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lunedì 6 luglio 2026

Mondiali: Norvegia ai quarti, fiumi di gente per le strade di notte

I tifosi norvegesi riempiono Oslo (dalla tv CNBC)
La Norvegia supera 2-1 il Brasile negli ottavi di finale della Coppa del Mondo di calcio in corso di svolgimento in Centro e Nord America. Guardando la storia si tratta di una autentica impresa, sebbene le squadre in campo e i giocatori abbiano raccontato un'altra storia. Perché ciò che un tempo sarebbe sembrato fantascienza – la Norvegia che elimina il Brasile – oggi appare come la naturale conseguenza di un Mondiale capovolto, dove le gerarchie non sono più quelle di una volta e dove neppure Carlo Ancelotti, il tecnico più vincente della storia, è riuscito a invertire il destino della Seleção.
Il Brasile non vince la Coppa dal 2002 e, con questa eliminazione, vede allontanarsi a ventotto anni il ricordo dell’epoca di Ronaldo e Ronaldinho. Oggi resta solo Vinicius, simbolo di un Brasile minore, più operaio che spettacolare, capace di accendersi a tratti ma non di dominare.
La Norvegia, invece, stupisce solo chi non aveva osservato con attenzione la crescita di Haaland e compagni: una squadra solida, potente, capace finalmente di gestire i momenti decisivi. Controllano, rallentano, colpiscono. E quando arriva il finale, lo fanno con una lucidità che ricorda le grandi.
Haaland è il manifesto di questa trasformazione. Con un colpo di testa e un tiro da fuori, distrugge la Seleção e raggiunge quota sette gol, affiancando Messi e Mbappé nella corsa alla finale. Un segnale che tutto può succedere, che il Mondiale non ha più padroni. Ma la Norvegia non è solo il suo centravanti: il portiere Nyland è decisivo quanto lui, e Solbakken legge la partita con una precisione che punisce ogni errore brasiliano, compreso il rigore sbagliato e le due occasioni clamorose sprecate.
Il 2-1 finale, con il rigore di Neymar al 55’, certifica una realtà che forse riguarda anche l’Italia. Con tutte le nostre debolezze, ora è chiaro che la Norvegia era la peggior avversaria possibile. Una squadra che non perdona, che non si intimidisce, che non guarda la storia ma solo il campo. E che, paradossalmente, avremmo preferito evitare già nelle qualificazioni, magari incrociando una Germania più prevedibile.
La grande sorpresa arriva dalla Norvegia stessa dove, come da foto, a notte fonda, la gente si è riversata nelle strade, complice la chiara notte estiva scandinava, per festeggiare il trionfo sui sudamericani. 

sabato 13 giugno 2026

Milan senza vergogna: dimenticato l'anniversario della morte di Berlusconi

La 'home page' del sito rossonero
Il Milan prosegue nella sua caduta verso il basso e, potendo, riesce ancora di più a scavare nel peggio. Tre anni fa se ne andava Silvio Berlusconi che, in ambito calcistico (ma anche sportivo più in generale), ha segnato la storia della società rossonera e del calcio.
Purtroppo l'attuale società milanista (di cui, francamente, si ignora la reale composizione, sia dei vertici che, a scendere, del resto della nomenclatura, non ha ritenuto necessario doverne ricordare l'anniversario. Una testimonianza in più, se fosse necessario, di quanto sia urgente cacciare i 'mercanti dal tempio rossonero' al più presto, di quanto sia importante la protesta dei tifosi, ma soprattutto una diserzione completa dallo stadio, il rifiuto di abbonarsi, esattamente come hanno fatto i tifosi della Lazio a Roma.

lunedì 25 maggio 2026

Il Milan subisce la migliore sconfitta della sua storia

Un'azione della partita (foto sito AC Milan)
Il Milan perde in maniera rocambolesca in casa 2-1 l'ultima partita della stagione contro il Cagliari. Una sconfitta che preclude ai rossoneri l'ingresso in una Champions League che sembrava cosa già fatta e che invece li fa rotolare nella polvere dell'Europa League.
Ma sarà vera catastrofe? Per i tifosi più improvvidi e creduloni certamente, per coloro invece che, da tempo, hanno cominciato a tifare 'contro', non la storia o il club Milan, ma questa sorta di fake' Milan costruito da una masnada di speculatori stranieri, il cui unico obiettivo è quello di raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo, semplicemente no.
Speculatori per i quali il massimo risultato, non è quello di uno scudetto come quello riservato ai tifosi rossoneri dalla coppia Maldini-Massara, ma un semplice sbiadito ingresso in Champions League che faccia tutti contenti (secondo loro): i tifosi della curva ansiosi di farsi riprendere in televisione, i turisti con maglietta, sciarpa incorporata e famigliola al seguito, ma soprattutto gli esponenti di una dirigenza cancerosa, che avrebbero avuto così l'occasione di giustificare le proprie immonde campagne acquisti, gli investimenti a perdere, le vendite surreali dei giocatori migliori (immaginiamo lo 'stappo' in casa di Theo Hernandez) e i vari 'truschi' con il procuratore amico di turno.
La maggior parte dei tifosi 'da selfie' crede adesso troppo frettolosamente che, senza la Champions, la società si impegnerebbe di meno nella costruzione di una squadra vincente. Ma di quale impegno si parla? Da tre anni Gerry Cardinale e i suoi servi si sono messi d'impegno per smontare la squadra dell'ultimo scudetto, letteralmente inventata da Paolo Maldini e fra le più giovani d'Europa. Anzi, è probabile che, obbligati a risalire la china immediatamente, i dirigenti, o pseudo tali, quelli che arriveranno o che rimarranno, saranno obbligati a investire con maggiore oculatezza per fare arrivare giocatori utili a ritrovare l'agognata competizione, ma anche, come conseguenza, fare degli 'upgrade' necessari per riportare il Milan a lottare realmente per lo scudetto.
Milan fuori dal calcio che conta quindi, come è giusto che sia per ricominciare da zero. Il grande Milan, quello indimenticabile costruito da Silvio Berlusconi, partì dalla Serie B. La gioia del vero milanista di oggi è simile a quella di chi visse Milan-Cavese ieri.

