venerdì 12 giugno 2026

Stanley Cup, gara-5: Staal mette ancora la firma, Carolina si prende due match-point

L'apertura del sito NHL dopo gara-6
I Carolina Hurricanes vincono gara-5 della finale di Stanley Cup per 4-2 sui Vegas Golden Knights, un risultato che li porta avanti nella serie per 3-2, regalando loro così ben due match-point, il primo dei quali, in trasferta, andrà in scena per gara-6 a Las Vegas, fissata per domenica notte. Si comincia dopo l'esecuzione di un famoso pezzo degli Scorpions, "Rock You Like A Hurricane" e, ovviamente, l'inno nazionale, alla presenza del bomber calcistico norvegese Erling Haaland (con maglietta d'ordinanza di Carolina). La partita si accende presto, perché sono gli ospiti a colpire per primi: Pavel Dorofeyev sfrutta il power-play dopo l’ingenuità di Nik Ehlers, che spedisce il puck oltre la balaustra. Dall'inizio della superiorità sono passati appena 30 secondi, sul giro‑disco Jack Eichel trova un corridoio perfetto dal lato destro, Dorofeyev si apre sul cerchio d'ingaggio e infila Brandon Bussi con una conclusione secca. La replica di Carolina non si fa attendere, la squadra di Rod Brind'Amour genera diverse buone occasioni ma fatica nelle conclusioni, tanto che il pubblico implora dalle tribune "shoot!", ovvero tira. La risposta dei Canes arriva dopo nemmeno cinque minuti, con Jordan Staal che continua la sua serie irreale. Carolina lavora bene il disco in zona offensiva, Ehlers si riscatta con un tiro teso dalla blu e lo stagionato capitano, piazzato davanti allo slot, devia con un tocco chirurgico che spiazza Carter Hart. E' il pareggio che fa esplodere il Lenovo Center e che permette a Staal di eguagliare il record di 5 gare consecutive a segno in una finale (con 6 gol realizzati finora).
Il sorpasso arriva nel secondo periodo, quando la pressione di Carolina diventa asfissiante. In superiorità numerica Andrei Svechnikov riceve sul lato sinistro, finta il passaggio centrale e sorprende Hart con un tiro rasoghiaccio che passa tra i gambali del portiere (31'58"). Un'esecuzione rapida, pulita, che premia un power-play finalmente incisivo e che porta i Canes avanti. Il colpo che indirizza la serata arriva però a due minuti dalla seconda sirena. Jordan Martinook ruba un disco sanguinoso a Shea Theodore dietro la porta, serve Sebastian Aho defilato sulla destra e il finlandese, quasi senza angolo, trova un varco impossibile sopra la spalla di Hart. Un gesto tecnico di pura classe che vale il 3‑1 e che chiude un periodo dominato in ogni zona del ghiaccio.
Il terzo periodo comincia nel segno della speranza per Vegas che, in questi playoff, è riuscita in ben 9 rimonte, di cui ben 4 nel terzo periodo. E dopo meno di due minuti Brett Howden ha il disco buono, su un rimbalzo sporco di Bussi, ma fallisce la conclusione. Ribaltamento di fronte ed è Hart a dover uscire alla disperata per sventare un attacco di Carolina. Jack Eichel prende una ingenua penalità per sgambetto: Hart è sotto pressione, ma riesce a frenare le due conclusioni dei padroni di casa. Sono però ancora gli Hurricanes a rendersi pericolosissimi con William Carrier, che coglie la traversa alle spalle di Hart. Il dominio dei padroni di casa è evidente, e si concretizza nella quarta rete, che cade ancora in power-play (Mark Stone in 'double minor' per bastone alto su Jalen Chatfield), con Andrei Svechnikov che firma la sua 6.a marcatura dei playoff, in questo caso 'servito' da Nikolaj Ehlers (10° assist in post-season) e Shayne Gostisbehere (9°). La partita sembra prendere una strada ben precisa e arriva così inatteso il secondo gol di Dorofeyev della serata (12 per lui nei playoff), una respinta corta di Bussi su una conclusione di Theodore. Gli ospiti prendono coraggio, una conclusione di Rasmus Andersson viene bloccata da Bussi. L'extra-attacker di Vegas entra con quasi tre minuti ancora da giocare e, 133 secondi dalla fine, Ehlers si prende una penalità per ritardo del gioco (disco lanciato fuori dalla balaustra): in 6-contro-4 i Golden Knights colgono un palo, rischiano di subire in contropiede il quinto gol, ma il risultato non cambia più.
Hart esce ancora con almeno 4 reti sul groppone subite in ognuna delle gare di finale di finale disputate, un record assoluto certo non invidiabile per una finale di Stanley Cup, ma soprattutto Vegas perde anche William Karlsson per infortunio. Per la prima volta gli Hurricanes si portano in vantaggio nella serie, mentre Vegas, due volte avanti nella sfida di finale, sarà ora obbligata a vincere le due partite rimanenti, infliggendo agli Hurricanes una doppia sconfitta che manca loro da metà gennaio in regular-season. Chi, dal 2000, ha vinto gara-5, si è imposto nel 75% dei casi, ovvero un 20 contro 7 che elegge Carolina come favorita per la vittoria finale.

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Gara-1: Carolina - Vegas 4-5  
Gara-2: Carolina - Vegas 4-3 OT
Gara-3: Vegas - Carolina 5-4 OT
Gara-4: Vegas - Carolina 3-5

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mercoledì 10 giugno 2026

Stanley Cup, gara-4: Carolina si riprende la parità, Il vecchio Staal protagonista

Il sito NHL inneggia a Jordan Staal
Vegas Golden Knights
e Carolina Hurricanes continuano a costruire una finale di Stanley Cup leggendaria. Gara‑4, alla T‑Mobile Arena, è stata l’ennesima dimostrazione di una serie che non concede tregua: Carolina vince 5‑3, impatta la serie 2-2 e rimanda ogni certezza a Raleigh. Una partita che ha confermato la natura selvaggia di questa sfida, con momenti di dominio alternati e un ritmo che non permette di respirare.
L’avvio è stato un lampo: Logan Stankoven ha sbloccato dopo poco più di un minuto, raccogliendo un passaggio filtrante di Jalen Chatfield e superando Carter Hart con un tocco ravvicinato dopo essersi infilato tra due difensori. Poco dopo è arrivato il raddoppio di Jackson Blake, bravo a farsi trovare libero sul lato sinistro e a concludere di prima intenzione su un disco servito da Taylor Hall. Due affondi secchi, costruiti con velocità e precisione, che hanno gelato il pubblico di Las Vegas.
La reazione dei padroni di casa è arrivata con Mark Stone, che ha accorciato sfruttando un’azione insistita: Shea Theodore ha tenuto vivo il disco sulla linea blu, Brayden McNabb lo ha rimesso verso il centro e Stone, appostato davanti alla porta, ha deviato di prima intenzione. Carolina ha però ristabilito il doppio vantaggio con Jordan Staal che, in superiorità numerica, ha raccolto un passaggio di Shayne Gostisbehere e ha insaccato con un tocco rapido da distanza ravvicinata.
Il secondo periodo ha ribaltato l’inerzia: Vegas ha alzato il ritmo, costringendo Carolina a difendersi più bassa. William Karlsson ha riportato i suoi a contatto con un’azione costruita in velocità: Rasmus Andersson ha aperto il gioco sulla destra, Mitch Marner ha servito Karlsson nello spazio e il centro svedese ha infilato Brandon Bussi con un tiro preciso sul palo lontano. Il pareggio è arrivato con Brett Howden (14 gol per lui nei playoff), che ha approfittato di un disco recuperato da Colton Sissons per avanzare sul lato sinistro e sorprendere Bussi con una conclusione potente sotto la traversa.
Nel frattempo, Carolina ha rischiato grosso su un paio di ripartenze: Jack Eichel ha colpito la traversa dopo un’azione personale, mentre Stone ha sfiorato il vantaggio con un tocco ravvicinato respinto da Bussi con un intervento d’istinto. Da segnalare anche un duro contatto su Blake, finito contro le balaustre dopo una carica di McNabb: il giovane attaccante si è rialzato con fatica, ma ha continuato la partita.
Il terzo periodo ha riportato la partita sul binario degli Hurricanes. L’episodio decisivo è nato da un errore in uscita di Vegas: Theodore ha perso il disco sotto pressione, Seth Jarvis ha provato la conclusione, Hart ha respinto ma il rimbalzo è finito verso Jordan Staal. Il capitano, sbilanciato e in caduta, è riuscito comunque a deviare il disco sollevandolo quel tanto che bastava per superare il 'goalie' di casa. Un gesto istintivo, sporco, ma perfetto nella sua efficacia.
Vegas ha tentato l’assalto finale, togliendo Hart per l’uomo in più, ma Carolina ha chiuso i conti con Nikolaj Ehlers, che ha recuperato un disco vagante a centro pista e ha depositato nella porta sguarnita dopo aver resistito al tentativo di recupero di due difensori. La sirena ha sancito un 5‑3 che rimette tutto in equilibrio. Carolina ha mostrato carattere, sfruttando la serata di grazia di Staal e la solidità di Bussi nei momenti più delicati. Vegas ha pagato qualche leggerezza di troppo, soprattutto nelle transizioni difensive, pur confermando la capacità di rientrare in partita anche quando sembra alle corde. La serie ora torna a Raleigh, con la sensazione che ogni dettaglio possa spostare l’inerzia della coppa.

