa è un eufemismo, e un Bastoni che, già ammonito, simula, resta in campo invece di essere espulso e poi esulta come se nulla fosse per l'espulsione incredibile di Kalulu. Una scena che racconta più di mille analisi sulla cultura sportiva di una squadra che da anni vive di “episodi”.
Intanto il Milan, unico vero ostacolo fra i nerazzurri e il titolo, si ritrova senza Rabiot per decisioni arbitrali che definire severe è poco. E così l’Inter, con questa vittoria sporca e nervosa, ottiene il suo primo successo contro una rivale diretta. Un successo che non cancella i dubbi, anzi li alimenta. Perché se questo è il “top” del nostro calcio, non stupisce poi prendere lezioni in Europa.

mercoledì 11 febbraio 2026

Hockey ghiaccio, i sogni olimpici di De Luca e Kostner

Diego Kostner (foto Bordignon)
Tommaso De Luca
, classe 2004, e Diego Kostner, 1992, saranno fra le punte di diamante dell'Italia dell'hockey alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Intercettati da Dario Rigamonti nella 'loro' Svizzera, i giocatori dell'Ambri Piotta hanno parlato dell'avventura olimpica, a cominciare da De Luca.
Quali sono le aspettative per le Olimpiadi dal tuo punto di vista personale, che ruolo pensi avrai?
"Penso che accetterò qualsiasi ruolo che mi verrà dato e che cercherò di portare alla squadra la massima energia e intensità per cercare di vincere ogni partita".
Realisticamente cosa può fare l'Italia ai Giochi, quale potrebbe essere il sogno?
"Quando ci sono queste partite ovviamente sulla carta siamo gli sfavoriti, ma negli scontri diretti non sai mai cosa può succedere, magari l'altra squadra ci prende troppo sottogamba e noi siamo motivati e carichi per quella partita e la porti a casa. Ora come ora, guardando le rose, non saranno partite a nostro favore".
Kostner sarà fra gli assistenti capitano del Blue Team. Persona seria, equilibrata e molto professionale, ha parlato del nuovo coach azzurro, il finlandese Jukka Jalonen. "Con lui tutti sanno esattamente che ruolo hanno in squadra, è molto calmo, però con la sua calma riesce comunque a trasmettere ai nuovi giocatori esattamente la via, il modo in cui vuole preparare e giocare le partite. Inoltre ha una grandissima esperienza soprattutto a livello internazionale, e penso che un allenatore così ci può sicuramente aiutare molto".
Parlaci del tuo ruolo in Nazionale...
"Da quando c'è il nuovo allenatore ho più o meno lo stesso ruolo che ho nell'Ambri Piotta, so esattamente quello che devo fare, è importante che in una squadra tutti sappiano esattamente il proprio ruolo".

E' uscito ed è disponibile il nuovo annuario dell'hockey 2024-25

lunedì 9 febbraio 2026

"Juventus, primo amore", presentata a Milano l'epopea bianconera degli anni '70 e '80

