mercoledì 4 febbraio 2026

Quando la violenza detta le regole, lo Stato deve rispondere

foto di AJ Colores per Unsplash
Nel Paese reale, quello che ogni giorno si alza presto per lavorare e rispettare le regole, la misura è colma. Da troppo tempo bande giovanili violente, frange estremiste e gruppi organizzati, sollecitati dalla Sinistra e da questa coperta, trasformano le strade in zone franche, imponendo la loro legge fatta di intimidazioni, aggressioni e sopraffazione. Non è protesta: è violenza strutturata, ripetuta, rivendicata. E la gente comune non accetta più che venga raccontata come “attivismo”.
A rendere tutto più grave è l’ambiguità di una parte della politica, che continua a minimizzare o a giustificare questi comportamenti. Quando esponenti istituzionali partecipano a cortei dove lo scontro è programmato, o difendono chi attacca la polizia salvo poi accusare gli agenti di eccessi, non stanno difendendo la democrazia: la stanno indebolendo. Perché chi usa la forza per impedire agli altri di parlare non è un manifestante, è un problema di ordine pubblico.
In questo contesto, la linea di fermezza del governo – sostenuta apertamente da Giorgia Meloni – non è una scelta ideologica, ma una risposta necessaria. La premier ha colto un punto che molti fingono di non vedere: senza regole, senza limiti, senza un confine chiaro tra dissenso e violenza, la convivenza civile si sgretola. E chi rispetta la legge finisce ostaggio di minoranze organizzate che vivono di conflitto.
La richiesta che arriva dal Paese è semplice: che la polizia possa tornare a fare il proprio lavoro senza essere trasformata in bersaglio politico; che chi cerca lo scontro venga fermato prima che possa mettere a rischio persone e beni; che le piazze tornino a essere luoghi di confronto, non di intimidazione.
Perché la libertà non può esistere dove comanda la forza. E lo Stato non può permettere che a dettare le regole siano coloro che della violenza hanno fatto un metodo.

martedì 3 febbraio 2026

Torino, violenze e ambiguità: perché la linea Piantedosi è oggi necessaria

foto di Tom Caillarec per Unsplash
Gli scontri di Torino non sono stati un semplice episodio di tensione urbana, ma l’ennesima dimostrazione di come gruppi organizzati, spesso legati all’area antagonista e coperti dalla Sinistra (anche quella non estremista), abbiano scelto deliberatamente la strada della violenza.
Il corteo per lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna si è trasformato in un attacco frontale allo Stato, con devastazioni, aggressioni e un chiaro tentativo di mettere in difficoltà le forze dell’ordine.
In questo contesto, la linea del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, appare non solo legittima, ma indispensabile.
Il ministro ha messo i partiti di Sinistra con le spalle al muro e di fronte alle proprie responsabilità, parlando di un “innalzamento del livello dello scontro” e di dinamiche che richiamano metodi squadristici.
Una lettura severa, ma aderente ai fatti: lanci di oggetti, incendi, assalti pianificati. Le forze dell’ordine, schierate in numero massiccio, hanno impedito che la situazione degenerasse ulteriormente, confermando la necessità di un approccio fermo e di misure preventive più incisive.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la presenza, nel corteo, di sigle e gruppi che si presentano come movimenti studenteschi o di solidarietà internazionale, ma che nei fatti hanno scelto di affiancarsi a frange violente. Una zona grigia che non può essere ignorata: quando si marcia accanto a chi cerca lo scontro, si contribuisce a legittimarlo. Ed è qui che emerge il nodo politico più delicato.
Piantedosi ha denunciato apertamente la “copertura politica” che alcuni settori dell’Opposizione avrebbero offerto a questi gruppi, partecipando alla manifestazione e minimizzando le violenze.
Le reazioni indignate di parte della Sinistra parlamentare non cancellano un dato evidente: una parte del mondo politico continua a trattare gli 'antagonisti' come se fossero semplici manifestanti, ignorando la natura eversiva di certe azioni. Questa ambiguità non solo indebolisce la credibilità delle istituzioni, ma rischia di incoraggiare ulteriori episodi di violenza.
La richiesta del ministro di una condanna unanime è rimasta inascoltata. E questo è forse il segnale più allarmante: di fronte a comportamenti che minano la convivenza democratica, il Paese avrebbe bisogno di compattezza, non di distinguo tattici. Le misure proposte – dal rafforzamento degli strumenti di tutela per gli agenti al fermo preventivo per soggetti pericolosi – possono essere discusse, migliorate, calibrate. Ma non possono essere demonizzate da chi, per calcolo politico, preferisce evitare di affrontare il problema alla radice.
In un momento in cui gruppi organizzati cercano lo scontro e mettono a rischio la sicurezza collettiva, la fermezza non è un’opzione ideologica: è un dovere istituzionale. E la politica, tutta, dovrebbe riconoscerlo.