martedì 9 giugno 2026

Miguel Bosé si inginocchia per Henry Nowak: il gesto che riaccende le coscienze

Due estratti dal breve video di Miguel Bosé
Miguel Bosé
, uno dei più grandi cantanti di sempre in lingua spagnola, è in questi giorni al centro dell’attenzione non per questioni musicali, ma per la sua forte presa di posizione dopo l'uccisione del giovane Henry Nowak da parte della polizia inglese. Il ragazzo, 18 anni, era stato accoltellato da un sikh (un indiano britannico), il 23enne Vickrum Singh Digwa.
Malgrado la ferita, il ragazzo era stato stato incredibilmente ammanettato dalla polizia perché accusato dal sikh di averlo apostrofato con un termine razzista. Secondo le ricostruzioni, Nowak avrebbe pronunciato la frase “I can’t breathe” mentre era a terra a causa della pressione esercitata su di lui dal poliziotto, perdendo conoscenza e morendo poco dopo. Si tratta delle stesse parole che un criminale di colore (George Floyd nel 2020) aveva pronunciato (anche lui poi morì a causa della stessa mancanza di respiro provocata dalla pressione del poliziotto di turno) e che scosse gran parte del mondo occidentale, favorita dal fatto che la pelle del delinquente americano era nera, scatenando il pandemonio e le violenze del movimento Black Lives Matter.
Nella stessa Gran Bretagna, prima di tutte le partite della Premier League di calcio, i giocatori furono obbligati (molti lo fecero di propria volontà) a inginocchiarsi in segno di rispetto per la morte. Chi non si allineò a quella presa di posizione venne esposto al pubblico ludibrio, spesso licenziato, additato come fascista e razzista. Il paradosso della vicenda inglese (avvenuta a Southamtpon) è che il ragazzo, bianco, non era affatto un criminale, ma una persona comune.
E se in Gran Bretagna, dopo il 'Movimento delle Bandiere' la gente, in particolare i bianchi, sta finalmente cominciando a rialzare la testa e a protestare contro un'irrefrenabile invasione islamica che sta dilaniando il Paese, Bosé ha deciso di rendere omaggio, a modo suo, al giovane Henry: con un video che ha rapidamente fatto il giro dei social, l’artista si inginocchia, una mano sul petto, mentre sullo schermo compare la frase “I can’t breathe. De rodillas por Henry Nowak”. Un gesto simbolico, forte, che richiama alla protesta contro ogni tipo di abuso, ma che fa anche riflettere su un'invasione che ha reso gli europei (in gran parte bianchi) 'stranieri a casa loro', sovrastati dalla sempre maggiore protervia degli stranieri, soprattutto quelli che vino con il passaporto d'origine in una mano e il Corano nell'altra.

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Sognando Itaca, la vela che cura: da Venezia riparte il viaggio terapeutico per i pazienti leucemici

Il varo della barca a Venezia (foto Bordignon)
È salpata da Venezia la nuova edizione di Sognando Itaca, il progetto di vela terapia promosso da AIL (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma) in occasione della Giornata Nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma.
Una barca che diventa spazio di cura, relazione e rinascita per i pazienti ematologici, accompagnati da medici, infermieri, psicologi e skipper professionisti. La presentazione si è svolta l’8 giugno alla Compagnia della Vela, sull’isola di San Giorgio Maggiore.
Nato nel 2006 sul Lago di Garda, il progetto si ispira al viaggio di Ulisse: come l’eroe omerico, anche i pazienti affrontano un mare incerto, ma possono scoprire nuove risorse interiori grazie alla forza del gruppo e alla condivisione.
Dal 2009 l’iniziativa naviga lungo le coste italiane, alternando Adriatico e Tirreno, con tappe nelle città sede di divisioni di Ematologia. In ogni porto prende vita l’Itaca Day, una giornata in cui adulti e bambini possono imbarcarsi e vivere l’esperienza unica della vela come strumento di riabilitazione psicologica.
Quest’anno la barca nazionale toccherà Venezia, Rimini, Pesaro, Ancona, Giulianova, Bari e Brindisi. A Venezia i pazienti hanno navigato sulla King Arawak, attraversando la Certosa, l’Arsenale e il bacino di San Marco, accompagnati da un team multidisciplinare. La vela, con il suo ritmo lento e la necessità di cooperazione, rafforza il legame tra pazienti e operatori sanitari, creando un clima di fiducia che prosegue anche a terra.
Durante l’incontro è stato ricordato il centenario della nascita del principe Fabrizio Alliata di Montereale, tra i fondatori di AIL nel 1969, figura centrale nella storia dell’associazione. Oggi AIL continua a promuovere un approccio che integra aspetti psicologici, sociali e ambientali, riconoscendo il ruolo decisivo degli stili di vita e del benessere globale nel percorso di cura.
Nel corso dell’estate oltre venti sezioni provinciali organizzeranno un proprio Itaca Day, confermando la vela terapia come uno dei progetti più simbolici dell’impegno di AIL accanto ai pazienti ematologici.

domenica 7 giugno 2026

Miriam Galanti, se la risata si trasforma in una lacrima d'ironia

Miriam Galanti (foto Bordignon)
"Vita da bionda"
di Miriam Galanti è bello. Miriam Galanti è bella. Non andrò oltre a questi concetti semplici per descrivere lo spettacolo andato in scena a Milano presso l'Accademia del comico nell'ambito del festival "Fringe". Non prenderò a prestito scritti precotti altrui trasformati con l'intelligenza artificiale di turno per tutelare la semplicità espressa da un flusso di parole e gesti coinvolgenti ed empatici, che da Miriam scivolano abbracciando il pubblico, tastandone il polso, estraendone qualche spunto, stendendo la propria vita su uno specchio riflettente l'ironia che ogni gesto quotidiano porta con sé, perché anche le tragedie possono essere vissute con il sorriso.
Miriam Galanti comincia come solo una bionda potrebbe fare, cinguettando e 'scemeggiando' giuliva su di un palcoscenico 'casalingo' davanti a pochi intimi (così vuole la gestione di questo genere di serate), che potrebbe calcare da 'influencer' e che invece preferisce influenzare con le proprie debolezze, ognuna riplasmata come pietra angolare della propria esibizione. Inutile fare 'spoiler' che toglierebbero il piacere della sorpresa a chi vi si accosti per la prima volta.
Lo spettacolo si chiude con una lacrima, anzi due: una di Miriam, l'altra dello spettatore che l'osserva, consapevole che il rigurgito di cinquanta minuti di frivolezze possono spgnersi in una pozzanghera di pensieri dedicati alla nostra vita raccontata da un palco.

Stanley Cup 2026, Gara‑3: Vegas domina, crolla e risorge, vittoria all'overtime su Carolina