venerdì 8 maggio 2026

Milan, la petizione per cacciare Furlani oltre le 30mila firme

"Furlani Fuera", ecco la petizione da oltre 30mila firme
I tifosi del Milan hanno detto 'stop', con o senza l'aiuto di una 'curva' più spesso connivente che contestatrice della società, il cui appoggio quasi incondizionato al club è stato troppo spesso mascherato come 'aiuto' per la rincorsa alla qualificazione in Champions League della squadra, senza comprendere, o facendo finta di non capire, che l'ingresso nella manifestazione più importante servirà solo come ulteriore foraggiamento di una proprietà che non vuole il 'bene' del Milan, ma solo massimizzare i propri ingressi mantenendo gli investimenti al minimo.
Nasce così la petizione su Change e indirizzata contro, un po' inspiegabilmente, il solo Giorgio Furlani, 'braccio armato' della proprietà rappresentata da Gerry Cardinale. Ma tant'è, come si dice a Milano, "piutost che nient, l'è mej piutost".
Della petizione han dato notizia quasi tutti, un 'quasi' dovuto dall'assenza ingiustificata, oggi come durante la contestazione dei tifosi milanisti nella passata stagione all'ultima giornata, della "Gazzetta dello Sport". In tre giorni di vita ha abbondantemente superato le 30mila firme, unendo finalmente i milanisti più critici da sempre a quelli convertitisi all'ultimo momento, dopo avere funzionato come 'tromboni' del club.
L'incipit della petizione arriva subito al dunque partendo da "Il Problema": "La gestione di Giorgio Furlani nel ruolo di Amministratore Delegato dell’AC Milan rappresenta oggi uno dei principali ostacoli allo sviluppo sportivo e identitario del club. L’impostazione adottata appare rigidamente orientata a logiche finanziarie, con una sistematica subordinazione dell’area sportiva alle esigenze di bilancio. Questo approccio, lungi dal garantire equilibrio, ha prodotto un progressivo impoverimento della visione competitiva, trasformando una società storicamente ambiziosa in una realtà percepita come priva di direzione sportiva chiara". Il tutto con una conclusione che appare inappellabile: "La combinazione di tecnocrazia gestionale, debolezza nella leadership sportiva e carenza di visione sta contribuendo a un progressivo ridimensionamento delle ambizioni del Milan, con il rischio concreto di compromettere competitività, identità e attrattività del club nel medio-lungo periodo. Alla luce di queste evidenze, la permanenza di Giorgio Furlani alla guida del club non appare più sostenibile. La sua gestione è oggi percepita come incompatibile con le esigenze di rilancio sportivo e con i valori storici dell’AC Milan. Per questo, si richiede con fermezza un immediato cambio ai vertici societari e le dimissioni dell’attuale Amministratore Delegato".

lunedì 4 maggio 2026

Inter campione, lo scudetto dei morti viventi

Lo scudetto preferito dall'Inter è quello che si vince... facile
L'Inter vince il suo ennesimo scudetto (il numero rimane incerto, conta quello di 'cartone'?) ma, anche in questo caso sono tanti a diversi i sospetti che aleggiano sopra l'ennesima vittoria 'condita' da illazioni che circondano la squadra nerazzurra come un alone di fumo tossico.
Mentre i giornali di parte (in particolare uno di colore rosa) si accingono a decantare il trionfo delle truppe interiste, nel dibattito sul nuovo caso Arbitropoli, un elemento emerge con chiarezza: il modo in cui le inchieste calcistiche vengono raccontate cambia radicalmente a seconda dei soggetti coinvolti. Un principio basilare – l’indagato non è colpevole, e ancor meno lo è chi non è nemmeno indagato – sembra valere a corrente alternata nel racconto mediatico. Una cosa, di sicuro, si è capito: non solo l'Inter 'deve' essere innocente, ma è la vittima, ancora una volta, di un complotto ordito ai suoi danni.
Il confronto con il 2006 resta inevitabile, come sottolinea l'arguto Massimo Zampini in un articolo pubblicato dal quotidiano Tuttosport. All’epoca, il nome Moggiopoli comparve immediatamente, con un colpevole già individuato prima ancora che iniziasse un processo. Il “libro nero” pubblicato dall’Espresso, le anticipazioni di sentenze sui giornali, le ricostruzioni rivelatesi poi inesatte – come quella sui sorteggi arbitrali – contribuirono a creare un clima in cui la difesa era quasi impossibile. Chi provava a contestare il merito, ricordando ad esempio che l’arbitro De Santis penalizzava spesso la squadra ritenuta parte della “Cupola”, veniva ignorato: “conta l’intenzione”, si diceva.
Lo schema si è ripetuto in casi più recenti. Nel caso Suarez, la Juventus fu indicata come responsabile dai media ben prima che dagli atti giudiziari, tanto che il procuratore Cantone denunciò pubblicamente le continue violazioni del segreto istruttorio. Con le plusvalenze, tema a lungo ignorato quando riguardava altre società, l’attenzione si è improvvisamente intensificata: intercettazioni pubblicate quotidianamente, previsioni catastrofiche, pressioni esterne e nessuna domanda sul ruolo della Procura torinese o sulle dichiarazioni pubbliche di alcuni pm.
Nel dibattito rientra anche un altro elemento spesso citato da chi denuncia disparità di trattamento: l’Inter, secondo questa lettura, avrebbe storicamente beneficiato di un contesto favorevole. Viene ricordato che lo scudetto 2006 fu assegnato durante la gestione di Guido Rossi, ex dirigente nerazzurro; che Gianni Infantino ha più volte dichiarato la propria simpatia interista; che Aleksander Ceferin ha ammesso la sua amicizia con Beppe Marotta; che Alessandro Butti, ex Press Officer e Team Manager (oggi si usa così, in inglese e maiuscolo, fa più scena) è oggi il dirigente in Lega che ha 'steso' un calendario 2025-26 che più bello non si sarebbe potuto per la sua ex squadra (e l'anno scorso non era stato da meno); e che alcuni giudici coinvolti in vicende sportive sarebbero notoriamente tifosi interisti. Di più: dopo i clamorosi 'buchi' economici di questi ultimi anni, una squadra incapace di assolvere ai propri debiti come quella milanese, avrebbe dovuto essere retrocessa  o radiata, facendo la stessa fine del Chievo o, come accaduto in Scozia, per un'altra 'big' del calcio mondiale, i Rangers. Ma si sa, in Italia per i potenti vige l'impunità, specie se attorno ai potenti giri molto denaro, quello che serve. E così alla fine, il Chievo sparisce, l'Inter solleva lo Scudetto.
Tutti elementi che difficilmente possono rendere credibile un movimento che ha creato un ciclo, quello nerazzurro successivo alla cosiddetta Calciopoli, grazie alla sistematica distruzione di ogni possibile avversaria, per la felicità di un presidente fino ad allora spesso paragonata un menomato mentale dai suoi stessi tifosi (Massimo Moratti) e a una squadra che, sempre gli ultras nerazzurri, andarono a prendere a cinghiate in piazzale Lotto in quello stesso periodo perché stufi di patire continue umiliazioni sul campo. Già, il campo. Un terreno di gioco che l'Inter preferisce evitare, garantita e protetta da ciò che succede altrove.

