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lunedì 1 giugno 2026

Ella Bright, la giovane star risponde alle critiche: “Non mi hanno sfruttata”

Ella Bright (foto dal suo profilo Facebook)
La serie televisiva "Off Campus" ha acceso un dibattito che va ben oltre la trama. Al centro Ella Bright, 17 anni, protagonista di alcune scene considerate troppo intime per la sua età. Le polemiche sono esplose sui social, dove in molti hanno accusato la produzione di averla esposta a contenuti “inadatti” e “sessualizzati”. L’attrice, però, ha scelto di intervenire direttamente per chiarire la sua posizione.
La Bright ha spiegato di aver lavorato in un ambiente protetto e professionale, sottolineando come ogni scena sia stata girata con coordinatori dell’intimità e con il pieno coinvolgimento dei suoi genitori. “Mi sono sempre sentita al sicuro”, ha dichiarato, aggiungendo che la produzione ha rispettato limiti e sensibilità. Le sequenze più delicate, ha precisato, sono state costruite “in modo da non oltrepassare nulla di ciò che non era appropriato per me”.
L’attrice ha anche risposto a chi sostiene che una minorenne non dovrebbe interpretare ruoli così complessi: “Capisco le preoccupazioni, ma conosco i miei confini e so cosa posso fare”. Per lei, la serie racconta temi reali che riguardano molti adolescenti, e affrontarli con autenticità non significa necessariamente mostrarli in modo esplicito.
La Bright ha infine invitato il pubblico a non confondere la finzione con la realtà: “Non sono una vittima e non mi sono mai sentita sfruttata”. Una presa di posizione netta, che sposta l’attenzione dal clamore mediatico alla responsabilità con cui il set ha gestito il suo ruolo.

domenica 5 febbraio 2023

Law and Order girls: Lynn Collins e Liza Lapira

Lynn Collins
e Liza Lapira, due delle tante 'belle' che hanno preso parte alla lunga storia di "Law and Order", serie creata dalla penna di Dick Wolf e che, per l'occasione relativa alla presenza delle due attrici, era legata al quinto episodio della prima stagione dello spin-off "Special Victims Unit".
Per Lynn, nata nel 1977 a Houston (di origini inglesi, scozzesi e irlandesi, ma anche con uno spruzzodi sangue cherokee), si trattava della prima esperienza televisiva. E se al cinema ha raggiunto la popolarità grazie al ruolo di Kayla Silverfox (l'amata di Wolverine, nel film "X-Men le origini - Wolverine"), a livello televisivo ha preso parte a cinque episodi della prima stagione di "True Blood", interpretando Dawn Green, oltre a nove episodi di "The Walking Dead".
Liza, classe 1981, originaria del Queens, New York, di origini filippine, spagnole e cinesi, ha avuto una corposa carriera, soprattutto a livello televisivo, con una presenza importante nella serie "Dollhouse" di Joss Whedon (creatore di "Buffy" e sceneggiatore di "Alien - La clonazione"), ma anche con ripetute apparizioni in "Dexter" e in molte altre serie tra le più seguite.
"Wanderlust" il titolo della puntata, la quinta della prima serie, targata 1999. Primario il ruolo della Collins, che recita la parte di una giovane minorenne, Virginia Hayes, figlia dell'affittacamere nella cui casa viene trovato cadavere uno scrittore di viaggi, con cui la giovane fanciulla aveva intessuto una relazione.
Molto più fugace l'apparizione della Lapira, nel ruolo di una cameriera che strizza l'occhio e fa giusto un paio di battute (nel cast è infatti senza nome del personaggio, definito semplicemente come 'waitress') con Mariska Hargitay, il famoso detective Olivia Benson, protagonista assoluta della serie.