La foto del dopo gara inserita sul sito NHL
I Vegas Golden Knights si portano sul 2-1 nella serie di finale di Stanley Cup contro i Carolina Hurricanes al termine di una partita folle e infinita, l'ennesima di una sfida che, si spera, possa arrivare alla settima partita. Finisce 5-4 all'overtime ed è stata la gara dei record, che verranno posti alla fine di questo articolo, "first time for everything", com'è il titolo del sito NHL. Carolina riesce in una rimonta d'altri tempi, che però si blocca nel secondo overtime, chiudendo allo stesso tempo il suo record di 6-0 in trasferta nella 'post-season' e la sua serie di vittorie in fila nelle gare-3 di questa stagione.
I padroni di casa ritrovano in difesa Brayden McNabb, uscito per una violenta discata al volto in gara-2 e protetto da una visiera in ferro. Dopo un primo periodo molto equilibrato e intenso, con squadre molto attente e poche occasioni da rete, i botti arrivano nel secondo, grazie anche alle numerose pecche difensive degli Hurricanes, in particolare da parte di K'Andre Miller e Sean Walker, tardivi nel liberare il proprio terzo, e Alexander Nikishin, che svirgola clamorosamente il puck, lasciando ghiaccio libero per l'ultimo dei gol realizzati da Mitch Marner. Il parziale del 'drittel' direbbe 4-0, in realtà però le reti realizzate dai Golden Knights sono state ben sei, visto che nei primi cinque minuti Vegas ha realizzato due gol, entrambi annullati dal 'coach's challenge' operato da Rod Brind'Amour. Ma dove la panca riesce la panca fallisce, con una penalità per troppi uomini sul ghiaccio che spiana la via per il vantaggio di Vegas, che arriva dopo appena 10 secondi di superiorità grazie a Tomáš Hertl al 30'26", quinto per lui nei playoff. Il secondo periodo è un assalto continuo, un’onda che travolge Carolina e la lascia senza respiro. A grande protagonista, manco a dirlo, si erge il 'dinamico' Marner. L'ex torontino si prende la scena con una prestazione che entra direttamente nella storia: quattro punti in 20 minuti, una 'hat-trick' costruita in sei minuti e 10 secondi e diventata la più veloce mai registrata in una finale. Il primo gol nasce da un tocco fortunoso, deviato da un difensore avversario, ma gli altri due sono pura esecuzione: breakaway, freddezza, precisione. Vegas vola sul quadruplo vantaggio.
Partita chiusa? Una serie da delirio come questa dice di no e il terzo periodo lo conferma. Carolina toglie il 'goalie' Frederik Andersen (tornato 'in versione' Toronto) e inserisce Brandon Bussi. Il 'drittel' però si apre ancora nel segno dei padroni di casa che, con quattro reti di vantaggio, giocano in scioltezza e sembrano addirittura in superiorità. La vera superiorità la trova invece Carolina, che però, in fase di vantaggio, regala disco all'implacabile Mitch che, lanciato da solo a rete, subisce il fallo che regala ai Golden Knights il rigore che potrebbe valere il quinto gol. Sul disco va lo stesso Marner che, stavolta, si dimostra meno implacabile del solito, vedendosi il tiro in 'backhand' parato da Bussi. Gli Hurricanes ritrovano ritrovano ossigeno e, all'improvviso, fanno saltare per aria la gara, riscrivendo la storia in 39 secondi: Jordan Martinook, Taylor Hall e Jordan Staal firmano la tripletta più rapida mai vista in una finale di Stanley Cup, fra il 7'03" e il 7'42" del periodo, roba da stropicciarsi gli occhi, sebbene con la collaborazione di una difesa di casa un po' troppo addormentata. Il gelo cala su Vegas, il pubblico non capisce cosa stia succedendo, la panchina dei Golden Knights si contrae, John Tortorella si guarda attorno incredulo. E quando mancano meno di due minuti, con il portiere fuori e un power-play disperato per il più classico 'delay of game', arriva il pareggio: Andrei Svechnikov si avventa su un rimbalzo e lo spinge dentro in un mischione senza domani. Tortorella dalla panca cerca la scusa per una 'challenge' ma è il giocatore di Vegas a spingere quello di Carolina dentro la gabbia, e non viceversa. Si passa così al supplementare.
Il primo overtime è una lunga apnea. Occasioni sporche, gambe pesanti, portieri che tengono in piedi tutto. Marner sfiora il poker, Bussi gli chiude la porta. Dall'altra parte, un 'backhand' di Dylan Coghlan rischia di chiudere la serata, ma il puck resta lì, incastrato tra panico e miracolo. Si va al secondo supplementare, con l’arena che alterna silenzi e boati, e i giocatori che sembrano andare ognuno oltre il proprio limite. La fine arriva su un episodio che sintetizza perfettamente la follia di gara‑3: Shea Theodore tira basso dalla distanza, il disco sbatte violentemente sulle balaustre dietro la porta, rimbalza verso il traffico e colpisce il pattino di Bussi, che sta leggendo la traiettoria in modo troppo aggressivo. La deviazione è fatale, il puck entra alle spalle del 'goalie', fine. Un gol che non è un gol, un autogol che non esiste nelle statistiche, un rimbalzo che decide una partita che nessuno meritava davvero di perdere.
Vegas scampa a un crollo epocale, Carolina sfiora un’impresa mai riuscita a nessuno: rimontare quattro gol nel terzo periodo di una finale. La serie ora dice 2‑1 per i Golden Knights, e la storia ricorda che chi passa avanti dopo gara‑3, una gara cosiddetta 'pivotal', vince la Stanley Cup nell'80% dei casi. Ma dopo tre partite così, le percentuali sembrano solo numeri vuoti.

A proposito di numeri, eccone alcuni di questa gara indimenticabile:
1. Mitch Marner ha tirato il 14º rigore nella storia delle finali di Stanley Cup. Solo un giocatore è riuscito a segnare: Chris Pronger contro Cam Ward dei Carolina Hurricanes nella finale del 2006.
2. Mitch Marner ha realizzato l’'hat-trick' più veloce nella storia delle finali di Stanley Cup (6'10"), portando Vegas sul 4‑0 dopo due periodi. Ha così superato il record di 'un certo' Maurice Richard: 6'21" nel 1957.
3. I 4 punti realizzati da Mitch Marner in un periodo eguagliano il poker di Frank Foyston nel 1919.
4. Gli Hurricanes hanno segnato tre gol in 39 secondi, la tripletta più rapida nella storia delle finali di Stanley Cup e solo la 5.a volta in assoluto che una squadra segna 3 reti così velocemente in una partita di playoff. Il precedente record per i 3 gol più rapidi in finale apparteneva ai Montreal Canadiens del 1954, che li avevano realizzati in 56 secondi più di 72 anni fa.
5. Jordan Staal raggiunge Brad Marchand (3 partite in fila nel 2025) come secondo giocatore di 37 anni o più a segnare nelle prime 3 gare di una finale di Stanley Cup.
6. Non c’è mai stata una rimonta vincente con 4 gol di svantaggio in una finale di Stanley Cup (e solo 4 volte in qualsiasi partita di playoff). Il margine più ampio mai recuperato per vincere una gara di finale è stato di tre gol: l’ultimo caso quello degli Edmonton Oilers in gara‑4 dello scorso anno; prima ancora, l’episodio precedente risaliva ai Carolina Hurricanes in gara‑1 della finale 2006.
7. Solo una volta una squadra era riuscita a recuperare uno svantaggio di 4 o più gol in una finale di Stanley Cup, indipendentemente dal risultato finale. Accadde più di 50 anni fa, in gara‑1 della finale 1972: i New York Rangers erano sotto 5‑1, riuscirono a pareggiare 5‑5, ma persero poi 6‑5 nei tempi regolamentari contro i Boston Bruins.


Altre foto tratte dal sito NHL:

Mirra Andreeva regina di Parigi: a 19 anni conquista il Roland Garros

Mirra Andreeva (foto Eurosport)
La tennista russa Mirra Andreeva completa la sua ascesa più luminosa nel giorno più atteso: la finale del Roland Garros. Sul Philippe Chatrier domina Maja Chwalinska con un netto 6-3, 6-2, chiudendo un torneo che l’ha vista crescere partita dopo partita, fino a diventare la più giovane campionessa a Parigi dai tempi di Monica Seles.
La polacca, arrivata dalle qualificazioni e protagonista di un percorso sorprendente, ha provato a restare in scia nei primi game, ma la differenza di potenza, ritmo e lucidità è emersa presto.
Il match si è deciso soprattutto nella gestione dei momenti chiave: quattro break nei primi quattro giochi hanno mostrato la tensione di entrambe, ma una volta 'sciolto il braccio' Andreeva ha preso il controllo, infilando nove game consecutivi tra primo e secondo set.
La Chwalinska ha ammesso con sincerità: «Ci sono stati dei momenti in cui mi sono dovuta dare dei pizzichi per capire che tutto questo è reale… ma è stata colpa di Mirra, è stata troppo forte».
Per la Andreeva, invece, il trionfo è la realizzazione di un percorso immaginato a lungo: «Osservavo il Roland Garros sin da bambina: non riesco a credere di avere la coppa in mano». In conferenza stampa ha raccontato quanto la preparazione mentale sia stata decisiva: «Ho parlato con la mia psicologa prima della semifinale e della finale. Mi ha aiutata a vivere questi momenti nel modo giusto». E ha aggiunto una frase che sintetizza la sua fame agonistica: «È una sensazione un po’… 'addictive'. Voglio provare tutto questo una seconda volta».
Accanto a lei, come sempre, Conchita Martínez, sua allenatrice: «Grazie per avermi spinto al limite e per farmi lavorare anche quando non ne ho voglia», ha detto la russa, che considera la coach quasi una figura di famiglia. Nel racconto della sua crescita non mancano le ispirazioni: Federer, Sharapova, Kuznetsova. «Ho sognato questo momento, ho pensato a come sarebbe successo… ma la sensazione nella vita reale è molto più bella di qualsiasi sogno».