domenica 3 maggio 2026

L'Udinese e il terremoto del 1976, una commemorazione ben riuscita

Foto tratta da Facebook
Nel 50° anniversario del terremoto del Friuli del 1976, la giornata organizzata dall’Udinese ha mostrato quanto il calcio, quando vuole, sappia diventare memoria. La società bianconera ha costruito un evento sobrio, partecipato e profondamente rispettoso, capace di unire generazioni diverse nel ricordo dell’Orcolat (l''orco cattivo' delle leggende locali con cui, nell'immaginario collettivo, è stato denominato il sisma che sconvolse la regione).
La maglietta commemorativa, andata esaurita in poche ore, è diventata il simbolo di questa partecipazione, pur con qualche polemica sul prezzo (94 euro) e la mancata beneficenza: chi però in questi anni ha scritto libri o realizzato documentari sul terremoto non ha certo lavorato gratuitamente, e il gesto degli sponsor – che hanno lasciato spazio alla sola scritta “Il Friuli ringrazia e non dimentica” – parla da sé.
Tra i momenti più intensi, l’esecuzione dello storico "Stelutis Alpinis" (ripreso anche, in lingua italiana, da Francesco De Gregori) della Julia e il battimani ritmato dello stadio, così come la presenza di centinaia di volontari della Protezione civile, memoria vivente di un modello nato proprio in Friuli. La sfilata dei 45 sindaci dei Comuni colpiti ha ricordato l’estensione e la ferita profonda di quel 1976.
Il minuto di silenzio è stato qualcosa di unico: 25 mila persone immobili, un silenzio assoluto rotto solo da un paio di notifiche sui telefonini. E l’urlo “Grazie alpini” al termine ha chiuso un momento da brividi. Significativo anche il lavoro fatto con la squadra, preparata all’evento attraverso filmati e testimonianze per far comprendere ai giocatori cosa rappresenti quel terremoto per il Friuli.
La vittoria finale per 2-0 sul Torino (una squadra che, dopo la tragedia di Superga) vanta numerosi sostenitori in regione) ha trasformato la commemorazione in una festa completa, ma il senso della giornata andava oltre il risultato. Ancora una volta l’Udinese ha dimostrato di essere un simbolo autentico di questa terra: cambiano proprietà, categorie e giocatori, ma il legame tra i friulani e il bianconero resta immutabile.

venerdì 1 maggio 2026

In Serie B l'anno prossimo il trionfo dei derby veneti

Il Padova salvatosi in B (foto Padova Calcio - Facebook)
La stagione della Serie B 2026-27 si preannuncia quanto mai affascinante per la Regione Veneto, con tre squadre molto probabilmente al via, divise fra loro da rivalità estreme e che riporteranno in auge derby da troppo tempo dimenticati.
Una contro l'altra si ritroveranno via via il Vicenza, che ha ottenuto una storica e dominante promozione dalla Serie C, il Padova, che proprio questa domenica ha avuto la certezza della permanenza in cadetteria, e quasi certamente il Verona (ci perdoneranno gli scaligeri), la cui retrocessione dalla Serie A non è matematica ma, con quattro giornate ancora da giocare e solo 12 punti a disposizione, staccati di 10 punti dalla salvezza, sembra davvero cosa purtroppo già fatta. Il tutto mentre il Venezia stacca il biglietto per la 'massima serie', in cui, a rappresentare il Triveneto, troverà la sola Udinese, per un'altra sfida forse non sentitissima ma di antica data.
Difficile dire quale sarà la sfida più sentita, probabilmente il derby veneto per eccellenza tra Verona (vincitore di uno Scudetto) e Vicenza (una Coppa Italia in bacheca), ma anche il Padova vorrà dire la sua, sia contro i 'cugini' gialloblù che contro quelli 'biancorossi'.
Siano tutti pronti a segnarsi le date: i derby del Veneto che si giocheranno la prossima stagione saranno tutte sfide da non perdersi.

domenica 19 aprile 2026

Scozia: il Dunfermline Athletic torna a sognare, da Lilliput alla finale di coppa

Foto tratta dal sito del Dunfermline Athletic
Il Dunfermline Athletic ha firmato una delle imprese più sorprendenti della stagione scozzese, conquistando la finale di Coppa di Scozia per la sesta volta nella sua storia.
La squadra di Neil Lennon (storico ex giocatore e allenatore del Celtic) ha superato il Falkirk in una semifinale tesissima disputata all’Hampden Park di Glasgow, riempito da 25.237 spettatori, chiusa sullo 0-0 dopo 120 minuti e decisa ai rigori con un 4-2 che ha fatto esplodere di gioia i tifosi dei Pars.
Una vittoria che riporta il club, militante nello Scottish Championship (la seconda serie del calcio scozzese) all’ultimo atto della competizione per la prima volta dal 2007, confermando un percorso straordinario in questa edizione del torneo.
La partita è stata caratterizzata da poche occasioni nitide e da un’intensità crescente minuto dopo minuto. Il Dunfermline avrebbe potuto sbloccarla già nei primi istanti con Callumn Morrison, che ha fallito un’occasione clamorosa davanti a Scott Bain. Il Falkirk ha poi preso campo, ma senza trovare la precisione necessaria per impensierire davvero Aston Oxborough. Anche i supplementari non hanno cambiato l’inerzia della gara: tanta lotta, pochissimo spazio per il bel gioco e un equilibrio che sembrava destinato a non spezzarsi.
Dal dischetto, però, la squadra di Lennon ha mostrato una freddezza impeccabile, trasformando tutti i propri tentativi e trovando nel rigore decisivo di Tashan Oakley-Boothe il pass per la finale.
Un traguardo che assume un valore ancora più significativo se si considera il cammino dei Pars: sulla loro strada sono cadute Hibernian, Aberdeen e ora Falkirk, tutte squadre di categoria superiore o comunque più accreditate.
Il club, che nella sua storia ha sollevato la Coppa di Scozia due volte (1961 e 1968), torna così a giocarsi un trofeo che mancava da decenni.
L’impresa ha un sapore speciale per giocatori e tifosi: il capitano Chris Hamilton ha parlato di “giornata folle, un sogno diventato realtà”, sottolineando la forza del gruppo e la capacità di soffrire nei momenti più difficili.
Ora l’appuntamento è per il 23 maggio, sempre ad Hampden, contro la vincente di Celtic–St Mirren.