Immagini tratte dalla puntata "Wanderlust" di law and Order SVU con Lynn e Liza molto giovani e alle loro prime esperienze come attrici, e altre fotografie tratte dal web in età più matura.



domenica 29 gennaio 2023

Alexa Mansour, 'teen' sensuale in The Walking Dead e Law and Order SVU

Alexa Mansour (foto tratta dal web)
Lei si chiama Alexa Mansour, attrice americana, giovanissima 'teen' che, a 18 anni, ha ottenuto uno dei suoi primi ruoli rilevanti in "Law & Order - Unità vittime speciali", telefilm che da sempre ospita nei suoi ruoli ragazze affascinanti. "Girls Disappeared" ("Ragazze scomparse") il titolo della prima puntata della 16.a stagione in cui Alexa compariva come giovanissima prostituta minorenne, Luna Garcia, sebbene nella realtà avesse già compiuto 18 anni (è nata infatti il 18 maggio 1996). Del resto, le sue origini (è metà egiziana e metà messicana) ben si adatta con la parte di 'chica latina' che le era stata assegnata per l'occasione.
Il suo successo, però, Alexa lo deve allo spin-off di "The Walking Dead", "World Beyond", in cui interpreta uno dei personaggi principali, Hope Bennett.
Una passione per Quentin Tarantino, l'ispirazione avuta dal nonno materno e il tennis come sport preferito completano il quadro di una ragzza bella, affascinante e a cui si può solo augurare di coronare i propri sogni nella maniera migliore possibile.

Tre foto di Alexa Mansour di Emmanuelle Sequoia dalla rivista Photobook


lunedì 28 marzo 2022

Vigil, serie tv che parte bene ma frana nei messaggi LGBT

"Vigil", un telefilm da cui era lecito attendersi di più 
Ho appena terminato di vedere "Vigil", una serie televisiva britannica ben fatta e dal ritmo incalzante, dalla quale, però, come sempre, dal finale mi sarei aspettato un tocco di originalità in più.
Sei episodi, ciascuno di un'ora, nel più classico stile britannico, senza alcun 'sequel' (almeno si spera), con un crescendo rossiniano di tensione e colpi di scena che, fin qui, ne farebbero apprezzare sceneggiatura e impegno nel trovare sempre nuovi sprazzi di emozioni.
La trama, di per sé, è buona: le ricerche di una poliziotta a bordo di un sottomarino su cui si è perpetrato un delitto, fra ostacoli di carattere burocratico e militaresco. Con l'aggiunta, puramente casuale, di una claustrofobia che la poliziotta ha ereditato da un antico dramma personale.
Prodromi interessanti, corroborati da ottime interpretazioni, ma rovinati nel finale, come quasi sempre accade, da una trita e melensa ammucchiata di banalità e luoghi comuni, un impasto già visto alle latitudini anglo-sassoni, in piena rivoluzione 'culturale' (si fa per dire), fagocitate dalle stronzate del Me Too e del Black Lives Matter.
Per l'ennesima volta ci si trova di fronte a un pastone in cui viene mischiato il mondo LGBT, l'agiografia del 'negro buono' e la critica alla vecchia impalcatura delle regole su cui è impastoiata l'atrofizzata società politico-militare 'bianca' (aggiungiamoci pure un 'tossica', che di questi tempi non guasta mai).
A quando assisteremo alle vicende di un detective sposato con prole, magari iscritta a un istituto esclusivissimo, e che abbia votato per la Brexit? Nel frattempo, a fianco delle vicende sia pur interessanti del sottomarino 'maledetto', è stato fatto obbligo il sorbirsi della nascita dell'amore lesbico e puro (gli amori lesbici sono sempre puri...) fra la detective e la sua collega, dell'altrettanto pura protesta degli attivisti 'no nuke' di un campo simil zingaro nei pressi della base militare, con tanto di 'salopette' e pettinatura 'afro' con murales d'ordinanza, e delle presenze 'nere' di contorno, tutte positive: il comandante del sottomarino che, per quanto obbligato a seguire la scala gerarchica, ha esclusivamente a  cuore la salvezza del proprio equipaggio, o l'altro poliziotto che, da terra, aiuta nelle ricerche l'amante 'trista' della protagonista.
Ovviamente tutti 'bianchi' i protagonisti negativi: l'assassino, le spie, il contrammiraglio dedito a biechi calcoli politici, perfino il politico che, sebbene in buona fede, ha combinato un casino che metà basta.
Insomma, alla fine di "Vigil" rimane ben poco, una sensazione sgradevole di ennesima 'presa per il culo' fatta a base di messaggi nemmeno troppo subliminali, per una trama che poteva essere risolta in una sola puntata, che ci ha invece portato a spasso per sei, illudendoci di trovare un gran finale che non si è mai rivelato.
Leggi anche: "Cardinal", una serie tv da conservare in una teca protetta

