sabato 4 aprile 2026

Iptacopan rimborsabile: svolta per i pazienti con glomerulopatia da C3

Un momento della conferenza di Milano (immagine Bordignon)
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 25 marzo, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha ammesso alla rimborsabilità iptacopan, il primo inibitore orale del Fattore B della via alternativa del complemento per il trattamento degli adulti con glomerulopatia da C3 (C3G).
Una decisione che, insieme al riconoscimento dello status di innovatività, segna un cambio di passo per una patologia ultra-rara, progressiva e spesso diagnosticata in giovane età.
La C3G colpisce 1-1,5 persone ogni milione in Italia e può evolvere rapidamente verso l’insufficienza renale, rendendo necessaria dialisi o trapianto. «La diagnosi richiede un inquadramento specialistico approfondito e si basa sulla biopsia renale, attualmente il gold standard diagnostico», spiega il professor Giuseppe Grandaliano, sottolineando l’importanza di un percorso clinico accurato per orientare le scelte terapeutiche.
Iptacopan agisce selettivamente sul Fattore B, “interruttore” della via alternativa del complemento, riducendo l’attivazione incontrollata che porta all’accumulo di C3 nei glomeruli. Nello studio di Fase III APPEAR‑C3G la molecola ha mostrato una riduzione della proteinuria del 35,1% rispetto al placebo e una stabilizzazione dell’eGFR, con un profilo di sicurezza favorevole.
«Fino a oggi la glomerulopatia da C3 era una patologia grave senza trattamenti mirati», ricorda il professor Luigi Biancone. «Questa approvazione colma un vuoto terapeutico significativo: intervenire sulla causa della malattia rappresenta un cambiamento rilevante nel panorama di cura».
Accanto agli aspetti clinici, resta centrale la prospettiva dei pazienti, spesso costretti a lunghi percorsi diagnostici e a spostamenti fuori regione. «Molti faticano a individuare un riferimento stabile, con un impatto sulla vita quotidiana e familiare», osserva Fabrizio Spoleti, presidente dell’associazione Progetto DDD ETS. «Servono informazioni più accessibili, centri identificabili e percorsi coordinati».
Per Novartis, che da oltre quarant’anni investe nella nefrologia, la rimborsabilità rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento della propria pipeline dedicata alle malattie renali ad alto bisogno clinico. «È un traguardo importante per i pazienti italiani con C3G», conclude Paola Coco, Chief Scientific Officer di Novartis Italia. «Il riconoscimento di innovatività valorizza il contributo dell’innovazione terapeutica in un’area dove le opzioni erano estremamente limitate».

giovedì 26 marzo 2026

Marco Ferreri a Venezia nel 1984: il futuro, secondo lui, era donna

La locandina del film
Nel settembre 1984, mentre il cinema italiano faticava a ritrovare identità e pubblico, Marco Ferreri rappresentava un’eccezione vivente. In un panorama segnato dalla crisi produttiva, dall’avanzata della televisione commerciale e dal declino dei grandi autori degli anni Sessanta e Settanta, lui gira un film all’anno, imperturbabile. A 56 anni resta un regista che divide: per alcuni un provocatore geniale, per altri un furbacchione che maschera l’insensatezza con lo scandalo. Ma ogni sua opera accende dibattiti, e questo basta a mantenerlo al centro della scena.
Alla Mostra di Venezia di quell'anno presentò "Il futuro è donna", scritto con Dacia Maraini e Piera Degli Esposti, interpretato da Hanna Schygulla, Ornella Muti e Niels Arestrup.
Il film si inserisce nel clima culturale degli anni '80, attraversato dal ripensamento dei ruoli di genere e dalla crisi del maschio occidentale, temi che Ferreri affrontava da tempo. “La donna è proiettata verso il futuro, l’uomo resta passivo”, affermava, sintetizzando una poetica che da "L’ultima donna" a "Ciao maschio" ha sempre provocato reazioni contrastanti.
La storia segue Malvina, giovane incinta che incontra una coppia incapace di mettere al mondo figli per paura di un’imminente catastrofe. Nasce un rapporto a quattro che diventa riflessione sulla maternità, distinta da Ferreri in biologica e concettuale: “Non tutte le donne incinte sono già madri, e alcune lo sono senza esserlo”.
Quanto alle sue interpreti ricorrenti, sorride: “La Muti e la Schygulla sono come oracoli. Dicono ciò che io non dico”. In un’Italia sospesa tra modernizzazione e inquietudine, Ferreri era uno dei pochi a usare il cinema come strumento di disturbo. E forse, proprio per questo, continua a essere necessario anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1997.