domenica 5 aprile 2026

Dopo l'Italinter fuori dal Mondiale ritorna il campionato dei piagnoni nerazzurri

Uno dei tanti 'meme' circolanti su Alessandro Bastoni
Eliminata dalla Bosnia nello spareggio mondiale, l’Italia del calcio ha trovato almeno un primato: quello del vittimismo più creativo dell’anno. Altro che pressing alto, qui si gioca a chi piange più forte. E in testa alla classifica, manco a dirlo, c’è quell'Inter che, proprio grazie alla lacrima facile ha ottenuto nella propria storia quasi più trofei di quelli vinti sul campo.
Un vizio che, evidentemente, chi veste quella maglia fatica a perdere. Si prenda il caso di Alessandro Bastoni, vergognoso protagonista di una squallida sceneggiata che ha portato all'espulsione di Pierre Kalulu in una partita, Inter-Juventus che, quanto meno per i bianconeri, decisiva lo è stata, creando loro non poche difficoltà nel prosieguo del torneo. Invece di recapitare le classiche e scontate, dall'ambiente Inter arrivavano clamorose spallucce e, anzi, il colmo, venivano recapitate alla società torinese controaccuse paradossali.
Lo stesso Bastoni causa prima della propria espulsione (ah, il karma) che ha portato all'eliminazione dell'Italia ai Mondiali della pelota. Ma, guai a toccare il 'pupo' prediletto di Casa Marotta: i giornali hanno fatto a gara nel tracciarne profili di demoralizzazione psichica e c'è stato perfino un buontempone che ha èpensato bene di recapitargli in dono il Premio Rosa Camuna (tutti avevano immaginato a un titolo di "Lercio", ma così non era).l’asse nerazzurro, che negli ultimi giorni ha prodotto più lamenti che tiri in porta. Insomma, la linea 'da seguire' per i media è “non disturbare il talento”, che poi magari si offende. Peccato che proprio così talento non sia, a meno che non si giochi nel campionato italiano delle patate.
Degno compare di Bastoni è Federico Di Marco, uno di quelli 'interisti dentro', tipo da curva, uno di quelli che alle sconfitte dell'avversario ci gode, anzi, ci stragode, chiedere al portiere del Verona per maggiori informazioni. Una volta di più, nemmeno per una vittoria della sua squadra, ma per il passaggio del turno della Bosnia ai rigori contro il Galles. Un godimento che (anche lì il karma ci ha messo lo zampino) si è poi dovuto rimangiare con gli interessi dopo l'uscita, sempre ai rigori, contro la formazione della ex-Jugoslavia.
Non dimentichiamoci delle minacce poi rivolte da Francesco Acerbi a un tifoso che lo prendeva in giro dopo la sconfitta nella finale di Champions League.
Ora, dopo un campionato in cui la manina, il fischietto e la VAR arbitrale ha spesso molto più dato all'Inter che agli avversari (o meglio, questo la stagione passata, in questa ha tolto più agli avversari in maniera molto più accorta) l’ambiente interista parla di torti, di furti, di complotti. Una tradizione consolidata che affonda le proprie radici da Massimo Moratti in poi, passando da José Mourinho e le manette, per una squadra il cui 'ciclo' vero e unico è cominciato per la grazia di un dirigente federale che, fino a poco tempo prima, era un suo dirigente. Guido Rossi che, oggi, ahilui, non potrebbe nemmeno volendo testimoniare il contrario. Seguendo un copione consolidato anche il tecnico all'apparenza più morigerato, come Cristian Chivu, ha cominciato ad alzare cortine fumogene e sollevando la presenza di possibili fantasmi: "Vedo, sento, ascolto cose che non hanno a che fare con i valori dello sport che io ho, la gogna mediatica dopo la Juve io non l’ho vista per altri episodi simili. Quando ci sono episodi a sfavore dell’Inter non si dice nulla, spiegatevi voi perché. Chi è primo in Italia è sempre il più odiato…". Queste le sue parole prima di Inter-Roma.
Il paradosso è che proprio chi si sente sempre derubato finisce per essere il più coccolato dal sistema. E forse è questo il punto: quando vivi in una bolla dove ogni critica è lesa maestà, è normale che poi certi atteggiamenti diventino la norma. L’Inter, che da anni si racconta come vittima designata, sembra aver creato un habitat perfetto per generare giocatori, tecnici, dirigenti e tifosi convinti che il mondo ce l’abbia con loro.

mercoledì 25 febbraio 2026

Inter fuori dalla Champions grazie all'ex milanista Hauge

Hauge ha regalato un'altra gioia ai milanisti
In Italia vola, in Europa affonda. È un classico intramontabile degli ultimi anni, quasi una tradizione folkloristica: l’Inter che domina tra rigori generosi, espulsioni creative e calendari “fortunati”, e poi si scioglie appena varca i confini. Stavolta il naufragio arriva contro il Bodø/Glimt, e non c'è bisogno di aspettare maggio. Le cinque 'pere', stavolta sciolte in due gare, arrivano a febbraio, ai limiti del Carnevale Ambrosiano, feste in maschera e pagliacci in maglietta calcistica.
I norvegesi a San Siro passano 2-1 dopo il 3-1 dell’andata. Una squadra solida, organizzata, niente di trascendentale: insomma, l’esatto identikit di ciò che manda in tilt i nerazzurri quando non c’è una formazione sdraiata e partecipante alla Marotta League a rimettere le cose a posto.
La partita è un compendio di autolesionismo. Akanji regala il primo gol, Thuram sbaglia l’impossibile, Evjen chiude i conti con un destro che spegne anche le ultime illusioni. Bastoni segna il classico gol “per le statistiche”, quello che serve solo a rendere meno amara la grafica finale.
Il dopo gara è un piccolo capolavoro di autoassoluzione. Barella, sorridente come se avesse appena vinto un torneo aziendale, si aggrappa al rigore dato al Liverpool nel turno precedente: «Saremmo passati direttamente, ci hanno mandato ai playoff». Una linea difensiva impeccabile: quando si vince è merito, quando si perde è colpa degli arbitri… ma solo quelli europei, evidentemente meno sensibili al fascino nerazzurro.
Ora testa al Genoa, capitato giusto giusto dopo l’eliminazione, come prima era capitato il Lecce dopo l’andata. Coincidenze? Certo, come la mano “fortunata” di Andrea Butti, curiosamente per molti anni nello staff dirigenziale interista, nella compilazione dei calendari. Un modo perfetto per ricaricare le batterie e tornare a dominare il campionato, dove – si sa – l’aria è più leggera, i fischi più dolci e gli ostacoli molto più morbidi.
In Europa, invece, niente da fare: lì non basta. E infatti si esce. 'Regolarmente'.