venerdì 5 giugno 2026

Milano Hockey Club, adesso è realtà: la partenza è con il piede giusto

McSorley, Margiotta e Leitner (foto Bordignon)
Milano torna sul ghiaccio. E' stavolta lo fa per davvero. Lo slogan utilizzato per aprire la conferenza stampa di presentazione del Milano Hockey Club ha dapprima destato curiosità, quindi fornito certezze. Il progetto per lanciare la nuova squadra 'Della Madonnina' in ICE Hockey League, non solo esiste, ma pare proprio essere serio.
Merito dei presenti all'evento, a cominciare da Chris McSorley, allenatore di lungo corso alla transenna del Ginevra Servette in National League, condottiero nell'ultima stagione del Sierre in Swiss League, ora 'prestato' ad interim a Milano per aiutare in questa delicata fase di costruzione della squadra, in attesa di un general manager ufficiale. Un volto importante, una garanzia che può avere pesato non poco nella decisione dell'ICE Hockey Milano di accettare il nuovo club che, è stato detto, malgrado il cobra (o presunto tale) sulla schiena delle felpe presentate dai relatori, non avrà alcun 'nick' e si presenterà semplicemente come Milano Hockey Club.
Lo stesso McSorley ha annunciato anche il primo acquisto ufficiale della nuova Milano: si tratta di Nick Saracino, giocatore statunitense nato a St. Louis ma naturalizzato italiano, che in Italia ha militato con Asiago, Bolzano e Val Pusteria. La squadra, comunque, ha proseguito McSorley, è già fatta al completo e, garantisce, ci saranno numerosi giocatori con passaporto italiano (se poi questi siano nati all'estero o nel Belpaese non è stato specificato). "Presto seguiranno altri annunci - ha detto McSorley -, abbiamo lavorato nell’ombra, ma la squadra è praticamente fatta. Il nuovo allenatore? E' già 'on board'”.
A prendere la parola per primo è però stato il presidente della società, Christoph Leitner, principale protagonista del progetto della nuova arena, capienza prevista 3990 posti, a ridosso della Fiera di Rho. "I protagonisti non siamo noi, ma sono gli atleti - ha detto aprendo la conferenza -, i giovani per i quali questa operazione nasce e deve essere sostenibile. Ed è il motivo per cui ci siamo messi insieme ai Milano Devils, che fanno un grande lavoro di 'development'. Importante la cosiddetta 'legacy' delle Olimpiadi: vogliamo provare che questa esiste e che si può costruire veramente qualcosa di positivo. Milano ha una storia enorme, una cultura sportiva". Importante il capitolo palazzetto: "Il nostro è un progetto serio, avremo un impianto provvisorio che, comunque, sarà serio, simile a quello utilizzato per le Olimpiadi. Milano è stata anche accettata per ospitare i Mondiali femminili 2027 e queste sono le cose belle da trasmettere oggi". Lo stesso Leitner, cosa molto importante, ha fatto notare che Milano non usufruirà di deroghe e che potrà (oltre che dovrà) essere pronta per giocare in casa già ai primi di ottobre, con le trasferte ridotte alla sola fine del mese di settembre (l'ICE comincia il 18). La preparazione si svolgerà tra Madesimo e, 'worst case', Vipiteno, mentre si stanno studiando già alcune amichevoli (probabile almeno una con il Sierre).
Importante anche le tempistiche annunciate a margine della conferenza: l'impegno del gruppo a capo della società è di cinque anni per un investimento spalmato di 30 milioni di euro. Ovviamente l'apertura a nuovi sponsor è totale, e in tal senso già diversi incontri sarebbero avvenuti con importanti realtà con sede in Lombardia ma con caratura nazionale.
Marco Margiotta, CEO di House of Doge e principale finanziatore del progetto, ha spiegato le ragioni dell’investimento e gli obiettivi di lungo periodo del Milano Hockey Club, sottolineando il potenziale della città di Milano come piattaforma sportiva, economica e internazionale: “Milano è una delle città più importanti del mondo, non potevo credere che non ci fosse una squadra di hockey professionistica. Voglio rigraziare tutti, in America l'hockey è uno sport molto seguito, io sono cresciuto in una casa italiana, ho unito le due cose e creare una cosa del genere era oltre le mie aspettative, per me è importante creare un club di hockey in una città come Milano, creare un progetto sostenibile. Milano vuole partire per restare. C'è una grande spinta, ma c'è anche un lavoro da fare tutti i giorni".
Ampio spazio è stato dedicato anche allo sviluppo del vivaio. Paolo Florean, vicepresidente della squadra che, fino a pochi giorni fa si chiamava Milano Devils, ha illustrato il percorso che porterà alla creazione di una filiera completa di tutte le categorie con il nuovo nome di Milano HC Prospects: “Giocheremo con gli stessi colori della prima squadra, per creare un’identità di club fin dai più piccoli. Siamo grati a chi oggi sta dando un’opportunità concreta di crescita al movimento hockeistico milanese”. Il presidente del club (ex) rossonero, Udo Portele, ha chiosato: "Ora diamoci dentro".

Stanley Cup 2026, gara-2: Vegas prima il sogno e poi l'incubo, Carolina vince in overtime

"Sudden Seth Overtime": il titolo del sito NHL dice tutto
Sì, è ufficiale. Quella fra Carolina Hurricanes e Vegas Golden Knights promette di essere una delle serie di finale di Stanley Cup più belle viste negli ultimi anni. Anche gara-2, come la prima sfida, si risolve sul filo del rasoio, anzi oltre. Gli Hurricanes si impongono per 4-3 all'overtime, recuperando due reti di svantaggio iniziali, dissipando la vittoria nel finale ma ritornando in sella in un supplementare durato forse troppo poco.
Vegas aveva iniziato come in gara‑1: ordinata, spietata, capace di colpire al momento giusto. Brett Howden ha firmato entrambe le reti del vantaggio, confermando una 'post-season' da record con 13 reti nel carniere: la prima al 13'33", sfruttando un lungo aereo 'aereo' del solito Mitch Marner (16° assist dei playoff per lui)) e, liberatosi di Sean Walker, bravo a freddare Frederik Andersen. La seconda al 27'23", già nel periodo centrale, portandosi a spasso un marcatore feroce come Jaccob Slavin e poi infilando la rete dalla breve distanza. Nel mezzo due belle occasioni per i padroni di casa con Andrei Svechnikov e Sebastian Aho, forse troppo poco per una squadra che aveva bisogno della vittoria come l'acqua nel desert, ma che comunque ha provato e riprovato a scoccare tiri verso la gabbia avversaria (alla fine saranno 26 a testa). La squadra di Rod Brind'Amour è parsa arrancare: linee mescolate, ritmo intermittente, zero profondità offensiva, subito una grande occasione non sfruttata da Taylor Hall. Nel frattempo, da segnalare il ko di Brayden McNabb: il difensore di Vegas, colpito al volto da un disco, è uscito coprendosi con le mani naso e bocca e subito è stato ricoverato in ospedale: un episodio che ha scosso la panchina ma che ha, soprattutto, costretto coach Joe Tortorella a ruotare in difesa cinque giocatori.
Nel terzo periodo, dopo sette minuti, arriva l'occasione che potrebbe chiudere la partita: Marner friceve disco da posizione centrale e lascia partire una saetta che si schianta sulla traversa dopo essere stata deviata provvidenzialmente da Jalen Chatfield. Si entra così negli ultimi dieci minuti, con Vegas che sembra ancora poter gestire la partita ma all’improvviso, il terzo periodo prende fuoco: Logan Stankoven accende la miccia con un’azione personale da predestinato. Ingaggio nella zona difensiva di Vegas vinto da William Karlsson, ma Stankoven si fa sotto, ddietro alla gabbia recupera, accelera, strappa il disco, gira attorno alla porta difesa da Carter Hart e lo infila in 'backhand', sfruttando il tocco di pattino di Jeremy Lauzon. Il Lenovo Center è una bolgia e passano poco più di due minuti che Carolina pareggia: William Carrier trova un grande assist cadendo per Mark Jankowski, la cui staffilata nell'angolino vale il pareggio e la sua prima rete della 'post-season'. A cinque minuti dalla fine esatti arriva la grande occasione per i Golden Knights, con Ivan Barbashev che si crea una doppia chance clamorosa, ma in entrambi i casi, non si sa come, Andersen riesce a metterci una pezza, complice il classico 'mischione' davanti (e dentro) la gabbia. Vegas chiede addirittura il gol, e Tortorella lancia la 'challenge' che, svanita, regala due minuti di power-play ai padroni di casa. Una superiorità che gli Hurricanes sfruttano dopo appena 25 secondi con il 'sempreverde' Jordan Staal, 37 anni e non sentirli. bravo a deviare un disco che sembrava disegnato apposta per lui dopo un tiro secco di Shayne Gostisbehere. Tre gol in poco più di cinque minuti: un ribaltone che ha ricordato a tutti quanto Carolina sappia trasformarsi quando sente l’odore del sangue. Ma Vegas non muore mai. A tre minuti e mezzo dalla sirena Jackson Blake prende due minuti per 'interference' su Barbashev, il 'goalie' ospite va in panca per l'uomo di movimento in più sul ghiaccio ma, pochi secondi dopo la fine senza esito della penalità dei padroni di casa, Mark Stone gela l’arena con la rete del pareggio, sfruttando l’ennesima invenzione di Marner, riprendendo da sotto il puck liberato malamente dalla difesa di casa con la complicità di Andersen. Un colpo al cuore per i 'Canes', che però non hanno perso lucidità.
L’overtime è stato un monologo: pressione, ritmo, occasioni. E quando Tomáš Hertl, l'eroe di gara-1, commette un fallo ingenuo su Staal, il destino bussa alla porta. Seth Jarvis, fin lì quasi invisibile, trova il colpo della rinascita: 'one‑timer' secco dalla sinistra, preciso, imparabile. Il Lenovo Center esplode per la rete che regala la vittoria a Carolina e riporta in parità la serie sull'1-1.
La sfida ora si trasferisce a Las Vegas, con gara-3 che andrà in scena domenica, per una gara che avrà le caratteristiche 'pivotal'. Chi vince potrebbe portare l'inerzia della coppa dalla sua.

