venerdì 5 giugno 2026

Milano Hockey Club, adesso è realtà: la partenza è con il piede giusto

McSorley, Margiotta e Leitner (foto Bordignon)
Milano torna sul ghiaccio. E' stavolta lo fa per davvero. Lo slogan utilizzato per aprire la conferenza stampa di presentazione del Milano Hockey Club ha dapprima destato curiosità, quindi fornito certezze. Il progetto per lanciare la nuova squadra 'Della Madonnina' in ICE Hockey League, non solo esiste, ma pare proprio essere serio.
Merito dei presenti all'evento, a cominciare da Chris McSorley, allenatore di lungo corso alla transenna del Ginevra Servette in National League, condottiero nell'ultima stagione del Sierre in Swiss League, ora 'prestato' ad interim a Milano per aiutare in questa delicata fase di costruzione della squadra, in attesa di un general manager ufficiale. Un volto importante, una garanzia che può avere pesato non poco nella decisione dell'ICE Hockey Milano di accettare il nuovo club che, è stato detto, malgrado il cobra (o presunto tale) sulla schiena delle felpe presentate dai relatori, non avrà alcun 'nick' e si presenterà semplicemente come Milano Hockey Club.
Lo stesso McSorley ha annunciato anche il primo acquisto ufficiale della nuova Milano: si tratta di Nick Saracino, giocatore statunitense nato a St. Louis ma naturalizzato italiano, che in Italia ha militato con Asiago, Bolzano e Val Pusteria. La squadra, comunque, ha proseguito McSorley, è già fatta al completo e, garantisce, ci saranno numerosi giocatori con passaporto italiano (se poi questi siano nati all'estero o nel Belpaese non è stato specificato). "Presto seguiranno altri annunci - ha detto McSorley -, abbiamo lavorato nell’ombra, ma la squadra è praticamente fatta. Il nuovo allenatore? E' già 'on board'”.
A prendere la parola per primo è però stato il presidente della società, Christoph Leitner, principale protagonista del progetto della nuova arena, capienza prevista 3990 posti, a ridosso della Fiera di Rho. "I protagonisti non siamo noi, ma sono gli atleti - ha detto aprendo la conferenza -, i giovani per i quali questa operazione nasce e deve essere sostenibile. Ed è il motivo per cui ci siamo messi insieme ai Milano Devils, che fanno un grande lavoro di 'development'. Importante la cosiddetta 'legacy' delle Olimpiadi: vogliamo provare che questa esiste e che si può costruire veramente qualcosa di positivo. Milano ha una storia enorme, una cultura sportiva". Importante il capitolo palazzetto: "Il nostro è un progetto serio, avremo un impianto provvisorio che, comunque, sarà serio, simile a quello utilizzato per le Olimpiadi. Milano è stata anche accettata per ospitare i Mondiali femminili 2027 e queste sono le cose belle da trasmettere oggi". Lo stesso Leitner, cosa molto importante, ha fatto notare che Milano non usufruirà di deroghe e che potrà (oltre che dovrà) essere pronta per giocare in casa già ai primi di ottobre, con le trasferte ridotte alla sola fine del mese di settembre (l'ICE comincia il 18). La preparazione si svolgerà tra Madesimo e, 'worst case', Vipiteno, mentre si stanno studiando già alcune amichevoli (probabile almeno una con il Sierre).
Importante anche le tempistiche annunciate a margine della conferenza: l'impegno del gruppo a capo della società è di cinque anni per un investimento spalmato di 30 milioni di euro. Ovviamente l'apertura a nuovi sponsor è totale, e in tal senso già diversi incontri sarebbero avvenuti con importanti realtà con sede in Lombardia ma con caratura nazionale.
Marco Margiotta, CEO di House of Doge e principale finanziatore del progetto, ha spiegato le ragioni dell’investimento e gli obiettivi di lungo periodo del Milano Hockey Club, sottolineando il potenziale della città di Milano come piattaforma sportiva, economica e internazionale: “Milano è una delle città più importanti del mondo, non potevo credere che non ci fosse una squadra di hockey professionistica. Voglio rigraziare tutti, in America l'hockey è uno sport molto seguito, io sono cresciuto in una casa italiana, ho unito le due cose e creare una cosa del genere era oltre le mie aspettative, per me è importante creare un club di hockey in una città come Milano, creare un progetto sostenibile. Milano vuole partire per restare. C'è una grande spinta, ma c'è anche un lavoro da fare tutti i giorni".
Ampio spazio è stato dedicato anche allo sviluppo del vivaio. Paolo Florean, vicepresidente della squadra che, fino a pochi giorni fa si chiamava Milano Devils, ha illustrato il percorso che porterà alla creazione di una filiera completa di tutte le categorie con il nuovo nome di Milano HC Prospects: “Giocheremo con gli stessi colori della prima squadra, per creare un’identità di club fin dai più piccoli. Siamo grati a chi oggi sta dando un’opportunità concreta di crescita al movimento hockeistico milanese”. Il presidente del club (ex) rossonero, Udo Portele, ha chiosato: "Ora diamoci dentro".

