domenica 11 gennaio 2026

Iran in fiamme, verso la fine dell’Ayatollocrazia

foto tratta dal "Daily Telegraph"
L'Iran vive la pena del contrappasso. Dopo che fu la piazza e i giovani a deporre lo scià Reza Pahlavi, distruggendo un sistema di vita sostanzialmente occidentale, uccidendone la femminilità (da più parti si sostiene come le donne persiane siano fra le più belle del mondo), ora i nipoti di quegli stessi giovani vogliono dire basta a quel canceroso sistema islamico che ha portato la Persia (come amano definirla i suoi abitanti) a vivere una dittatura teocratica feroce come poche altre al mondo.
Le piazze iraniane ribollono di una rabbia che non vuole più essere contenuta. Tra barricate improvvisate e cori che invocano la fine del potere assoluto della Guida Suprema, il popolo sfida un sistema che da decenni soffoca ogni libertà. Le proteste, ormai estese e determinate, non sono più semplici manifestazioni: rappresentano un atto d’accusa frontale contro un regime che ha trasformato la religione in strumento di dominio e paura.
La risposta delle autorità conferma la natura del sistema: minacce di impiccagione, definizioni dei manifestanti come “nemici di Dio”, pasdaran mobilitati come in tempo di guerra. È il volto autentico della Repubblica islamica, un apparato che usa la fede come scudo per giustificare repressione, censura e violenza. Il blackout di internet, gli ospedali al collasso, i morti e gli arresti di massa mostrano un potere che teme il proprio popolo più di qualsiasi nemico esterno.
Nonostante ciò, la mobilitazione cresce. Le voci che filtrano da Teheran, Shiraz e Tabriz raccontano di una società stanca di essere governata da un’élite religiosa che pretende obbedienza assoluta e punisce il dissenso come sacrilegio.
Le accuse del regime — secondo cui le proteste sarebbero “manovrate dall’estero” (il che, peraltro, potrebbe anche essere possibile) — rivelano la fragilità di un sistema incapace di riconoscere la legittimità della sofferenza e delle richieste dei suoi cittadini.
Le tensioni internazionali aumentano, ma al centro resta un fatto: milioni di iraniani chiedono la fine di un modello politico che ha trasformato la spiritualità in repressione e la legge in strumento di intimidazione. Gli appelli allo sciopero generale e alla disobbedienza civile mostrano un popolo che non vuole più vivere sotto un’autorità che si proclama divina per sottrarsi al giudizio umano.
I prossimi giorni saranno decisivi. Se il regime sceglierà la strada del sangue, confermerà ancora una volta la natura autoritaria e teocratica che i manifestanti denunciano. Ma se la protesta continuerà a crescere, potrebbe aprirsi una crepa irreversibile in un sistema che da troppo tempo governa attraverso paura, dogma e violenza.