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Gara-1: Carolina - Vegas 4-5
 

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"KooKoo", il capolavoro di Debbie Harry benedetto dal 'maestro' Hans R. Giger

La foto della copertina di "KooKoo" tratta da Facebook
La prima parte degli anni '80 è stata quella che, musicalmente parlando, ha forse regalato alcuni fra i dischi migliori che la musica pop internazionale abbia prodotto nell'ultimo mezzo secolo. Opere uniche e originali che, oggi, a quasi 50 anni di distanza sembrano difficili da riprodurre, nell'estetica e nella passione.
E' il caso di "KooKoo", album che Debbie Harry, cantante del gruppo dei Blondie alla sua prima fatica da solista, pubblicò nel 1981, forse l'anno più magico fra tutti quelli del primo lustro degli Eighties. Un titolo bizzarro che, riflette però lo spirito del disco, riferimento al look e alla personalità "strana" e "fuori di testa" di Debbie (in inglese "kook" è un termine slang per dire "persona eccentrica" o "un po' pazza").
Prodotto da Nile Rodgers e Bernard Edwards, direttamente dagli Chic, geni di una musica che parte dalla 'black music' ma si fonde benissimo con il prog del momento mischiato a quel funk riportato in auge nello stesso periodo, in altra forma, da Prince, il disco è un ibrido mix di elettronica che pulsa come un cuore sintetico, linee vocali che oscillano tra seduzione e inquietudine. La voce di Debbie scivola sinuosa ma graffia consapevole del proprio di cantante rock, vera e propria sacerdotessa di un culto ancestrale e al tempo stesso moderno.
In brani come "Jump Jump" e "Now I know You know" un suono cupo proveniente dallo spazio e dal passato accresce il mistero di un disco nobilitato dall'estetica di una copertina disegnata niente meno che dall'artista svizzero Hans Ruedi Giger, il creatore di "Alien" e disegnatore, oltre che scultore di terrificanti che rispecchiano in pieno lo spirito del disco e regalano alla Harry l'occasione di muoversi in maniera istrionica in alcuni video, diretti dallo stesso Giger, completamente trasformata da una tuta scheletrico-organica, trasformata in sgraziata ballerina post-punk, i capelli corvini, invece che biondo platino.
"Surrender", "Backfired" e "Under Arrest" regalano un po' di quel rock caro a Debbie, ma il contesto è completamente diverso. "KooKoo" si presenta come un oggetto alieno: niente più glamour newyorkese, niente più ironia da club. Solo un corpo trafitto da aghi, come nella copertina 'gigeriana' del disco, creata sulla foto di partenza di Brian Aris ma censurata in Inghilterra per il suo forte impatto visivo, quello di un volto che sembra uscito da un rituale biomeccanico, magnetico, impossibile da ignorare, sfuggente a ogni categoria. Un misto, come ebbe a dire la stessa Harry, di punk, agopuntura e sci-fi. Semplicemente unico.

giovedì 4 giugno 2026

Marta Kostyuk ci riprova e accusa le tenniste russe: "Come fanno a dormire?"

Marta Kostyuk (foto tratta da Facebook)
Ci risiamo: la tennista ucraina Marta Kostyuk ci riprova, cercando di rivestire di un peso politico quello che dovrebbe essere un semplice evento sportivo, la semifinale degli Internazionali di Francia di tennis al Roland Garros, che la vedrà opposta alla russa Mirra Andreeva.
Nella palese ricerca di creare pressione sull'avversaria e di attirare verso di sé le simpatie del pubblico, la Kostyuk si butta in un 'refrain' già sentito, quello della guerra e dei russi cattivi che avrebbero attaccato il suo Paese, fino ad arrivare ad affermare: «Non so come si possa dormire tranquilli quando il tuo Paese uccide altra gente», ha dichiarato, spiegando che non stringerà la mano all’avversaria, come fa ormai dal 2022.
La giocatrice ha ricordato come molte atlete russe, tra cui Diana Shnaider e la stessa Andreeva, abbiano ripetuto di voler “solo giocare a tennis”, evitando qualsiasi riferimento al conflitto. Per la Kostyuk, però, questa neutralità sarebbe impossibile da accettare: «Sono tutti adulti, hanno telefoni, Instagram, sanno cosa succede».
La tennista ha raccontato di essersi svegliata con la notizia di nuovi bombardamenti su Kiev e di aver temuto per la propria famiglia. Una pressione che, secondo lei, rende ancora più incomprensibile il silenzio delle colleghe russe.
La Kostyuk ha ribadito che per lei rappresentare l’Ucraina è diventato più importante del risultato sportivo: «Sono qui per il mio Paese, non penso a vincere».
Insomma, una vera dichiarazione di guerra 'sportiva' contro l'avversaria, talento precoce e già cinque titoli WTA nel carnet, ma sconfitta in entrambe le occasioni in cui le due tenniste si sono incrociate.
Sarebbe però da chiedere alla Kostyuk se dormisse sonni altrettanto tranquilli quando nel maggio 2014 estremisti ucraini bruciarono vive 42 persone nell'incendio della Casa dei sindacati di Odessa, o quando, da allora, migliaia di cittadini russi caddero vittime della pulizia etnica del governo golpista di Kiev. O se dorma tranquillamente dopo il lancio di alcuni droni esplosi nelle ultime ore a San Pietroburgo.
La sensazione, come già scritto, è che la 'valorosa combattente di Zelensky' sia solo alla ricerca di un fattore di vantaggio più favorevole per mettere alle corde psicologicamente la giovane avversaria. Veramente una brutta cosa. Specie se detta da una 'sportiva'.