Stanley Cup 2026, gara-2: Vegas prima il sogno e poi l'incubo, Carolina vince in overtime

"Sudden Seth Overtime": il titolo del sito NHL dice tutto
Sì, è ufficiale. Quella fra Carolina Hurricanes e Vegas Golden Knights promette di essere una delle serie di finale di Stanley Cup più belle viste negli ultimi anni. Anche gara-2, come la prima sfida, si risolve sul filo del rasoio, anzi oltre. Gli Hurricanes si impongono per 4-3 all'overtime, recuperando due reti di svantaggio iniziali, dissipando la vittoria nel finale ma ritornando in sella in un supplementare durato forse troppo poco.
Vegas aveva iniziato come in gara‑1: ordinata, spietata, capace di colpire al momento giusto. Brett Howden ha firmato entrambe le reti del vantaggio, confermando una 'post-season' da record con 13 reti nel carniere: la prima al 13'33", sfruttando un lungo aereo 'aereo' del solito Mitch Marner (16° assist dei playoff per lui)) e, liberatosi di Sean Walker, bravo a freddare Frederik Andersen. La seconda al 27'23", già nel periodo centrale, portandosi a spasso un marcatore feroce come Jaccob Slavin e poi infilando la rete dalla breve distanza. Nel mezzo due belle occasioni per i padroni di casa con Andrei Svechnikov e Sebastian Aho, forse troppo poco per una squadra che aveva bisogno della vittoria come l'acqua nel desert, ma che comunque ha provato e riprovato a scoccare tiri verso la gabbia avversaria (alla fine saranno 26 a testa). La squadra di Rod Brind'Amour è parsa arrancare: linee mescolate, ritmo intermittente, zero profondità offensiva, subito una grande occasione non sfruttata da Taylor Hall. Nel frattempo, da segnalare il ko di Brayden McNabb: il difensore di Vegas, colpito al volto da un disco, è uscito coprendosi con le mani naso e bocca e subito è stato ricoverato in ospedale: un episodio che ha scosso la panchina ma che ha, soprattutto, costretto coach Joe Tortorella a ruotare in difesa cinque giocatori.
Nel terzo periodo, dopo sette minuti, arriva l'occasione che potrebbe chiudere la partita: Marner friceve disco da posizione centrale e lascia partire una saetta che si schianta sulla traversa dopo essere stata deviata provvidenzialmente da Jalen Chatfield. Si entra così negli ultimi dieci minuti, con Vegas che sembra ancora poter gestire la partita ma all’improvviso, il terzo periodo prende fuoco: Logan Stankoven accende la miccia con un’azione personale da predestinato. Ingaggio nella zona difensiva di Vegas vinto da William Karlsson, ma Stankoven si fa sotto, ddietro alla gabbia recupera, accelera, strappa il disco, gira attorno alla porta difesa da Carter Hart e lo infila in 'backhand', sfruttando il tocco di pattino di Jeremy Lauzon. Il Lenovo Center è una bolgia e passano poco più di due minuti che Carolina pareggia: William Carrier trova un grande assist cadendo per Mark Jankowski, la cui staffilata nell'angolino vale il pareggio e la sua prima rete della 'post-season'. A cinque minuti dalla fine esatti arriva la grande occasione per i Golden Knights, con Ivan Barbashev che si crea una doppia chance clamorosa, ma in entrambi i casi, non si sa come, Andersen riesce a metterci una pezza, complice il classico 'mischione' davanti (e dentro) la gabbia. Vegas chiede addirittura il gol, e Tortorella lancia la 'challenge' che, svanita, regala due minuti di power-play ai padroni di casa. Una superiorità che gli Hurricanes sfruttano dopo appena 25 secondi con il 'sempreverde' Jordan Staal, 37 anni e non sentirli. bravo a deviare un disco che sembrava disegnato apposta per lui dopo un tiro secco di Shayne Gostisbehere. Tre gol in poco più di cinque minuti: un ribaltone che ha ricordato a tutti quanto Carolina sappia trasformarsi quando sente l’odore del sangue. Ma Vegas non muore mai. A tre minuti e mezzo dalla sirena Jackson Blake prende due minuti per 'interference' su Barbashev, il 'goalie' ospite va in panca per l'uomo di movimento in più sul ghiaccio ma, pochi secondi dopo la fine senza esito della penalità dei padroni di casa, Mark Stone gela l’arena con la rete del pareggio, sfruttando l’ennesima invenzione di Marner, riprendendo da sotto il puck liberato malamente dalla difesa di casa con la complicità di Andersen. Un colpo al cuore per i 'Canes', che però non hanno perso lucidità.
L’overtime è stato un monologo: pressione, ritmo, occasioni. E quando Tomáš Hertl, l'eroe di gara-1, commette un fallo ingenuo su Staal, il destino bussa alla porta. Seth Jarvis, fin lì quasi invisibile, trova il colpo della rinascita: 'one‑timer' secco dalla sinistra, preciso, imparabile. Il Lenovo Center esplode per la rete che regala la vittoria a Carolina e riporta in parità la serie sull'1-1.
La sfida ora si trasferisce a Las Vegas, con gara-3 che andrà in scena domenica, per una gara che avrà le caratteristiche 'pivotal'. Chi vince potrebbe portare l'inerzia della coppa dalla sua.

