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| foto di Tom Caillarec per Unsplash |
Il corteo per lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna si è trasformato in un attacco frontale allo Stato, con devastazioni, aggressioni e un chiaro tentativo di mettere in difficoltà le forze dell’ordine.
In questo contesto, la linea del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, appare non solo legittima, ma indispensabile.
Il ministro ha messo i partiti di Sinistra con le spalle al muro e di fronte alle proprie responsabilità, parlando di un “innalzamento del livello dello scontro” e di dinamiche che richiamano metodi squadristici.
Una lettura severa, ma aderente ai fatti: lanci di oggetti, incendi, assalti pianificati. Le forze dell’ordine, schierate in numero massiccio, hanno impedito che la situazione degenerasse ulteriormente, confermando la necessità di un approccio fermo e di misure preventive più incisive.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la presenza, nel corteo, di sigle e gruppi che si presentano come movimenti studenteschi o di solidarietà internazionale, ma che nei fatti hanno scelto di affiancarsi a frange violente. Una zona grigia che non può essere ignorata: quando si marcia accanto a chi cerca lo scontro, si contribuisce a legittimarlo. Ed è qui che emerge il nodo politico più delicato.
Piantedosi ha denunciato apertamente la “copertura politica” che alcuni settori dell’Opposizione avrebbero offerto a questi gruppi, partecipando alla manifestazione e minimizzando le violenze.
Le reazioni indignate di parte della Sinistra parlamentare non cancellano un dato evidente: una parte del mondo politico continua a trattare gli 'antagonisti' come se fossero semplici manifestanti, ignorando la natura eversiva di certe azioni. Questa ambiguità non solo indebolisce la credibilità delle istituzioni, ma rischia di incoraggiare ulteriori episodi di violenza.
La richiesta del ministro di una condanna unanime è rimasta inascoltata. E questo è forse il segnale più allarmante: di fronte a comportamenti che minano la convivenza democratica, il Paese avrebbe bisogno di compattezza, non di distinguo tattici. Le misure proposte – dal rafforzamento degli strumenti di tutela per gli agenti al fermo preventivo per soggetti pericolosi – possono essere discusse, migliorate, calibrate. Ma non possono essere demonizzate da chi, per calcolo politico, preferisce evitare di affrontare il problema alla radice.
In un momento in cui gruppi organizzati cercano lo scontro e mettono a rischio la sicurezza collettiva, la fermezza non è un’opzione ideologica: è un dovere istituzionale. E la politica, tutta, dovrebbe riconoscerlo.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la presenza, nel corteo, di sigle e gruppi che si presentano come movimenti studenteschi o di solidarietà internazionale, ma che nei fatti hanno scelto di affiancarsi a frange violente. Una zona grigia che non può essere ignorata: quando si marcia accanto a chi cerca lo scontro, si contribuisce a legittimarlo. Ed è qui che emerge il nodo politico più delicato.
Piantedosi ha denunciato apertamente la “copertura politica” che alcuni settori dell’Opposizione avrebbero offerto a questi gruppi, partecipando alla manifestazione e minimizzando le violenze.
Le reazioni indignate di parte della Sinistra parlamentare non cancellano un dato evidente: una parte del mondo politico continua a trattare gli 'antagonisti' come se fossero semplici manifestanti, ignorando la natura eversiva di certe azioni. Questa ambiguità non solo indebolisce la credibilità delle istituzioni, ma rischia di incoraggiare ulteriori episodi di violenza.
La richiesta del ministro di una condanna unanime è rimasta inascoltata. E questo è forse il segnale più allarmante: di fronte a comportamenti che minano la convivenza democratica, il Paese avrebbe bisogno di compattezza, non di distinguo tattici. Le misure proposte – dal rafforzamento degli strumenti di tutela per gli agenti al fermo preventivo per soggetti pericolosi – possono essere discusse, migliorate, calibrate. Ma non possono essere demonizzate da chi, per calcolo politico, preferisce evitare di affrontare il problema alla radice.
In un momento in cui gruppi organizzati cercano lo scontro e mettono a rischio la sicurezza collettiva, la fermezza non è un’opzione ideologica: è un dovere istituzionale. E la politica, tutta, dovrebbe riconoscerlo.