sabato 21 marzo 2026

Referendum: votare 'sì' è un dovere morale prima ancora che politico

Le 'toghe rosse', una casta da abbattere
Votare al prossimo referendum, per molti cittadini, significa chiedere un cambiamento reale.
Non perché la Costituzione debba essere intoccabile – altrimenti saremmo ancora fermi alle leggi bibliche – ma perché una riforma della giustizia è percepita come necessaria da chi si sente da anni schiacciato da decisioni considerate arbitrarie.
L’idea che esista una “casta” impermeabile dei giudici, capace di incidere sulla vita delle persone senza doverne rispondere, alimenta un malessere diffuso.
Sono numerosi i casi in cui cittadini comuni, colpevoli solo di essersi difesi, hanno visto la propria vita stravolta da provvedimenti ritenuti ideologici. Da qui nasce la convinzione che una parte della magistratura, spesso etichettata come politicizzata, ostacoli qualsiasi tentativo di riforma che possa limitarne il potere.
In questo clima si inserisce anche la critica verso figure pubbliche considerate simboliche di un certo approccio culturale e politico, accusato di difendere categorie ormai svuotate di significato e di bollare come “patriarcato tossico” o “reazione conservatrice” il disagio di chi chiede semplicemente regole chiare e responsabilità.
Per chi sostiene il referendum, votare sì significa opporsi a questa deriva, chiedere una giustizia più concreta e trasparente, in cui anche i magistrati rispondano dei propri errori. E significa rifiutare lezioni morali da una Sinistra vista come pronta a evocare i padri costituenti mentre, allo stesso tempo, giustifica comportamenti violenti che minano la sicurezza delle città.
Per questi cittadini, il sì non è solo un voto: è una presa di posizione netta.

giovedì 19 marzo 2026

Raccontare l’amiloidosi con un libro per capirla davvero

Maria Rita Montebelli mostra il libro (foto Bordignon)
Quando una malattia rara entra nella vita di una famiglia, porta con sé domande, paure e un senso di smarrimento che spesso non trova spazio nei referti clinici.
È da questa esigenza di ascolto che nasce AMYCI – Storie di vita nell’amiloidosi ereditaria da transtiretina, il progetto di medicina narrativa promosso da ISTUD con il supporto di AstraZeneca Italia.
Il volume raccoglie 27 testimonianze di pazienti, caregiver e medici, offrendo uno sguardo intimo su una patologia complessa e ancora poco conosciuta.
Le narrazioni rivelano un’emozione condivisa: l’aspettativa. I clinici percepiscono una progressione elevata della malattia, mentre i pazienti descrivono un quadro più variegato, con molti che parlano di stabilità. I caregiver, ancora più prudenti, segnalano un peggioramento solo in un terzo dei casi. Tutti, però, guardano alle nuove terapie come a una possibilità concreta di miglioramento.
Il progetto mette in luce anche il peso emotivo della trasmissione genetica. Come sottolinea Maria Giulia Marini, nelle famiglie si manifesta un vero “trauma di passaggio generazionale”, fatto di sensi di colpa e timori di rivivere la storia dei propri genitori. La medicina narrativa diventa così un modo per dare voce a queste ferite e per aiutare i medici a cogliere la dimensione psicologica che accompagna la patologia.
Accanto alle testimonianze personali, emergono le voci delle associazioni, come FAMY, impegnate da anni nel diffondere conoscenza e supporto. E i clinici ricordano i progressi compiuti: da una malattia considerata incurabile a un ambito in cui oggi è possibile intervenire precocemente e migliorare la qualità di vita.
AMYCI mostra che, accanto ai dati, servono storie. Perché solo ascoltando chi vive la malattia ogni giorno si può costruire un percorso di cura davvero completo.

Altre immagini della conferenza stampa (foto Bordignon)






giovedì 5 marzo 2026

Mad Mood Milano 2026, il trionfo del 'prêt-à-guarder'

Un momento della sfilata di Paula Pellegrini (foto Bordignon)
Anche per questa edizione di febbraio 2026, Mad Mood ha toccato la tappa di Milano per un 'format' vincente, ideato dalla vulcanica mente della salentina Marianna Miceli, Sulla passerella dell'Hotel Melià hanno sfilato, stavolta per un giorno solo, in piena Fashion Week, una serie di marchi 'fedeli alla linea' dell'ormai decennale manifestazione, come quello dello stilista kazako Aidarkhan Kaliev, mentre si sono rinnovate le presenze più recenti dell'argentina Andrea Garmendia e della bulgara Radi Lazarova. Infine hanno sfilato i vestiti di alcune liete sorprese, come l'italiana Barbara Braghin, oltre al sempre presente Istituto Cordella e altre rampanti scuole di moda italiane.
Fra le modelle in passerella due 'fedelissime' come l'italiana Jenny Di Marco e la bulgara Veronika Stefanova mentre, fra gli/le ospiti, si sono alzate dalla platea per un saluto (un po' forzato) Susanna Messaggio e Simona Tagli (con figlia al seguito).
La sensazione, però, è che ormai Mad Mood non abbia bisogno di ulteriore propellente per ritagliarsi uno spazio che è già suo di diritto nel mondo della moda italiana e internazionale. Soprattutto, Mad Mood è un modo genuino e 'facile' per avvicinarsi al mondo della fashion, a volte troppo rarefatto e distaccato dallo spettatore.
L'esperimento di Marianna, perfettamente riuscito, invita il pubblico direttamente sul 'red carpet', lo prende per mano e lo avvolge in un sogno a volte lontano, che si trasforma e diventa così vicino da poterlo toccare.
In questo senso la moda di Mad Mood, se a volte non è facilmente da 'porter', è sicuramente, con un neologismo coniato per l'occasione, sicuramente da 'guarder'.