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Gara-1: Carolina - Vegas 4-5
 

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"KooKoo", il capolavoro di Debbie Harry benedetto dal 'maestro' Hans R. Giger

La foto della copertina di "KooKoo" tratta da Facebook
La prima parte degli anni '80 è stata quella che, musicalmente parlando, ha forse regalato alcuni fra i dischi migliori che la musica pop internazionale abbia prodotto nell'ultimo mezzo secolo. Opere uniche e originali che, oggi, a quasi 50 anni di distanza sembrano difficili da riprodurre, nell'estetica e nella passione.
E' il caso di "KooKoo", album che Debbie Harry, cantante del gruppo dei Blondie alla sua prima fatica da solista, pubblicò nel 1981, forse l'anno più magico fra tutti quelli del primo lustro degli Eighties. Un titolo bizzarro che, riflette però lo spirito del disco, riferimento al look e alla personalità "strana" e "fuori di testa" di Debbie (in inglese "kook" è un termine slang per dire "persona eccentrica" o "un po' pazza").
Prodotto da Nile Rodgers e Bernard Edwards, direttamente dagli Chic, geni di una musica che parte dalla 'black music' ma si fonde benissimo con il prog del momento mischiato a quel funk riportato in auge nello stesso periodo, in altra forma, da Prince, il disco è un ibrido mix di elettronica che pulsa come un cuore sintetico, linee vocali che oscillano tra seduzione e inquietudine. La voce di Debbie scivola sinuosa ma graffia consapevole del proprio di cantante rock, vera e propria sacerdotessa di un culto ancestrale e al tempo stesso moderno.
In brani come "Jump Jump" e "Now I know You know" un suono cupo proveniente dallo spazio e dal passato accresce il mistero di un disco nobilitato dall'estetica di una copertina disegnata niente meno che dall'artista svizzero Hans Ruedi Giger, il creatore di "Alien" e disegnatore, oltre che scultore di terrificanti che rispecchiano in pieno lo spirito del disco e regalano alla Harry l'occasione di muoversi in maniera istrionica in alcuni video, diretti dallo stesso Giger, completamente trasformata da una tuta scheletrico-organica, trasformata in sgraziata ballerina post-punk, i capelli corvini, invece che biondo platino.
"Surrender", "Backfired" e "Under Arrest" regalano un po' di quel rock caro a Debbie, ma il contesto è completamente diverso. "KooKoo" si presenta come un oggetto alieno: niente più glamour newyorkese, niente più ironia da club. Solo un corpo trafitto da aghi, come nella copertina 'gigeriana' del disco, creata sulla foto di partenza di Brian Aris ma censurata in Inghilterra per il suo forte impatto visivo, quello di un volto che sembra uscito da un rituale biomeccanico, magnetico, impossibile da ignorare, sfuggente a ogni categoria. Un misto, come ebbe a dire la stessa Harry, di punk, agopuntura e sci-fi. Semplicemente unico.

giovedì 4 giugno 2026

Marta Kostyuk ci riprova e accusa le tenniste russe: "Come fanno a dormire?"