mercoledì 3 giugno 2026

Stanley Cup 2026, gara-1: Vegas 'corsara', supera Carolina in una partita epica

Il sito NHL esalta la vittoria di Vegas
La finale di Stanley Cup 2026 si apre come meglio non si potrebbe con un scintillante 5-4 ottenuto dai Vegas Golden Knights in casa dei Carolina Hurricanes. Due squadre che, nel corso della partita, si sono rincorse e superate fin quasi alla sirena finale ma con gli ospiti che, alla fine, non hanno rubato nulla in attesa della seconda sfida, che si disputerà ancora a Raleigh la sera di giovedì 4 giugno.
Pronti, via, fra gli arbitri 'un certo' Wes McCauley, passano 25 secondi e tanto basta ai Carolina Hurricanes per incendiare gara-1 della finale: Nikolaj Ehlers scappa in 2 contro 1 e infila Carter Hart sotto il guanto, facendo esplodere il Lenovo Center. È l’avvio che ogni squadra sogna, un pugno sul tavolo che conferma l’identità dei 'Canes': pressione, velocità, zero esitazioni. Un minuto dopo potrebbe arrivare già il bis, ma Jaccob Slavin centra la traversa in piena corsa. Carolina vola, il pubblico è una bolgia. Vegas fatica a uscire dalla propria zona, soffocata dalla pressione avversaria. Gli Hurricanes trasformano ogni errore in un’occasione, e al 12'08" arriva il raddoppio: ancora Ehlers, ancora in fuga solitaria, questa volta con un movimento secco tra i gambali: sesto gol per lui nei playoff. La difesa dei Golden Knights è sorpresa durante un cambio, Jack Eichel non riesce a liberare il disco e Jalen Chatfield serve il danese con un passaggio perfetto. E' il 2-0 e sembra l’inizio di una serata lunga per gli ospiti. Ma Vegas non crolla. Al 13'28" Shea Theodore accorcia con un tiro dalla distanza che passa attraverso il traffico. Carolina valuta la possibilità di un 'challenge' per interferenza, poi rinuncia. Il gol ridà fiato ai Golden Knights, che chiudono il periodo in crescita e resistono a un power-play complicato, sfiorando persino il pari con Howden appena uscito dal 'penalty box'. Il primo intervallo arriva sul 2-1, con Carolina avanti nel punteggio e nei tiri (10-3), ma con Vegas di nuovo in partita.
L’inizio del secondo periodo ribalta l’inerzia: dopo appena 30 secondi di gioco Ivan Barbashev trova il 2-2 su assist di Eichel, replicando la rapidità del gol lampo di Ehlers nel primo periodo. I Golden Knights ora pattinano, pressano, credono nella rimonta. E infatti al 24'35" William Karlsson completa il sorpasso: 3-2 per Vegas, silenzio improvviso sugli spalti. Frederik Andersen, fin lì quasi perfetto in tutta la postseason, appare meno sicuro mentre i Knights aumentano ritmo e fisicità. La partita diventa una battaglia di nervi e dettagli, con Carolina che prova a ritrovare ordine e Vegas che gioca con la sicurezza di chi ha già ribaltato serate complicate. Ma gli Hurricanes non mollano. A metà periodo, quando l’inerzia sembra ormai tutta dorata, è il capitano Jordan Staal a rimettere insieme i pezzi: intercetta un disco sanguinoso perso da Hanifin, riceve da Miller e fulmina Hart con un polsino secco sotto la traversa. Il 3-3 riaccende il pubblico e restituisce alla partita il suo equilibrio (16-15 i tiri al 40' per Carolina), quello atteso in una finale tra due squadre capaci di dominare le rispettive conference. Il secondo periodo si chiude con una penalità per Chatfield che rende ancora pericolosa Vegas, ma Andersen stavolta fa buona guardia, aiutato anche dal palo destro, colpito per l'occasione da Tomas Hertl.
Il terzo periodo chiude la panelità di Chatfield, ma dopo un minuto e venti secondi Vegas passa di nuovo: Carolina fatica a liberare il proprio terzo, Theodore prende il disco dalla blù e lo scarica verso la gabbia di Andersen, là dove era pronto alla deviazione Brett Howden, autore così della sua 11.a rete dei playoff. Gli Hurricanes sentono il colpo, Vegas va ancora vicina al gol, usufruisce di una superiorità che potrebbe essere letale, ma gli Hurricanes si difendono con ordine e, ancora una volta, trovano il varco giusto per pareggiare la partita, stavolta con una saetta in diagonale di Shayne Gostisbehere che, dalla sinistra e in azione personale al 51'19", trova il gol del 4-4 sfruttando un passaggio davanti alla gabbia di Stankoven. Entusiasmo sulle tribune, Carolina ritrova spirito e iniziativa. Vegas ci prova, Dorofeyev strappa un disco prezioso in attacco e prova un tiro, fermato da Andersen, mentre dall'altra parte arriva un vero e proprio miracolo di Hart a fermare uno 'shot' a botta sicura di Jarvis. Sul ribaltamento di fronte, a 3'24" dalla fine, arriva la rete che, finalmente, decide la partita: Colton Sissons è bravissimo a pescare Tomáš Hertl con un passaggio 'no look' al centro del terzo offensivo dei padroni di casa, conclusione secca e Andersen che può solo osservare il puck scivolare in rete. Gli ultimi minuti sono convulsi, ma poco costruttivi per Carolina: con 1'47" da giocare si gioca a porta vuota ma i 'Canes', forse più abituati a comandare che a inseguire, si lasciano prendere dall'ansia e giocano male troppi dischi nei momenti decisivi. I Golden Knights strappano così la vittoria e si presenteranno a gara-2 con un vantaggio, oltre che di risultato nella serie, psicologico ottenuto a una condotta di gara spregiudicata: non si recuperano facilmente due reti di svantaggio a una squadra come Carolina. E per giunta in trasferta.

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martedì 2 giugno 2026

Stanley Cup 2026, tutto pronto per il primo ingaggio

L'apertura del sito NHL dedicata alla finale
Carolina Hurricanes–Vegas Golden Knights
: una finale che promette intensità e storia La finale di Stanley Cup 2026 mette di fronte due squadre arrivate all’ultimo atto con percorsi diversi ma con una certezza comune: entrambe hanno dominato i rispettivi tabelloni, a est e ovest. Carolina ha travolto Senators, Flyers e Canadiens con un impressionante 12-1 complessivo, diventando la prima squadra da quasi 40 anni a raggiungere la finale con una sola sconfitta. Vegas, invece, ha cambiato pelle in corsa, trovando nuova identità sotto la guida di John Tortorella e chiudendo i playoff con un 12-4 che include lo 'sweep' ai danni dei favoriti Colorado Avalanche.
La serie si aprirà stanotte a Raleigh, dove i padroni di casa arrivano con un sistema rodato e una profondità offensiva che ha fatto la differenza per tutta la 'post-season'. La linea Blake–Hall–Stankoven ha prodotto 42 punti, mentre Taylor Hall è diventato il sesto giocatore nella storia della franchigia a chiudere una postseason con almeno 5 gol e 10 assist. Frederik Andersen, con un 1.44 di media gol subiti e il 92.8% di parate, è stato semplicemente dominante.
Dall’altra parte, Vegas porta un mix di esperienza, fisicità e talento individuale. Mitch Marner è il volto della loro corsa: 21 punti in 16 partite e una crescita costante che lo ha messo al centro dell’attenzione. La sua capacità di incidere in entrambe le zone del ghiaccio è diventata un fattore chiave. Non a caso, all’interno dello spogliatoio si riconosce che Carolina rappresenta un ostacolo enorme: «Great team, they've lost one game in playoffs», ha dichiarato il difensore Brayden McNabb, sottolineando come la pressione costante degli Hurricanes richieda “decision-making” impeccabile.
La sfida è anche un confronto tra stili diversi di gioco: Carolina punta su ritmo, forecheck aggressivo e linee capaci di generare pericolo in sequenza; Vegas risponde con struttura difensiva, transizioni rapide e un trio di stelle — Jack Eichel, Marner e Mark Stone — considerato tra i più incisivi della lega. La serie stagionale dice 2-0 per Vegas, ma i playoff raccontano sempre un’altra storia.
Entrambe le squadre arrivano “on a heater”, come si dice oltreoceano (in serie positiva). Carolina ha atteso vent’anni per tornare a questo punto, dopo la vittoria del 2006 con Rod Brind’Amour capitano e oggi allenatore. Vegas, invece, disputa la sua terza finale in nove anni di esistenza, un risultato straordinario per una franchigia così giovane.
La chiave potrebbe essere la capacità di creare spazio in una serie che si annuncia strettissima. Come sottolineato da più analisi tecniche, il rischio è che “il ghiaccio sembri un campo da basket”, tanta sarà la pressione su ogni possesso. Vegas sembra avere un vantaggio in termini di 'stelle' in campo, mentre Carolina può contare su un sistema più profondo e su un portiere in stato di grazia.
La finale di Stanley Cup sarà decisa dai dettagli e dai singoli eventi: un rimbalzo, un power-play, un'azione o una parata impossibile, tutto ciò che è nelle corde di due grandi squadre.


