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| Lo scudetto preferito dall'Inter è quello che si vince... facile |
Mentre i giornali di parte (in particolare uno di colore rosa) si accingono a decantare il trionfo delle truppe interiste, nel dibattito sul nuovo caso Arbitropoli, un elemento emerge con chiarezza: il modo in cui le inchieste calcistiche vengono raccontate cambia radicalmente a seconda dei soggetti coinvolti. Un principio basilare – l’indagato non è colpevole, e ancor meno lo è chi non è nemmeno indagato – sembra valere a corrente alternata nel racconto mediatico. Una cosa, di sicuro, si è capito: non solo l'Inter 'deve' essere innocente, ma è la vittima, ancora una volta, di un complotto ordito ai suoi danni.
Il confronto con il 2006 resta inevitabile, come sottolinea l'arguto Massimo Zampini in un articolo pubblicato dal quotidiano Tuttosport. All’epoca, il nome Moggiopoli comparve immediatamente, con un colpevole già individuato prima ancora che iniziasse un processo. Il “libro nero” pubblicato dall’Espresso, le anticipazioni di sentenze sui giornali, le ricostruzioni rivelatesi poi inesatte – come quella sui sorteggi arbitrali – contribuirono a creare un clima in cui la difesa era quasi impossibile. Chi provava a contestare il merito, ricordando ad esempio che l’arbitro De Santis penalizzava spesso la squadra ritenuta parte della “Cupola”, veniva ignorato: “conta l’intenzione”, si diceva.
Lo schema si è ripetuto in casi più recenti. Nel caso Suarez, la Juventus fu indicata come responsabile dai media ben prima che dagli atti giudiziari, tanto che il procuratore Cantone denunciò pubblicamente le continue violazioni del segreto istruttorio. Con le plusvalenze, tema a lungo ignorato quando riguardava altre società, l’attenzione si è improvvisamente intensificata: intercettazioni pubblicate quotidianamente, previsioni catastrofiche, pressioni esterne e nessuna domanda sul ruolo della Procura torinese o sulle dichiarazioni pubbliche di alcuni pm.
Nel dibattito rientra anche un altro elemento spesso citato da chi denuncia disparità di trattamento: l’Inter, secondo questa lettura, avrebbe storicamente beneficiato di un contesto favorevole. Viene ricordato che lo scudetto 2006 fu assegnato durante la gestione di Guido Rossi, ex dirigente nerazzurro; che Gianni Infantino ha più volte dichiarato la propria simpatia interista; che Aleksander Ceferin ha ammesso la sua amicizia con Beppe Marotta; che Alessandro Butti, ex Press Officer e Team Manager (oggi si usa così, in inglese e maiuscolo, fa più scena) è oggi il dirigente in Lega che ha 'steso' un calendario 2025-26 che più bello non si sarebbe potuto per la sua ex squadra (e l'anno scorso non era stato da meno); e che alcuni giudici coinvolti in vicende sportive sarebbero notoriamente tifosi interisti. Di più: dopo i clamorosi 'buchi' economici di questi ultimi anni, una squadra incapace di assolvere ai propri debiti come quella milanese, avrebbe dovuto essere retrocessa o radiata, facendo la stessa fine del Chievo o, come accaduto in Scozia, per un'altra 'big' del calcio mondiale, i Rangers. Ma si sa, in Italia per i potenti vige l'impunità, specie se attorno ai potenti giri molto denaro, quello che serve. E così alla fine, il Chievo sparisce, l'Inter solleva lo Scudetto.
Tutti elementi che difficilmente possono rendere credibile un movimento che ha creato un ciclo, quello nerazzurro successivo alla cosiddetta Calciopoli, grazie alla sistematica distruzione di ogni possibile avversaria, per la felicità di un presidente fino ad allora spesso paragonata un menomato mentale dai suoi stessi tifosi (Massimo Moratti) e a una squadra che, sempre gli ultras nerazzurri, andarono a prendere a cinghiate in piazzale Lotto in quello stesso periodo perché stufi di patire continue umiliazioni sul campo. Già, il campo. Un terreno di gioco che l'Inter preferisce evitare, garantita e protetta da ciò che succede altrove.