Boniek, Cozzolino e Tardelli (foto Bordignon)
“Juventus. primo amore”
riporta sul grande schermo un decennio che ha segnato la storia del calcio e del Paese. Presentato in anteprima al Torino Film Festival, il documentario di Angelo Bozzolini ricostruisce gli anni 1975-1985, è stato proiettato al cinema Anteo di Milano, alla presenza del regista, oltre che di Marco Tardelli e Zbigniew Boniek.
La decade trattata nel film è quella in cui la Juventus divenne una potenza assoluta, conquistando per la prima volta tutti i trofei nazionali e internazionali disponibili. Ma il film non è solo la celebrazione di una squadra imbattibile: è il ritratto di un’Italia attraversata da tensioni sociali, terrorismo, crisi industriali e profonde trasformazioni culturali.
Bozzolini intreccia immagini d’archivio e testimonianze esclusive di protagonisti e osservatori privilegiati: da Michel Platini a Dino Zoff fino alle voci di Marino Bartoletti, Aldo Cazzullo, Evelina Christillin, Linus, Carlo Nesti e Mariella Scirea. Un coro che restituisce la complessità di un’epoca in cui il calcio diventava specchio del Paese. L’apertura delle frontiere trasformò la Serie A nel campionato più affascinante del mondo, mentre la Juventus, guidata dalla “trimurti” Agnelli–Boniperti–Trapattoni, costruiva una squadra leggendaria capace di dominare in Italia e in Europa.
Il racconto attraversa momenti luminosi e pagine dolorose: la rivalità feroce con il Torino negli anni di piombo, la tragedia dell’Heysel nel 1985, la gloria della Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo l’8 dicembre dello stesso anno. Sullo sfondo, il ricordo commosso di figure come Gaetano Scirea e Paolo Rossi, simboli di un calcio che sapeva unire talento, eleganza e umanità.
Bozzolini sottolinea come quel decennio abbia accompagnato il passaggio dall’Italia della crisi post-miracolo economico all’edonismo degli anni Ottanta, tra boom dei consumi e modernizzazione industriale. In questo scenario, la Juventus non fu solo una squadra vincente, ma un modello di organizzazione, visione e resilienza. "Racconto una grande storia di sport e di vita", ha detto il regista, "in cui un club seppe cambiare il volto del calcio italiano, valorizzando giovani straordinari che contribuirono anche alla vittoria della Coppa del Mondo più romantica di sempre, facendo del bene a Torino e al Paese intero".
Nella conferenza stampa milanese ha poi aggiunto: "Un momento che diventa apicale nella storia del nostro Paese. La cosa che mi interessava molto era la vita di questi uomini, perché dietro al gesto sportivo ci sono dei campioni che vivono una loro quotidianità".
Tardelli ha aggiunto: "Credo che questi siano dieci anni meravigliosi della mia vita, che non si dimenticheranno mai. Certo, ci sono state anche molte difficoltà nello stare nella Juventus, avevamo un presidente molto bravo ma anche molto severo. Ho dei ricordi bellissimi dei compagni".
Quindi Boniek: "Eravamo undici titolari, una squadra di amici in cui non c'era rivalità fra di noi. Oggi le squadre sono vaste, c'è più rivalità fra i calciatori. Ho passato tre anni bellissimi, in cui l'unico rimpianto è stata la finale di Atene. Se rigiocassimo contro l'Amburgo dieci partite, sette le avremmo vinte, due pareggiati e una sola persa. Se avessimo vinto quella finale, questo film sarebbe stato molto più lungo".
C'è stato spazio anche per un stilettata alla Juventus attuale: "Cosa manca alla Juventus di oggi? Manca uno che ami alla Juventus", ha detto Tardelli. "Non ho mai avuto un grandissimo rapporto con Andrea Agnelli, ma almeno lui era sul campo, poteva sbagliare, ma amava la Juventus ed era uno con cui poter parlare. A parte che, ormai, sono entrati i francesi e, nonostante abbiano fatto disastri, continuano a esserci". Inevitabile anche un po' di pepe da parte di Boniek, che se la cava con una battuta: "Come finirebbe tra la squadra di allora e quella di oggi? 1-0. Sì, 1-0 per noi, solo 1-0, perché molti non ci sono più e molti hanno 70 anni...".
"Juventus. Primo amore" è un viaggio nella memoria collettiva, un omaggio a un’epoca irripetibile e a una squadra che ha saputo diventare mito.

mercoledì 4 febbraio 2026

Quando la violenza detta le regole, lo Stato deve rispondere

foto di AJ Colores per Unsplash
Nel Paese reale, quello che ogni giorno si alza presto per lavorare e rispettare le regole, la misura è colma. Da troppo tempo bande giovanili violente, frange estremiste e gruppi organizzati, sollecitati dalla Sinistra e da questa coperta, trasformano le strade in zone franche, imponendo la loro legge fatta di intimidazioni, aggressioni e sopraffazione. Non è protesta: è violenza strutturata, ripetuta, rivendicata. E la gente comune non accetta più che venga raccontata come “attivismo”.
A rendere tutto più grave è l’ambiguità di una parte della politica, che continua a minimizzare o a giustificare questi comportamenti. Quando esponenti istituzionali partecipano a cortei dove lo scontro è programmato, o difendono chi attacca la polizia salvo poi accusare gli agenti di eccessi, non stanno difendendo la democrazia: la stanno indebolendo. Perché chi usa la forza per impedire agli altri di parlare non è un manifestante, è un problema di ordine pubblico.
In questo contesto, la linea di fermezza del governo – sostenuta apertamente da Giorgia Meloni – non è una scelta ideologica, ma una risposta necessaria. La premier ha colto un punto che molti fingono di non vedere: senza regole, senza limiti, senza un confine chiaro tra dissenso e violenza, la convivenza civile si sgretola. E chi rispetta la legge finisce ostaggio di minoranze organizzate che vivono di conflitto.
La richiesta che arriva dal Paese è semplice: che la polizia possa tornare a fare il proprio lavoro senza essere trasformata in bersaglio politico; che chi cerca lo scontro venga fermato prima che possa mettere a rischio persone e beni; che le piazze tornino a essere luoghi di confronto, non di intimidazione.
Perché la libertà non può esistere dove comanda la forza. E lo Stato non può permettere che a dettare le regole siano coloro che della violenza hanno fatto un metodo.