sabato 14 febbraio 2026

Inter-Juventus 3-2: lo scudetto delle 'strane' coincidenze

L'incredibile scena del 'rosso' a Kalulu
L’Inter batte la Juventus per 3-2 e già si parla di scudetto in tasca. Ma più che un trionfo, questo sembra l’ennesimo capitolo di una storia che da anni si regge su episodi “fortunati”, coincidenze che tali non sembrano più. Dal titolo contro i ragazzini della Pro Vercelli allo 'scudetto di cartone', fino ai campionati vinti nell’era senza Juventus: la tradizione delle ombre nerazzurre non conosce pause.
Anche stavolta il copione è lo stesso: un VAR che interviene quando serve e scompare quando non conviene, una gestione dei cartellini che definire creativa è un eufemismo, e un Bastoni che, già ammonito, simula, resta in campo invece di essere espulso e poi esulta come se nulla fosse per l'espulsione incredibile di Kalulu. Una scena che racconta più di mille analisi sulla cultura sportiva di una squadra che da anni vive di “episodi”.
Intanto il Milan, unico vero ostacolo fra i nerazzurri e il titolo, si ritrova senza Rabiot per decisioni arbitrali che definire severe è poco. E così l’Inter, con questa vittoria sporca e nervosa, ottiene il suo primo successo contro una rivale diretta. Un successo che non cancella i dubbi, anzi li alimenta. Perché se questo è il “top” del nostro calcio, non stupisce poi prendere lezioni in Europa.

lunedì 9 febbraio 2026

"Juventus, primo amore", presentata a Milano l'epopea bianconera degli anni '70 e '80

Boniek, Cozzolino e Tardelli (foto Bordignon)
“Juventus. primo amore”
riporta sul grande schermo un decennio che ha segnato la storia del calcio e del Paese. Presentato in anteprima al Torino Film Festival, il documentario di Angelo Bozzolini ricostruisce gli anni 1975-1985, è stato proiettato al cinema Anteo di Milano, alla presenza del regista, oltre che di Marco Tardelli e Zbigniew Boniek.
La decade trattata nel film è quella in cui la Juventus divenne una potenza assoluta, conquistando per la prima volta tutti i trofei nazionali e internazionali disponibili. Ma il film non è solo la celebrazione di una squadra imbattibile: è il ritratto di un’Italia attraversata da tensioni sociali, terrorismo, crisi industriali e profonde trasformazioni culturali.
Bozzolini intreccia immagini d’archivio e testimonianze esclusive di protagonisti e osservatori privilegiati: da Michel Platini a Dino Zoff fino alle voci di Marino Bartoletti, Aldo Cazzullo, Evelina Christillin, Linus, Carlo Nesti e Mariella Scirea. Un coro che restituisce la complessità di un’epoca in cui il calcio diventava specchio del Paese. L’apertura delle frontiere trasformò la Serie A nel campionato più affascinante del mondo, mentre la Juventus, guidata dalla “trimurti” Agnelli–Boniperti–Trapattoni, costruiva una squadra leggendaria capace di dominare in Italia e in Europa.
Il racconto attraversa momenti luminosi e pagine dolorose: la rivalità feroce con il Torino negli anni di piombo, la tragedia dell’Heysel nel 1985, la gloria della Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo l’8 dicembre dello stesso anno. Sullo sfondo, il ricordo commosso di figure come Gaetano Scirea e Paolo Rossi, simboli di un calcio che sapeva unire talento, eleganza e umanità.
Bozzolini sottolinea come quel decennio abbia accompagnato il passaggio dall’Italia della crisi post-miracolo economico all’edonismo degli anni Ottanta, tra boom dei consumi e modernizzazione industriale. In questo scenario, la Juventus non fu solo una squadra vincente, ma un modello di organizzazione, visione e resilienza. "Racconto una grande storia di sport e di vita", ha detto il regista, "in cui un club seppe cambiare il volto del calcio italiano, valorizzando giovani straordinari che contribuirono anche alla vittoria della Coppa del Mondo più romantica di sempre, facendo del bene a Torino e al Paese intero".
Nella conferenza stampa milanese ha poi aggiunto: "Un momento che diventa apicale nella storia del nostro Paese. La cosa che mi interessava molto era la vita di questi uomini, perché dietro al gesto sportivo ci sono dei campioni che vivono una loro quotidianità".
Tardelli ha aggiunto: "Credo che questi siano dieci anni meravigliosi della mia vita, che non si dimenticheranno mai. Certo, ci sono state anche molte difficoltà nello stare nella Juventus, avevamo un presidente molto bravo ma anche molto severo. Ho dei ricordi bellissimi dei compagni".
Quindi Boniek: "Eravamo undici titolari, una squadra di amici in cui non c'era rivalità fra di noi. Oggi le squadre sono vaste, c'è più rivalità fra i calciatori. Ho passato tre anni bellissimi, in cui l'unico rimpianto è stata la finale di Atene. Se rigiocassimo contro l'Amburgo dieci partite, sette le avremmo vinte, due pareggiati e una sola persa. Se avessimo vinto quella finale, questo film sarebbe stato molto più lungo".
C'è stato spazio anche per un stilettata alla Juventus attuale: "Cosa manca alla Juventus di oggi? Manca uno che ami alla Juventus", ha detto Tardelli. "Non ho mai avuto un grandissimo rapporto con Andrea Agnelli, ma almeno lui era sul campo, poteva sbagliare, ma amava la Juventus ed era uno con cui poter parlare. A parte che, ormai, sono entrati i francesi e, nonostante abbiano fatto disastri, continuano a esserci". Inevitabile anche un po' di pepe da parte di Boniek, che se la cava con una battuta: "Come finirebbe tra la squadra di allora e quella di oggi? 1-0. Sì, 1-0 per noi, solo 1-0, perché molti non ci sono più e molti hanno 70 anni...".
"Juventus. Primo amore" è un viaggio nella memoria collettiva, un omaggio a un’epoca irripetibile e a una squadra che ha saputo diventare mito.