Alcune immagini tratte sempre dal sito NHL dedicate alla finale:

lunedì 1 giugno 2026

Milano in Ice Hockey League, ritorna in città l'hockey di livello

Il nuovo logo della società milanese
Milano c'è l'ha fatta. Alla fine, nell'ICE Hockey League che andrà a cominciare nel prossimo mese di settembre, ai nastri di partenza ci sarà anche il Milano Hockey Club, questa la dizione esatta, con colori sociali blù (scurissimo), rosso, bianco e oro.
Il pubblico milanese, già coinvolto nel febbraio di quest'anno dalle grandi sfide olimpiche, potrà così continuare ad assaporare il piacere delle partite a stecche incrociate per un torneo comunque di buon livello e che rappresenta un'estensione dell'ex campionato austriaco, allargatosi a formazioni di leghe provenienti dalle nazioni vicine nei primi anni di questo secolo.
Rappresentata finora dal Bolzano e, più recentemente, dal Val Pusteria (e per breve tempo anche dall'Asiago), l'Italia trova così una sua terza importante rappresentante.
Se il Milano HC rappresenta una formazione appena nata, la storia del rapporto fra la città milanese e il mondo del puck è antichissima ed è fatta di trionfi nazionali e internazionali. Furono proprio i Devils Milano a imporsi nella prima edizione dell'allora Alpenliga, nel 1991, in quella che si può ritenere la 'nonna' dell'attuale ICE Hockey League.
I colori sociali della neonata società sono invece un omaggio a un'altra parte della storia hockeistica cittadina, quella che vide, ancora nel 1991, l'Hockey Club Milano vincere il suo primo e unico scudetto mentre, fra il 2002 e il 2006, furono i Milano Vipers a infilare una splendida cinquina tricolore.
Con l'Agorà di via Ciclamini lasciato colpevolmente in rovina e le strutture olimpiche frettolosamente smontate (almeno per quanto riguarda l'hockey), la nuova casa del club sarà il futuro impianto di Rho Fiera, attualmente in costruzione, ma che dovrà essere obbligatoriamente funzionante per il mese di ottobre, a torneo comunque già in corso.
"Siamo orgogliosi di contribuire alla nascita di un progetto dal respiro internazionale, ma profondamente legato alla storia sportiva di Milano", ha dichiarato Marco Margiotta, CEO di House of Doge, principale investitore del club, "vogliamo costruire qualcosa di duraturo per i tifosi, i partner e l’hockey in Italia".
Christof Leitner, presidente della società, ha aggiunto: "L’ammissione alla ICE Hockey League rappresenta un passaggio fondamentale per il nostro progetto e per il ritorno dell’hockey di alto livello a Milano. Stiamo lavorando con grande impegno allo sviluppo della nuova arena e alla costruzione di una società solida e ambiziosa". E ancora: "Questo è solo il primo passo: abbiamo messo radici per crescere insieme e ci tengo a ringraziare chi ci ha appoggiato dal primo momento: il presidente della Regione Attilio Fontana, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente della FISG Andrea Gios, il presidente di Fondazione Fiera Giovanni Bozzetti e la società HC Milano Devils che curerà il settore giovanile".

Trieste inaugura il monumento per non dimenticare le foibe

La foto di "Monumentum" da ilReggino.it
A Largo Panfili, nel cuore di Trieste, è stato inaugurato il nuovo monumento dedicato alle vittime delle foibe e all’esodo giuliano‑dalmata, un’opera che non vuole essere solo commemorazione, ma un invito esplicito a guardare in faccia la storia.
La struttura, intitolata "Monumentum", è un cilindro trasparente in plexiglass alto sei metri, ospita figure bianche sospese nell’atto della caduta: un’immagine potente e drammatica, pensata per rendere visibile ciò che per decenni è stato rimosso, ovvero le stragi compiute dai partigiani comunisti slavi, in combutta con i comunisti italiani.
«Quest’opera parla della storia e delle tragedie che hanno attraversato le nostre terre» ha dichiarato Francesco Di Paola Panteca, presidente del Consiglio comunale, sottolineando il valore civile dell’iniziativa.
Il progetto, realizzato dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, è stato selezionato tramite un concorso nazionale promosso dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Jasmine Iannì, una delle giovani autrici, ha spiegato che l’idea nasce «dalla volontà di rendere visibile la tragedia che si è consumata nel periodo giuliano‑dalmata durante la guerra».
Il cilindro, che richiama simbolicamente la foiba, ribalta il concetto di occultamento: invece di nascondere, espone.
Alla cerimonia erano presenti autorità civili, militari e accademiche, oltre ai rappresentanti delle associazioni degli esuli. Il prefetto Giuseppe Petronzi e il vicepresidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli, Fabio Tognoni, hanno ricordato l’importanza di mantenere viva la memoria in un momento storico in cui il rischio dell’oblio è sempre più concreto. Un monito ribadito anche dall’assessore regionale Fabio Scoccimarro: «Per i giovani è importante conoscere i drammi del Novecento. Quello delle foibe e dell’esodo è un capitolo fondamentale per il nostro territorio e per l’Italia».
La cerimonia si è conclusa con il taglio del nastro, l’illuminazione dell’opera e l’Inno di Mameli. Trieste consegna così alla città un luogo che non è solo memoria, ma responsabilità collettiva.

Ella Bright, la giovane star risponde alle critiche: “Non mi hanno sfruttata”

Ella Bright (foto dal suo profilo Facebook)
La serie televisiva "Off Campus" ha acceso un dibattito che va ben oltre la trama. Al centro Ella Bright, 17 anni, protagonista di alcune scene considerate troppo intime per la sua età. Le polemiche sono esplose sui social, dove in molti hanno accusato la produzione di averla esposta a contenuti “inadatti” e “sessualizzati”. L’attrice, però, ha scelto di intervenire direttamente per chiarire la sua posizione.
La Bright ha spiegato di aver lavorato in un ambiente protetto e professionale, sottolineando come ogni scena sia stata girata con coordinatori dell’intimità e con il pieno coinvolgimento dei suoi genitori. “Mi sono sempre sentita al sicuro”, ha dichiarato, aggiungendo che la produzione ha rispettato limiti e sensibilità. Le sequenze più delicate, ha precisato, sono state costruite “in modo da non oltrepassare nulla di ciò che non era appropriato per me”.
L’attrice ha anche risposto a chi sostiene che una minorenne non dovrebbe interpretare ruoli così complessi: “Capisco le preoccupazioni, ma conosco i miei confini e so cosa posso fare”. Per lei, la serie racconta temi reali che riguardano molti adolescenti, e affrontarli con autenticità non significa necessariamente mostrarli in modo esplicito.
La Bright ha infine invitato il pubblico a non confondere la finzione con la realtà: “Non sono una vittima e non mi sono mai sentita sfruttata”. Una presa di posizione netta, che sposta l’attenzione dal clamore mediatico alla responsabilità con cui il set ha gestito il suo ruolo.

domenica 31 maggio 2026

Milano e l'hockey in dirittura d'arrivo, più sì che no e uno spiffero: il logo biancorossoblù

Un derby Devils-Saima nei primi anni '90
L'hockey e Milano, ormai alla decisione definitiva della lega Ice Hockey League mancano pochissime ore. Il senso di questo nuovo post, in realtà, è solo in un piccolo aggiornamento che arriva da 'fonti dirette', senza andare a scomodare lo splendido articolo di Bernd Freimüller, 'insider' del sito Laola1 ma, soprattutto, in passato scout dei Vienna Capitals e, nella prima decade di questo millennio, all'interno dell'organizzazione degli Atlanta Thrashers in NHL.
Nel pezzo si analizzano nel dettaglio i 'pro' e i 'contro' la vicenda Milano, basta utilizzare un traduttore per avere una visione completa e più chiara di cose in parte già note, ma tutte messe sapientemente in fila.
Riassumendo, come già si sapeva, la situazione è in bilico, ma è anche altalenante: l'idea è che, se Milano metterà i soldi sul tavolo, soldi veri e non presunti, le porte di una lega 'affamata' si apriranno al progetto mentre, se gli argomenti saranno quelli di un 'vedremo, faremo, garantiremo' saranno sopratutto la stragrande maggioranza dei club austriaci a stoppare il tutto.
La presenza del torontino Marco Margiotta non viene vista come un 'plus'.
Milano, intesa come club, vuole dettare le condizioni: o ci prendete adesso oppure mai più e, per una lega ansiosa di migliorare ed estendere la propria immagine come l'attuale Ice Hockey League, questa potrebbe essere una tentazione difficile cui poter resistere.
La replica del 'board' parrebbe essere quella di una controproposta: disputare una stagione in Alps Hockey League, che accoglierebbe il neo-club a braccia aperte. Una condizione che, proprio per mantenere il proprio progetto 'duro e puro', la nuova società meneghina non si sente di poter accettare.
Infine, nodo tifosi, da molti ritenuto fondamentale.
Per chi ritenga infine come discorso primario quello dei colori una notizia importante: il logo presentato sarebbe biancorossoblù. Per la lega però, e per le squadre, l'aspetto cromatico, ai fini della decisione finale, rimane l'ultimo dei problemi.