Niger e Russia respingono attacco all’aeroporto di Niamey

Un soldato in azione (foto Specna Arms)
La Russia ha confermato di aver contribuito a respingere l’attacco contro il principale aeroporto del Niger, a Niamey, avvenuto la scorsa settimana e rivendicato dal gruppo Stato Islamico. L’episodio, particolarmente grave per la presenza nello scalo anche di una base militare, ha riportato l’attenzione sul crescente coinvolgimento di Mosca nel Sahel.
Secondo la giunta militare nigerina, i “partner russi” hanno avuto un ruolo decisivo nel contrastare l’assalto, durante il quale sono stati uccisi 20 aggressori e quattro soldati dell’esercito locale sono rimasti feriti.
Il Ministero degli Esteri russo ha parlato di un’operazione congiunta tra il Corpo africano del Ministero della Difesa di Mosca e le forze armate nigerine, condannando “fermamente” l’attacco.
Lo Stato Islamico ha diffuso un video tramite la sua agenzia Amaq, mostrando decine di miliziani armati che sparano nei pressi di un hangar e incendiano un aereo prima di fuggire in moto. Un’azione coordinata e spettacolare, che la giunta del Niger ha attribuito non solo ai jihadisti, ma anche – in modo controverso – al sostegno di Benin, Francia e Costa d’Avorio, accuse che rischiano di alimentare ulteriori tensioni regionali.
Il leader della giunta, Abdourahamane Tiani, ha visitato la base russa per ringraziare personalmente i militari di Mosca per la “professionalità” dimostrata. Un gesto che conferma il crescente asse tra Niamey e il Cremlino, in un contesto in cui la Russia sta ampliando la propria presenza militare e politica nel Sahel, approfittando del vuoto lasciato dalle potenze occidentali.
Dopo l’attacco dell’Ucraina e l’isolamento dall'Occidente, Mosca ha intensificato i rapporti con diversi Paesi africani. Oltre al Niger, istruttori e truppe russe sono stati segnalati in Burkina Faso, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Libia.
Il nuovo Corpo africano russo ha di fatto sostituito il gruppo paramilitare Wagner, assumendo un ruolo ufficiale nelle operazioni di sicurezza.
Secondo il Cremlino, la missione russa nel Sahel mira a “combattere il terrorismo” e “rafforzare la stabilità regionale”. Ma la crescente presenza militare di Mosca in un’area segnata da colpi di Stato, rivalità geopolitiche e insurrezioni jihadiste apre interrogativi sul futuro equilibrio del continente e sul ruolo che la Russia intende giocare nella sua nuova proiezione globale.