lunedì 26 gennaio 2026

Fabio Capello e la passione per l'olio: "Innamorato degli ulivi"

Fabio Capello
Il legame tra Fabio Capello e Pantelleria è una storia che affonda le radici nella terra scura dell’isola, tra muretti a secco, vento incessante e colture che richiedono pazienza e dedizione.
Da anni l’ex allenatore ha scelto l'isola siciliana come rifugio e come luogo dell’anima, un approdo dove il tempo sembra rallentare e dove la natura detta le sue regole con una forza che non ammette compromessi. Proprio da questo rapporto profondo nasce la sua attenzione per l’ulivo pantesco, simbolo di resilienza e di un’agricoltura che vive in equilibrio con gli elementi.
Nel gennaio 2026 Capello ha partecipato a un panel dedicato agli ulivi dell’isola all’interno dello storico evento Olio Officina Festival, giunto ormai alla sua 15.a edizione e svoltosi a Rho, portando la sua testimonianza di appassionato e custode di un piccolo patrimonio agricolo personale.
Intervistato alla fine della manifestazione, ha raccontato come tutto sia iniziato quasi per caso: “Fra gli alberi del giardino della mia casa di Pantelleria c’erano anche degli ulivi. Ho cominciato a innamorarmi di questa terra”. Da quell’incontro spontaneo è nata una curiosità che si è trasformata in impegno, fino alla produzione di un olio che Capello descrive con orgoglio: “Un prodotto meraviglioso, che si avvicina molto agli oli liguri, molto delicato. Ho le mie bottiglie d’olio che vanno agli amici, molto contenti di accettare questo prodotto”.
L’ulivo pantesco, con la sua forma bassa e allargata, è una presenza unica nel panorama agricolo italiano. Capello lo racconta con rispetto, quasi con affetto: “È un ulivo strisciante che, a causa del vento, non può avere un’altezza importante”. Una pianta che sopravvive piegandosi, mai spezzandosi, e che incarna perfettamente lo spirito dell’isola.
Nel rapporto tra Capello e Pantelleria c’è qualcosa che va oltre la semplice passione per l’olio: c’è la scoperta di un ritmo diverso, di un modo di vivere che restituisce autenticità. Un legame che continua a crescere, stagione dopo stagione, come gli ulivi che custodisce.

mercoledì 21 gennaio 2026

L'Arsenal svela il bluff dell'Inter, tre gol e tutti a casa

Il sito dell'Arsenal dedicato alla vittoria dei Gunners
Ancora una volta l'Inter esce a mani vuote dal campo dopo avere incontrato una squadra pari grado, più o meno. E' successo nel mediocre campionato italiano, succede anche in Europa, in Champions League, con la squadra di Cristian Chivu sconfitta a San Siro per 3-1 dall'Arsenal, al momento una delle squadre più forti d'Europa.
In Serie A gli interisti sono andati incontro a ko contro Juventus, Milan e Napoli (pareggio nel ritorno), solo una vittoria striminzita (e non molto meritata) contro la Roma, ovvero le quattro squadre che li seguono in graduatoria, lasciando da parte le altre, medie e medio-piccole, contro cui i nerazzurri maramaldeggiano senza troppi problemi. A questo si aggiunge l'eliminazione dalla Supercoppa italiana nell'unica gara disputata, quella con il Bologna.
In Europa, in Champions League, dopo quattro vittorie contro formazioni dal palmares europeo analfabeta sono arrivate tre sconfitte in fila contro Atletico Madrid, Liverpool e Arsenal.
Il totale stagionale parla di 7 partite perse sulle 28 disputate.
Fra le mura nazionali i ko in serie non hanno impedito ai nerazzurri di guidare la classifica, confermando l'impalpabilità della Serie A, in Europa, invece, le cose si fanno un po' diverse. Un dato inoppugnabile che l'Arsenal visto a San Siro ha messo drammaticamente a nudo.

martedì 20 gennaio 2026

Al gol di Füllkrug... un urlo mai sentito

La storica esultanza di Joe Jordan contro l'Inter
Il Milan supera il Lecce con un gol di testa di Niclas Füllkrug e la mente del tifoso milanista corre all'indietro verso tempi ancora più bui di quelli attuali. Se la squadra di oggi è preda delle follie manageriali di un gruppo di personaggi più propensi all'interesse personale che a quello del club e dedicati a uno sperpero senza giustificazione delle risorse del club, la situazione, all'inizio degli anni '80, era perfino peggiore, sebbene il Milan di allora fosse costituito da quell'ossatura di giocatori che gli avrebbe poi consentito di dominare il mondo.
La squadra rossonera arrivava dalla vittoria del campionato di Serie B 1980-81 e, in attesa di quello successivo, partecipava al girone eliminatorio della Coppa Italia, cui venne sorteggiata assieme agli eterni rivali dell'Inter. Era il 6 settembre 1981 e un sentimento di rivalsa, condito dalla consueta rivalità, pervase l'animo degli 'adoratori del Diavolo'. San Siro ritrovava il derby perso per un anno, e il derby ritrovava un pubblico da 'tutto esaurito' e forse più. In aggiunta, il Milan schierava il suo nuovo straniero, lo scozzese Joe Jordan, passato alla storia con il soprannome di 'squalo'. La gara terminò con un confortante 2-2, non sufficiente però per far passare il turno ai rossoneri. La rete del momentaneo 2-1 venne segnata proprio da Jordan, con un colpo di testa che mandò la palla a infilarsi nella stessa porta, e nello stesso angolino, che 45 anni dopo avrebbe spinto la 'crapa' di Füllkrug. Identica anche l'esultanza, con corsa sotto la Curva Sud, sede del tifo milanista più 'caldo', braccia tese alla sinistra della porta avversaria.
Diverso il torneo e anche il modo, oltre che l'avversario: contro l'Inter, allora fresca vincitrice dello scudetto, Jordan segnò un gol capolavoro, in area sì, ma da oltre il disco del rigore, imbeccato da una punizione calciata dalla destra appena oltre la tre-quarti. Contro il 'piccolo' Lecce, in lotta per non retrocedere, Füllkrug insacca di testa un cross, sempre dalla destra, calciato da un Alexis Saelemaekers arrivato in pratica dalla riga di fondo.
Identico il risultato: capocciata e gol. Il giorno dopo la "Gazzetta dello Sport", in un trafiletto di colore dedicato al derby, titolò "Al gol di Jordan un urlo mai sentito", sintomo della liberazione che i tifosi rossoneri avevano provato al gol del loro nuovo idolo, dopo un intero anno di umiliazioni su campi di provincia e una retrocessione arrivata a testimoniare di come il Milan, di santi in paradiso, non ne abbia mai avuti. Allo stesso modo si potrebbe declinare il medesimo titolo ergendo a protagonista il nuovo ariete del club rossonero, un Füllkrug nuovo ariete e punto di riferimento delle speranze dei tifosi milanisti.

