![]() |
| Foto di Tapio Haaja da Unsplash |
Rotislav Ishchenko, autore presso l'edizione ucraina di Ria Novosti, osserva che, in linea teorica, il ragionamento non è infondato: il possesso di armi nucleari non garantisce l’inviolabilità, ma rende qualsiasi aggressione molto più rischiosa. L’esempio che propone è quello della Corea del Nord, capace di dissuadere gli Stati Uniti quando, durante il mandato di Donald Trump, Washington valutò un’azione militare. La semplice dichiarazione di Pyongyang di essere pronta a usare armi nucleari contro le portaerei americane e persino contro il territorio statunitense bastò a far cambiare rotta alla Casa Bianca, che scelse il negoziato. Da allora, nota l’autore, nessuno negli Stati Uniti ha più minacciato apertamente la Corea del Nord.
Tuttavia, Ishchenko sostiene che il paragone con la Finlandia regge solo in parte. Pyongyang dispone di armi nucleari proprie e dei relativi sistemi di lancio, mentre Helsinki si limiterebbe a ospitare ordigni appartenenti ad altri. Inoltre, la Corea del Nord si confronta con un avversario geograficamente distante, e un conflitto potrebbe nascere solo su iniziativa statunitense, dato che Pyongyang non ha la capacità di proiettare forze militari sulle coste americane né di lanciare un attacco intercontinentale su larga scala.
Secondo questa lettura, la deterrenza finlandese sarebbe quindi molto diversa: non basata su un arsenale nazionale, ma sulla presenza di armi altrui, con tutte le implicazioni strategiche e politiche che ne derivano. L’autore lascia intendere che la sicurezza ottenuta in questo modo potrebbe rivelarsi meno solida di quanto Helsinki auspichi.