venerdì 4 febbraio 2022

Serie TV: "Tin Star" salvata dagli attori, il resto è da buttare

I tre protagonisti di "Tin Star"
"Tin Star"
è una serie che logora e che ho guardato sino alla fine soprattutto per la bravura degli attori. Gli ultimi secondi della terza stagione salvano, parzialmente, il telefilm con Tim Roth splendido protagonista, dalla bocciatura piena.
Eppure, malgrado tutto il male che se ne possa dire, si tratta di una serie a tratti quasi divertente, da seguire tutta d’un fiato e che, dopo una prima stagione partita benissimo e proseguita con qualche dubbio, nella seconda si era pericolosamente afflosciata per poi ritrovare ritmo e suspence nella terza.
“Tin Star” è una serie sciaguratamente folle e priva di senso, sceneggiata da un autore in evidente stato di alterazione psichica. La si potrebbe definire una via di mezzo fra un'opera 'pulp' e una 'fantasy', con uno humour forzato che, in certi passaggi, potrebbe far tornare alla memoria “Fargo”, ma che di quest’ultima non possiede la stessa potenza e credibilità.
Ci sono dei cattivi ‘cattivissimi’ di cui però si conosce molto poco, senza antefatti né vissuto. Lo stesso personaggio interpretato da Roth, Jack Devlin (che poi si scoprirà essere tale Jack Worth), comincia il trittico di stagioni come padre di una famiglia felice e le termina come assassino spietato, che peraltro coinvolge moglie e figlia nella propria follia omicida e nichilista.
Soprattutto nella terza stagione, l’ansia omicida che pervade tutti (e si sottolinea ‘tutti’) i protagonisti prevale sulla trama, lasciandosi sopraffare da incomprensibili paradossi. E così si mischiano matrimoni con il sorriso a omicidi di preti sfigurati, gente gettata casualmente dalla finestra a simpatiche bevute nei pub di Liverpool, famiglie distrutte senza pietà ne remora alcuna a trenini carichi di bimbi che calano nel pieno di festini che riempiono case dove scorrono alcol e droga.
In tutto ciò, il finale, totalmente privo di logica, dona almeno coerenza all'incoerenza e al teatrino dell’assurdo costruito in tutte le puntate precedenti.
Applausi, ovviamente, per Tim Roth, in versione ‘hooligan’ della vita, affiancato dalla ‘famiglia’, composta da Genevieve O’Reilly e Abigail Lawrie, per un trittico tutto britannico che, soprattutto nella terza serie, ambientata nella Merseyside (con tanto di colonna sonora adeguata, da Gerry and the Pacemakers a Echo and the Bunnymen), rende credibile almeno l’ambiente circostante, una Liverpool persa fra violenza e povertà.
Tre stagioni (2017-2020), probabilmente, sono potute bastare. Anzi, forse sono state fin troppe. (fonte: Milano Reporter)

martedì 16 febbraio 2021

"Raised by Wolves", due episodi per tornare a innamorarsi di Ridley Scott

Un'immagine tratta dal web
Poche brevi righe da cui non posso sottrarmi poche ore dopo essermi 'assorbito' i primi due episodi di "Raised by Wolves", la nuova serie televisiva trasmessa da Sky e realizzata niente meno che da Ridley Scott, il 'papà' di "Alien".
Chi aveva visto uno Scott vittima di un rapido declino esistenziale, forse perché sentitosi tradito dallo sviluppo (condito da enorme successo) della saga con protagonista il mostruoso essere di H.R. Giger, e costretto allo stravolgimento della stessa con due prodotti di gusto discutibile, "Prometheus" e, soprattutto, lo scontatissimo "Alien Covenant", ha avuto una pronta risposta in cui, nello stile tipico di Scott, il meraviglioso si confonde con l'orrore.
"Raised by Wolves" regala uno Scott a livelli di lirismo assoluto (a partire dalla sigla iniziale), profondo e spettacolare, in grado di porre dilemmi esistenziali senza sprofondare in smancerie paranoiche.
La serie, almeno nelle prime due puntate, non offre un secondo di respiro, ed è semplicemente meraviglioso ubriacarsene bevendola tutta d'un fiato.