lunedì 2 febbraio 2026

Giove ridisegnato: Juno rivela un gigante più piccolo e più complesso

Il pianeta Giove (foto Planet Volumes)
Giove
è più piccolo di quanto si sia creduto per decenni. A rivelarlo è un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy, frutto del lavoro di un vasto team internazionale guidato da Yohai Kaspi ed Eli Galanti, che ha utilizzato i dati ad altissima precisione della missione Juno per ridefinire la forma del gigante gassoso con un’accuratezza mai raggiunta prima.
Per anni, la conoscenza delle dimensioni di Giove si è basata sulle misurazioni delle sonde Voyager e Pioneer degli anni Settanta, strumenti straordinari per l’epoca ma incapaci di cogliere gli effetti dei potenti venti atmosferici che modellano il pianeta. Juno, grazie alle sue occultazioni radio, ha permesso di ridurre l’incertezza delle stime di un ordine di grandezza, offrendo un quadro molto più nitido.
I nuovi dati confermano il marcato rigonfiamento equatoriale del pianeta, dovuto alla rapidissima rotazione: il raggio equatoriale supera quello polare di circa il 7%. Ma soprattutto mostrano che Giove è leggermente più piccolo del previsto. Al livello di pressione di 1 bar, il raggio polare è stato misurato in 66.842 chilometri, quello equatoriale in 71.488 e il raggio medio in 69.886 chilometri. Si tratta di valori inferiori rispettivamente di 12, 4 e 8 chilometri rispetto alle stime precedenti.
Lo studio evidenzia inoltre che i venti sopra le nubi visibili contribuiscono in modo significativo alla forma del pianeta. La loro struttura appare in gran parte barotropica, con variazioni verticali minime: un indizio prezioso per comprendere la dinamica interna di Giove. Questa nuova descrizione suggerisce un’atmosfera più ricca di metalli e più fredda di quanto ipotizzato finora, fornendo vincoli cruciali ai modelli teorici.
La revisione del profilo dei raggi permette anche di risolvere alcune discrepanze storiche tra le misure della sonda Galileo e le temperature ricavate dai dati Voyager. Inoltre, migliora il riferimento spaziale per tutte le osservazioni che dipendono dalla pressione atmosferica, aprendo la strada a interpretazioni più accurate dei processi fisici che governano il pianeta più grande del Sistema solare.
Un risultato che non solo affina la nostra conoscenza di Giove, ma che potrebbe avere implicazioni profonde per lo studio dei giganti gassosi anche al di fuori del Sistema solare.

giovedì 29 gennaio 2026

Epilessia negli anziani: una sfida che richiede diagnosi tempestiva e cure adeguate

foto di Vitaly Gariev per Unsplash
L’epilessia è spesso percepita come una patologia infantile, ma i dati raccontano una realtà diversa: dopo i 75 anni l’incidenza raggiunge il suo picco massimo, superando quella dell’infanzia.
Con l’invecchiamento della popolazione, gli esperti prevedono un aumento significativo dei casi nella terza età, rendendo fondamentale riconoscere e trattare correttamente la malattia.
Nell’anziano l’epilessia rappresenta la terza patologia neurologica più comune, dopo ictus e demenze. Le forme tardive sono spesso legate a danni cerebrali dovuti a malattie cerebrovascolari, infezioni, tumori o patologie degenerative come l’Alzheimer. Tuttavia, fino al 50% dei casi rimane senza causa identificabile, con crisi che colpiscono persone altrimenti in buona salute.
Le crisi più frequenti sono focali, caratterizzate da brevi alterazioni della consapevolezza, rallentamento, disturbi del linguaggio o episodi convulsivi notturni. Proprio la loro natura sfumata porta spesso a diagnosi errate, confuse con problemi cardiovascolari o declino cognitivo.
Una diagnosi tardiva può peggiorare la qualità di vita, fino a quadri di “pseudo-demenza”. Al contrario, gli anziani con epilessie focali idiopatiche rispondono spesso molto bene a basse dosi di farmaci anticrisi.
«Gli anziani hanno più probabilità di beneficiare dei farmaci anticrisi, ma sono anche più sensibili agli effetti collaterali», spiega Carlo Andrea Galimberti, presidente della LICE (Lega Italiana Contro l'Epilessia). I farmaci di nuova generazione, più tollerati e con minori interazioni, rappresentano oggi un’opzione fondamentale.
Anche Laura Tassi, neurologa del Niguarda, ricorda che «un esordio di epilessia sopra i 60 anni è un’evenienza comune», sottolineando l’impatto socio‑economico crescente della malattia.
Alcuni comportamenti corretti possono evitare danni in caso di crisi convulsive:
- proteggere la testa con qualcosa di morbido
- slacciare indumenti stretti
- non aprire forzatamente la bocca
- non bloccare braccia o gambe
- non somministrare acqua o farmaci
- al termine della crisi, mettere la persona su un fianco
Interventi impropri possono essere pericolosi sia per chi ha la crisi sia per chi presta soccorso.
Con oltre 50 milioni di persone colpite nel mondo, l’epilessia è riconosciuta dall’OMS come malattia sociale. Il Piano d’Azione Globale 2022‑2031 punta a migliorare diagnosi, accesso alle cure, sensibilizzazione e tutela dei diritti.
Galimberti sottolinea la necessità di «una rete nazionale di centri specializzati» per garantire assistenza omogenea e integrata.
L’epilessia nell’anziano è dunque una condizione frequente, spesso sottovalutata, ma altamente trattabile. Riconoscerla in tempo significa migliorare la qualità di vita e ridurre il peso di una patologia destinata a crescere con l’invecchiamento della popolazione.