venerdì 2 gennaio 2026

Cagliari-Milan 0-1: Leao si riprende i rossoneri, i rossoneri si riprendono la vetta

La gioia a fine gara (foto sito AC Milan)
Il Milan ricomincia il 2026 con una vittoria pesante, di quelle che non brillano ma che contano.
A Cagliari basta un lampo di Rafael Leao per l'1-0 finale, nonostante una condizione tutt’altro che ideale, per piegare i rossoblù e riportare i rossoneri in cima alla classifica. È l’ennesima vittoria “di corto muso” per Massimiliano Allegri, che proprio in Sardegna aveva mosso i primi passi in Serie A: un successo pragmatico, costruito più sulla solidità che sullo spettacolo.
La partita non è stata semplice. Il Cagliari ha concesso pochissimo, difendendo spesso con cinque uomini e provando a colpire in ripartenza. Nei primi minuti i sardi hanno persino spaventato il Milan, approfittando delle difficoltà di Estupiñan e di un avvio rossonero confuso. Ma, superata la tempesta iniziale, la squadra di Allegri ha ritrovato equilibrio, pur senza riuscire a rendersi realmente pericolosa: il primo tempo si è chiuso senza tiri nello specchio e con l’unico brivido di un contatto in area su Loftus-Cheek, poi annullato da un fuorigioco di partenza.
La svolta arriva al 5’ della ripresa. Fofana inventa una verticalizzazione che fino a quel momento nessuno aveva trovato, Rabiot rifinisce dalla destra e Leao, fermo, quasi immobile per non stressare l’adduttore infiammato, controlla di destro e calcia di sinistro. Un gesto tecnico semplice e devastante, troppo potente per Caprile. È il settimo gol stagionale del portoghese, il settimo della sua carriera contro il Cagliari: una statistica che racconta bene il suo peso nelle sfide in Sardegna.
Da lì in avanti il Milan gestisce. Allegri inserisce Füllkrug, poi Pulisic e Gabbia per blindare il risultato. Il Cagliari prova a cambiare assetto, manda dentro Pavoletti e Borrelli, ma non riesce mai a tirare in porta. Anzi, nel finale sono i rossoneri ad andare vicini al raddoppio: prima con Pulisic, poi con una punizione di Modric che Caprile devia con un colpo di reni.
La difesa, per la seconda gara consecutiva, non concede nulla. E i numeri sorridono: il Milan è imbattuto in trasferta e ha vinto 11 delle prime 18 partite, un ritmo che nella sua storia ha sempre portato almeno al quarto posto. Ora resta da vedere cosa faranno Inter e Napoli, ma intanto Allegri può godersi una squadra concreta, matura, capace di vincere anche quando non incanta. E soprattutto può godersi Leao: poco brillante, poco mobile, ma decisivo. In fondo, per restare in vetta, spesso basta questo.

martedì 30 dicembre 2025

Premier League, l'Arsenal sorride a Capodanno

foto profilo Facebook dell'Arsenal
L’Arsenal chiude il 2025 con un messaggio forte e chiaro alla Premier League: la vetta è cosa sua. Nella 19ª giornata, ad Ashburton Grove, la squadra di Mikel Arteta travolge 4-1 l’Aston Villa, terza forza del campionato, e consolida una leadership sempre più solitaria. Dopo un primo tempo equilibrato, i Gunners dilagano nella ripresa: Gabriel apre le danze al 48’, seguito dal raddoppio immediato di Zubimendi al 52’. Trossard firma il tris al 69’, mentre Gabriel Jesus chiude il poker al 78’. Solo nel recupero Watkins trova il gol della bandiera per gli ospiti, troppo poco per riaprire un match dominato dai londinesi.
A Manchester, sponda United, invece, l’aria è ben diversa. All’Old Trafford il fanalino di coda Wolverhampton Wanderers strappa un prezioso 1-1, alimentando i malumori dei Red Devils. Zirkzee, al centro di insistenti voci di mercato che lo vorrebbero vicino alla Roma, porta avanti i padroni di casa al 27’, ma Krejci ristabilisce la parità allo scadere del primo tempo. Nella ripresa lo United spinge, senza però trovare il guizzo decisivo.
Stesso destino per il Chelsea, fermato sul 2-2 da un Bournemouth coraggioso. Brooks sorprende i Blues al 6’, ma la squadra di Maresca ribalta il risultato in un quarto d’ora: rigore di Palmer al 15’ e gol di Fernandez al 23’. Nella ripresa, però, Kluivert firma il definitivo pareggio, lasciando Stamford Bridge con un punto pesante.
Sorridono invece Newcastle United ed Everton, entrambe vittoriose in trasferta. I Magpies superano 3-1 il Burnley grazie alle reti di Joelinton, Wissa e Bruno Guimarães, con Tonali titolare in mezzo al campo. Laurent accorcia per i padroni di casa, senza però cambiare l’inerzia del match. L’Everton espugna il City Ground del Nottingham Forest 2-0 con i gol di Garner e Barry, mentre Savona resta in panchina per i locali.
Ha chiuso il programma il vibrante 2-2 tra West Ham United e Brighton & Hove Albion: Bowen illude gli Hammers, Welbeck pareggia su rigore e poi sbaglia un secondo penalty. Paquetá riporta avanti i londinesi dal dischetto nel recupero del primo tempo, ma Veltman firma il pari definitivo al 61’.
In definitiva una giornata intensa, che conferma l’Arsenal come squadra da battere e lascia aperta la corsa per l’Europa e per la salvezza. La Premier League, come sempre, non smette di sorprendere.