Marta Kostyuk (foto tratta da Facebook)
Ci risiamo: la tennista ucraina Marta Kostyuk ci riprova, cercando di rivestire di un peso politico quello che dovrebbe essere un semplice evento sportivo, la semifinale degli Internazionali di Francia di tennis al Roland Garros, che la vedrà opposta alla russa Mirra Andreeva.
Nella palese ricerca di creare pressione sull'avversaria e di attirare verso di sé le simpatie del pubblico, la Kostyuk si butta in un 'refrain' già sentito, quello della guerra e dei russi cattivi che avrebbero attaccato il suo Paese, fino ad arrivare ad affermare: «Non so come si possa dormire tranquilli quando il tuo Paese uccide altra gente», ha dichiarato, spiegando che non stringerà la mano all’avversaria, come fa ormai dal 2022.
La giocatrice ha ricordato come molte atlete russe, tra cui Diana Shnaider e la stessa Andreeva, abbiano ripetuto di voler “solo giocare a tennis”, evitando qualsiasi riferimento al conflitto. Per la Kostyuk, però, questa neutralità sarebbe impossibile da accettare: «Sono tutti adulti, hanno telefoni, Instagram, sanno cosa succede».
La tennista ha raccontato di essersi svegliata con la notizia di nuovi bombardamenti su Kiev e di aver temuto per la propria famiglia. Una pressione che, secondo lei, rende ancora più incomprensibile il silenzio delle colleghe russe.
La Kostyuk ha ribadito che per lei rappresentare l’Ucraina è diventato più importante del risultato sportivo: «Sono qui per il mio Paese, non penso a vincere».
Insomma, una vera dichiarazione di guerra 'sportiva' contro l'avversaria, talento precoce e già cinque titoli WTA nel carnet, ma sconfitta in entrambe le occasioni in cui le due tenniste si sono incrociate.
Sarebbe però da chiedere alla Kostyuk se dormisse sonni altrettanto tranquilli quando nel maggio 2014 estremisti ucraini bruciarono vive 42 persone nell'incendio della Casa dei sindacati di Odessa, o quando, da allora, migliaia di cittadini russi caddero vittime della pulizia etnica del governo golpista di Kiev. O se dorma tranquillamente dopo il lancio di alcuni droni esplosi nelle ultime ore a San Pietroburgo.
La sensazione, come già scritto, è che la 'valorosa combattente di Zelensky' sia solo alla ricerca di un fattore di vantaggio più favorevole per mettere alle corde psicologicamente la giovane avversaria. Veramente una brutta cosa. Specie se detta da una 'sportiva'.