giovedì 3 settembre 2020

Star Trek Discovery si piega al pensiero unico del gender

Il poster della 2.a stagione di "ST Discovery"
Hollywood
da sempre sostiene l'estrema sinistra pseudoculturale nordamericana, quella schierata con i cosiddetti 'movimenti civili', contraria alla tradizione storica del vecchio west e che, oggi, si schiera compatta contro Donald Trump e i 'rednecks' dell'entroterra che ne costituiscono la base votante, mentre al contrario si schiera a fianco di qualsiasi movimento globablista, integrazionista e alternativo, come nel caso di Black Lives Matter o del movimento LGBT.
Nasce da qui la novità presentata da Michelle Paradise, produttrice di "Star Trek Discovery", spin-off dello storico telefilm americano ideato da Gene Roddenberry, che ha deciso di adeguarsi al sempre più proliferante ‘movimento gender’, quella teoria che tende a eliminare ogni differenza fra sesso maschile e femminile e tendente a una ‘spersonalizzazione’ dei sessi. Una scelta non casuale, ma che riveste anche un importante presa di posizione politica, tesa direttamente a colpire il significato di ‘famiglia’ nel suo intimo. E, per i propugnatori del ‘gender’, non è certamente paradossale che "ST Discovery" abbia tra le famiglie il proprio fruitore principale, e tra i ragazzi i propri obiettivi maggiormente influenzabili.
Nella terza stagione del telefilm, uno dei tanti spin-off dell’edizione originale, nata negli anni ’60, ci saranno infatti un personaggio cosiddetto ‘transgender’, Gray, e uno non ‘binario’ (altro complesso neologismo che comprende quegli individui che non si considerano né uomo né donna, o che si considerano entrambi o non esclusivamente solo uno dei due), Adira. Saranno interpretati rispettivamente da Ian Alexander e Blu del Barrio. Alexander, 19 anni, è in effetti un trans, ed è già un attore affermato nel mondo dello spettacolo, mentre Del Barrio, che si identifica come persona non binaria, è al suo primo ruolo dopo la scuola di recitazione.
Ufficialmente, ovvio, non c'è nulla di male, ma quello messo in atto da "ST Discovery" è l'ennesimo attacco alla famiglia tradizionale che tanto fa comodo ai propugnatori del 'melting pot' globalista e desessualizzato.

domenica 2 agosto 2020

Cardinal, una serie tv da conservare in teca protetta

Karine Vanasse e Billy Campbell
Non ci vuole poi molto per identificare in "Cardinal" una delle migliori serie televisive poliziesche degli ultimi anni, assieme a "The Sinner". Onore al merito a tutti coloro che hanno reso questo telefilm (sì, a me piace ancora chiamarlo così) una storia coinvolgente sebbene non frenetica.
La produzione canadese si fa sentire, così lontana da quella degli 'action' statunitensi. Quattro stagioni, ognuna con un cattivo 'seriale' da inseguire, stanare, raggiungere e consegnare alla giustizia.
In mezzo a decine di coinvolgimenti emotivi, dubbi e struggimenti personali, lode ai due protagonisti, il sempre accigliato Billy Campbell, attore virginiano nei panni del protagonista, il detective John Cardinal, macerato nelle proprie contraddizione e tormentato da un'esistenza spigolosa, e soprattutto l'eburnea Karine Vanasse, attrice quebecchese nelle vesti del detective Lise Delorme, bellissima e riflessiva, bella senza trucco e senza vestiti aderenti, priva di forzature per una serie molto aderente alla realtà.
Altrettanto vincente la durata della serie, composta da quattro stagioni, numero che permette di non debordare dalla linea del racconto e di mantenere alto l'interesse dello spettatore, garantendo quel pizzico di nostalgia allo scorrere dei crediti finali dell'ultima puntata.