domenica 1 giugno 2025

Inter travolta dal PSG, breve storia (triste) dello stupidario nerazzurro

Da "Mai stati in B" a "Siamo ingiocabili", sono tante le frasi, trasformate in assiomi, che riempiono la bocca del tifoso dell'Inter medio, quello da poltrona, il classico 'bauscia' che alligna nella Milano nerazzurra, quella del Naviglio più inquinato, in cui per anni si è sofferto di un eterno complesso di inferiorità nei confronti del Milan più vincente della storia, alimentato da quel tuttora senso di inspiegabile superiorità che persiste nei bizzarri cervelli di chi tifa per il Biscione, probabilmente dovuta all'estrazione borghese della base del pubblico dell'Inter.
Andiamo però con ordine, e pensiamo alle frasi classiche che potranno condire il crollo dell'Inter nella finale di Champions League, travolta per 5-0 dal Paris Saint Germain...
A cominciare, ovviamente, dal "non sono loro ad averla vinta, siamo noi che l'abbiamo regalata" che riassume in sé l'essenza dello 'stupidario' nerazzurro. E poi "entriamo nella storia" (sì, ma dalla parte sbagliata), "siamo ingiocabili" (in effetti, non hanno mai giocato), "l'anno del triplete" (giustissimo, sconfitti in campionato, Coppa Italia e Champions League, che poi sarebbe pure 'poker', visto il ko pure in Supercoppa nel derby) e, per finire,, il consueto "a testa alta" sibilato da Simone Inzaghi.
L'interista medio, ovviamente, non si dà pace. E allora salgono in cattedra i rivali, milanisti e juventini, ma anche napoletani e romanisti, l'altra Italia del calcio, quella che non accetta che una squadra di calcio possa inserire nel proprio palmarés uno scudetto di cartone, se ne vada in giro a petto in fuori, proclamando la propria onestà, quando è solo per le connivenze nei 'piani alti' e per la incredibile prescrizione che questo club non marcisca fra i Dilettanti, cui oltretutto, attraverso i soliti mezzucci all'italiana, sia stato costretto di iscriversi quando è ormai acclarato che non potrebbe nemmeno disputare un campionato Primavera. Il piatto della vendetta, comunque, se lo si gusta quando viene servito freddo, figurarsi se viene portato in tavola ancora fumante, bollente, come una ciliegina alla fine della stagione su un cumulo di panna montata. Perché, e questa è la frase che gira nel web, scritta e proferita soprattutto dai tifosi del Milan, "se è vero che noi siamo diventati come loro" (evidente il riferimento alla situazione disastrosa in cui versa il club rossonero, ridicolo come l'Inter che si dibatteva tra sconfitte e umiliazioni negli anni '90 e Duemila), è anche vero che "loro non saranno mai come noi". E qui, veramente, non servono altre spiegazioni.

Champions League: l'Inter entra nella storia, ma dalla porta sbagliata

La notte di Monaco di Baviera resterà impressa nella storia del Paris Saint-Germain… e nei brutti sogni dei tifosi interisti. La squadra di Luis Enrique ha regalato una lezione di calcio all’Inter, conquistando la prima Champions League della sua storia con un roboante 5-0. Una "manita" che, più che una vittoria, sembra un’opera d’arte del calcio moderno.
Per l’Inter, invece, è stato un ritorno poco felice in terra bavarese: se nei quarti i nerazzurri avevano domato il Bayern, stavolta hanno trovato un avversario che li ha trattati come birilli su un campo da bowling.
Dembele ha corso come se avesse il motore di un’auto da Formula 1, il giovanissimo Doué ha segnato una doppietta con la disinvoltura di chi gioca a FIFA con gli "aiuti" attivati, mentre Hakimi e Kvaratskhelia – ex conoscenze del calcio italiano – hanno aggiunto altro sale sulle ferite nerazzurre.
E Gigio Donnarumma? Per lui, una serata di tutto relax, probabilmente trascorsa a controllare la manicure mentre l’Inter cercava (senza trovarla) una via per rendersi pericolosa. Con cinque gol di scarto, il PSG entra di diritto nella storia della Champions League, superando anche i memorabili 4-0 del Milan contro la Steaua Bucarest nel 1989 e il Barcellona nel 1994.
Mentre a Parigi si festeggia il "Triplete", a Milano sponda nerazzurra ci si interroga su cosa sia andato storto. Ma forse la risposta è semplice: tutto.

sabato 31 maggio 2025

Contestazione Milan, la clamorosa censura della Gazzetta dello Sport

La notizia sulla contestazione apparsa su The Athletic
Il 24 maggio 2025, potrebbe forse essere considerata una data storica nella storia del Milan, segnando l'importante e massiccia contestazione che i tifosi rossoneri hanno inscenato sotto Casa Milan, sede della società, cui ha fatto seguito un lungo corteo di oltre 5mila persone, che è arrivato fino allo stadio di San Siro, in occasione dell'ultima partita di campionato, con i tifosi in fila dietro a un lungo striscione con la scritta "Liberate il Milan".
Allo stadio, con la curva sapientemente seduta in modo da comporre la frase "Go Home" (senza striscione e quindi impossibile da 'rompere'), dopo un quarto d'ora di cori contro la dirigenza del club, la parte blù del secondo anello (ma non solo) si è completamente svuotata, lasciando San Siro in silenzio e senza più tifo.
Ovviamente, i siti internet in tempo reale, e via di seguito televisioni e, il giorno dopo, i giornali, ne hanno dato ampia notizia. Non proprio tutti i giornali, però. A distinguersi per mancanza di informazione è stato proprio il giornale che dello sport dovrebbe fare bandiera per storia e tradizione, ovvero la Gazzetta dello Sport. Dove hanno potuto New York Times (con il suo inserto The Athletic), la Reuters, molte testate straniere e tutte quelle italiane, l'unico quotidiano (con sito annesso) a brillare per mancata informazione dei fatti è stata proprio la Gazzetta, che getta così un'ombra profonda sulla sua correttezza nel fornire un quadro di informazioni che sia credibile e fedele alla realtà dei fatti.