mercoledì 3 giugno 2026

Stanley Cup 2026, gara-1: Vegas 'corsara', supera Carolina in una partita epica

Il sito NHL esalta la vittoria di Vegas
La finale di Stanley Cup 2026 si apre come meglio non si potrebbe con un scintillante 5-4 ottenuto dai Vegas Golden Knights in casa dei Carolina Hurricanes. Due squadre che, nel corso della partita, si sono rincorse e superate fin quasi alla sirena finale ma con gli ospiti che, alla fine, non hanno rubato nulla in attesa della seconda sfida, che si disputerà ancora a Raleigh la sera di giovedì 4 giugno.
Pronti, via, fra gli arbitri 'un certo' Wes McCauley, passano 25 secondi e tanto basta ai Carolina Hurricanes per incendiare gara-1 della finale: Nikolaj Ehlers scappa in 2 contro 1 e infila Carter Hart sotto il guanto, facendo esplodere il Lenovo Center. È l’avvio che ogni squadra sogna, un pugno sul tavolo che conferma l’identità dei 'Canes': pressione, velocità, zero esitazioni. Un minuto dopo potrebbe arrivare già il bis, ma Jaccob Slavin centra la traversa in piena corsa. Carolina vola, il pubblico è una bolgia. Vegas fatica a uscire dalla propria zona, soffocata dalla pressione avversaria. Gli Hurricanes trasformano ogni errore in un’occasione, e al 12'08" arriva il raddoppio: ancora Ehlers, ancora in fuga solitaria, questa volta con un movimento secco tra i gambali: sesto gol per lui nei playoff. La difesa dei Golden Knights è sorpresa durante un cambio, Jack Eichel non riesce a liberare il disco e Jalen Chatfield serve il danese con un passaggio perfetto. E' il 2-0 e sembra l’inizio di una serata lunga per gli ospiti. Ma Vegas non crolla. Al 13'28" Shea Theodore accorcia con un tiro dalla distanza che passa attraverso il traffico. Carolina valuta la possibilità di un 'challenge' per interferenza, poi rinuncia. Il gol ridà fiato ai Golden Knights, che chiudono il periodo in crescita e resistono a un power-play complicato, sfiorando persino il pari con Howden appena uscito dal 'penalty box'. Il primo intervallo arriva sul 2-1, con Carolina avanti nel punteggio e nei tiri (10-3), ma con Vegas di nuovo in partita.
L’inizio del secondo periodo ribalta l’inerzia: dopo appena 30 secondi di gioco Ivan Barbashev trova il 2-2 su assist di Eichel, replicando la rapidità del gol lampo di Ehlers nel primo periodo. I Golden Knights ora pattinano, pressano, credono nella rimonta. E infatti al 24'35" William Karlsson completa il sorpasso: 3-2 per Vegas, silenzio improvviso sugli spalti. Frederik Andersen, fin lì quasi perfetto in tutta la postseason, appare meno sicuro mentre i Knights aumentano ritmo e fisicità. La partita diventa una battaglia di nervi e dettagli, con Carolina che prova a ritrovare ordine e Vegas che gioca con la sicurezza di chi ha già ribaltato serate complicate. Ma gli Hurricanes non mollano. A metà periodo, quando l’inerzia sembra ormai tutta dorata, è il capitano Jordan Staal a rimettere insieme i pezzi: intercetta un disco sanguinoso perso da Hanifin, riceve da Miller e fulmina Hart con un polsino secco sotto la traversa. Il 3-3 riaccende il pubblico e restituisce alla partita il suo equilibrio (16-15 i tiri al 40' per Carolina), quello atteso in una finale tra due squadre capaci di dominare le rispettive conference. Il secondo periodo si chiude con una penalità per Chatfield che rende ancora pericolosa Vegas, ma Andersen stavolta fa buona guardia, aiutato anche dal palo destro, colpito per l'occasione da Tomas Hertl.
Il terzo periodo chiude la panelità di Chatfield, ma dopo un minuto e venti secondi Vegas passa di nuovo: Carolina fatica a liberare il proprio terzo, Theodore prende il disco dalla blù e lo scarica verso la gabbia di Andersen, là dove era pronto alla deviazione Brett Howden, autore così della sua 11.a rete dei playoff. Gli Hurricanes sentono il colpo, Vegas va ancora vicina al gol, usufruisce di una superiorità che potrebbe essere letale, ma gli Hurricanes si difendono con ordine e, ancora una volta, trovano il varco giusto per pareggiare la partita, stavolta con una saetta in diagonale di Shayne Gostisbehere che, dalla sinistra e in azione personale al 51'19", trova il gol del 4-4 sfruttando un passaggio davanti alla gabbia di Stankoven. Entusiasmo sulle tribune, Carolina ritrova spirito e iniziativa. Vegas ci prova, Dorofeyev strappa un disco prezioso in attacco e prova un tiro, fermato da Andersen, mentre dall'altra parte arriva un vero e proprio miracolo di Hart a fermare uno 'shot' a botta sicura di Jarvis. Sul ribaltamento di fronte, a 3'24" dalla fine, arriva la rete che, finalmente, decide la partita: Colton Sissons è bravissimo a pescare Tomáš Hertl con un passaggio 'no look' al centro del terzo offensivo dei padroni di casa, conclusione secca e Andersen che può solo osservare il puck scivolare in rete. Gli ultimi minuti sono convulsi, ma poco costruttivi per Carolina: con 1'47" da giocare si gioca a porta vuota ma i 'Canes', forse più abituati a comandare che a inseguire, si lasciano prendere dall'ansia e giocano male troppi dischi nei momenti decisivi. I Golden Knights strappano così la vittoria e si presenteranno a gara-2 con un vantaggio, oltre che di risultato nella serie, psicologico ottenuto a una condotta di gara spregiudicata: non si recuperano facilmente due reti di svantaggio a una squadra come Carolina. E per giunta in trasferta.

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