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Parigi, dietro alle violenze nordafricane il fallimento della società multiculturale

Immagine tratta da un video su X
La vittoria del Paris Saint Germain in Champions League ha scatenato scene di inaudita violenza a Parigi. La capitale francese si è risvegliata questa domenica, infatti, tra i fumi degli incendi e le sirene della polizia dopo quella che avrebbe dovuto essere una notte di pura celebrazione. Il successo del PSG, club da anni detenuto nelle mani dei potenti arabi del Qatar, aveva attirato in strada oltre 200mila persone, concentrate soprattutto tra gli Champs-Élysées, la Bastiglia e l’area del Parco dei Principi, la gran parte delle quali di origine nordafricana, come del resto di tale origine è il profilo degli ultras cosiddetti 'parigini'.
Le prime tensioni sono esplose a Porte de Saint-Cloud, dove migliaia di tifosi stavano seguendo la partita davanti al maxi‑schermo. Petardi, fuochi d’artificio e oggetti lanciati contro gli agenti hanno costretto le forze dell’ordine a rispondere con gas lacrimogeni. Da lì, la situazione è degenerata: auto, scooter e biciclette dati alle fiamme, vetrine infrante, saccheggi improvvisati. Una violenza definita “assolutamente inaccettabile” dal ministro dell’Interno Laurent Nuñez, che ha confermato un bilancio pesante: 416 persone fermate e sette agenti feriti.
Nonostante l’imponente dispiegamento di 22mila agenti in tutta la Francia, di cui 8mila solo a Parigi, la notte è sfuggita di mano. Le immagini diffuse sui social mostrano gruppi organizzati colpire la polizia con batterie di fuochi d’artificio, proprio come succede anche in Italia con i 'maranza', solo all'ennesima potenza, dimostrazione pratica di do0ve l'accoglienza indiscriminata stia portando una decadente società europea.
Scene di guerriglia urbana hanno coinvolto anche altre città francesi come Bordeaux, Montpellier e Grenoble, segno di un malessere che va oltre la semplice “festa degenerata” e che ha visto i francesi di origine nordafricana trovare la scusa per colpire un mondo, quello occidentale che li sfama, che odiano e che chiedono a gran voce di poter distruggere nella più totale impunità.
Le scene viste ieri sera a Parigi e nel resto della Francia dimostrano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il totale fallimento del multiculturalismo.

sabato 30 maggio 2026

NHL playoff: Carolina è un rullo compressore, 6-1 ai Canadiens e finale di Stanley Cup

Il sito degli Hurricanes con il finale
I Carolina Hurricanes volano in finale di Stanley Cup dopo avere travolto in gara-5 i Montreal Canadiens con il punteggio di 6-1, al termine di una gara senza storia fin dall'inizio, che ha confermato la differenza sempre vista sul ghiaccio tra le due squadre n questa serie, a parte la sorprendente gara-1. Anche perdendo due partite all'overtime, i canadesi sono sempre stati sovrastati dagli avversari, sia nella fisicità che nelle conclusioni a rete.
Con questo successo la squadra allenata da Rod Brind'Amour vince il Prince of Wales Trophy, solitamente assegnato alla squadra vincente della Eastern Conference, e in una finale che fin d'ora si preannuncia spettacolare, affronterà i Vegas Golden Knights, alla ricerca di quel trofeo che manca dalla stagione 2005-06. Per la formazione canadese e per il Canada l'ennesima stagione senza l'agognata vittoria di un trofeo che ormai manca dal lontano 1992-93, quando furono proprio i Canadiens a vincerlo nella finalissima contro i Los Angeles Kings (4-1 nella serie).
Ingaggio, pronti, via e dopo sei secondi Jackson Blake scappa e saetta un tiro che sorvola di poco la traversa, e ancora, nel primo minuto, è il goalie ospite, Jakub Dobeš, a salvare due volte su Sebastian Aho e una su Nikolaj Ehlers. Montreal è avvisata. Dopo due minuti arriva però la prima penalità, la subisce Andrei Svechnikov, per un 'tripping' su Lane Hutson. Carolina fino a quel momento ha una percentuale nel penalty-killing del 93,8% nei playoff, e subisce un solo tiro da parte dei Canadiens, che vedono salire il proprio power-play a 1/9 nella serie. Dopo sei minuti e mezzo Jordan Martinook ha l'occasione d'oro: tiro centralissimo ma grande risposta da parte di Dobeš. Regna la confusione ma, dopo dieci minuti, arriva meritato il vantaggio degli Hurricanes: Logan Stankoven viaggia indisturbato verso la gabbia di Dobeš, serve Taylor Hall al centro che appoggia in rete. Il gol viene contestato da Martin St. Louis alla ricerca disperata di una 'interference' sul portiere, ma la 'coach's' challenge' viene respinta e Montreal si becca pure due minuti di penalità. I Canadiens passano indenni la penalità, ma continuano a subire la pressione dei padroni di casa, come finora sempre è capitato nella serie. Carolina colleziona però una seconda penalità, ancora con Svechnikov, ma anche stavolta la superiorità porta a un nulla di fatto, con zero tiri verso la porta avversaria. Arriva invece, letale, la seconda rete dei padroni di casa, su cui stavolta Dobeš ha qualche volta, non intercettando la conclusione di Logan Stankoven, nono gol dei playoff per lui, infilando il decimo assist della post-season di Hall. Passa un minuto e mezzo e Carolina cala il tris, con il disco che rotola nel terzo della difesa canadese, Eric Robinson, scattato in contropiede, lo raccoglie e fulmina ancora una volta l'estremo ceco di Montreal, la dimostrazione di una quarta linea (Carrier-Jankowski-Robinson) molto produttiva. Il primo periodo si chiude con numeri impietosi, tutti a favore degli Hurricanes: 3-0 il risultato, 15-4 nei tiri, 10-5 nelle 'hit'. Carolina finora ha giocato come il gatto con il topo.
Il secondo periodo comincia con una clamorosa occasione per i 'Canes, ma Seth Jarvis, a porta spalancata, manca il poker. Arrivano poi due minuti di penalità per Nick Suzuki ma, almeno in questo caso, i Canadiens riescono a scamparla. I due minuti li prende poi Carolina (Alexander Nikishin per bastone alto), ma ancora una volta la gestione della superiorità da parte di Montreal è desolante. Montreal fatica addirittura a uscire dal terzo e, quando ci riesce, viene punita duramente: arriva così il quarto gol di Carolina, un'esecuzione perfetta con Hall che recupera disco e s'invola a spallate verso Dobeš, che respinge prima del rimbalzo vincente di Jackson Blake. Un minuto dopo arriva la prima occasione della serata per i Canadiens, con un palo, peraltro esterno, colpito da Ivan Demidov. ma ormai è troppo tardi. La partita diventa un monologo, con il pubblico di casa che 'copia' il coro classico di vittoria dei tifosi dei Canadiens. Si prosegue con i Canadiens che subiscono due penalità, la prima contro Lane Hutson (bastone alto), la seconda per troppi uomini sul ghiaccio. Ed è in quest'ultimo caso che arriva la cinquina: tiro dalla distanza di Ehlers, tocco al centro di Jarvis e stoccata vincente di Shayne Gostisbehere. E' il 38'02", e ormai per Montreal la partita di raleigh è come la tortura della goccia sebbene, proprio allo scadere del periodo, Alexandre Carrier scocchi per Montreal uno dei pochissimi tiri pericolosi, deviato però da Frederik Andersen.
Il terzo periodo comincia con un bel tiro di Demidov fuori di poco, segno che Montreal, perlomeno, ci voglia provare. Le squadre sembrano poter giocare in surplace, ma Jordan Martinook trova comunque un buono spunto, su cui Dobeš si impegna con bravura. Nuova penalità pro Canadiens: due minuti a Ehlers per un fallo su Jayden Struble, e un power-play che produce un paio di tiri pericolosi e una mini rissa davanti ad Andersen. Passano pochi secondi e a sedersi sulla panca puniti è Gostisbehere, ancora per gli Hurricanes. E, finalmente, dopo quasi due partite intere, arriva la prima rete dei Canadiens, realizzata da Cole Caufield, sesto gol per lui nei playoff (13 punti in totale, di cui 10 in power-play), lasciato colpevolmente solo davanti ad Andersen. Carolina replica con un bel tiro di Ehlers ben bloccato da Dobeš. A sua volta Andersen para bene lo 'snap-shot' di Newhook. A circa quattro minuti dalla fine St. Louis tenta l'impossibile e toglie il portiere, ma Carolina ne approfitta quasi subito e, a porta vuota, infila la sesta rete con Seth Jarvis e, per completare l'opera, i Canadiens si beccano un'ulteriore penalità per 'too many men on the ice'. Ormai è accademia sul ghiaccio, mentre il pubblico grida "We want the cup!", i fazzoletti bianchi sventolano al Lenovo Center e non si gioca più, tutti si abbracciano e anche per Montreal finisce la tortura, per una serie che ha visto gli Hurricanes dominare il computo dei tiri 166-89.
Il Prince of Wales Trophy viene presentato sul ghiaccio dal commissioner Bill Daly ma, come nel caso dei Vegas Golden Knights e del Clarence Campbell Bowl, anche stavolta tutti si guardano bene dal toccare la coppa, seguendo la tradizione beneaugurante anche se, in questo caso, a una delle due contendenti andrà inevitabilmente male.