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venerdì 8 maggio 2026

Blake Lively e Justin Baldoni, niente processo e un accordo a denti stretti

Blake Lively
La disputa legale tra Blake Lively e Justin Baldoni si chiude senza processo, evitando a Hollywood un nuovo caso mediatico. La Lively, star di film e serie di successo come "Gossip Girl", e Baldoni, attore e regista noto per "Jane the Virgin" e per aver diretto "It Ends With Us", hanno raggiunto un accordo extragiudiziale dopo mesi di accuse reciproche.
La causa era nata dalle denunce private della Lively, in cui l'attrice californiana sosteneva di essere stata molestata da Baldoni durante le riprese del film girato nel 2024, oltre a essere stata vittima di una campagna diffamatoria. Baldoni ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo che l’attrice avesse inventato tutto per ottenere un maggiore controllo creativo sul progetto.
Negli ultimi mesi, parte delle accuse era già stata archiviata. Il giudice Lewis J. Liman aveva respinto le denunce di molestie perché la Lively, come collaboratrice indipendente, non poteva procedere secondo la normativa federale. In precedenza era stata eliminata anche la causa per diffamazione intentata da Baldoni contro la Lively e suo marito Ryan Reynolds.
Il processo avrebbe dovuto concentrarsi sull’ultima accusa rimasta: la presunta ritorsione nei confronti dell’attrice attraverso la diffusione di contenuti screditanti sui social e presso alcuni media. La Lively sosteneva che l’obiettivo fosse “danneggiare la sua immagine e colpire la sua famiglia”, mentre Baldoni ribatteva che fosse lei a manipolare la propria reputazione pubblica.
Con l’accordo, entrambi evitano un dibattimento che avrebbe potuto creare a entrambi problemi di immagine. In una nota congiunta hanno espresso la volontà di chiudere la vicenda, lasciando però aperta una riflessione sulla tensione crescente che si respira sui set del mondo del cinema americano.

martedì 28 aprile 2026

Milano Design Week: "Il Diavolo veste Prada 2" trasforma la Rinascente in un set

La Rinascente 'veste' Prada (Foto Bordignon)
Milano non è mai stata così cinematografica. Durante la Design Week 2026, la Rinascente ha scelto di trasformare il suo storico 'store' di Piazza Duomo in un omaggio monumentale a Il Diavolo veste Prada 2, attesissimo 'sequel' in arrivo nelle sale italiane questo 29 aprile. Un progetto che unisce moda, design e cultura pop, trasformando l’intero edificio in una vera estensione dell’universo Runway.
Dal 14 aprile al 4 maggio, le vetrine si accendono così di rosso e si popolano di scenografie ispirate al film, mentre due gigantesche décolleté rosse — quasi quattro metri d’altezza, firmate Stefano Seletti — dominano la piazza diventando uno dei simboli più fotografati del FuoriSalone.
Al piano -1, nell’area Air Snake, prende vita la redazione di Runway: l’ufficio di Miranda Priestly, il guardaroba, la passerella, fino a un set fotografico che permette ai visitatori di diventare, per un istante, la nuova copertina del magazine.
Il 23 aprile, Disney Italia e Rinascente hanno celebrato l’uscita del film con un evento di lancio che ha portato nel cuore di Milano oltre duemila ospiti, distribuiti in quattro cinema per l’anteprima italiana. La serata in Rinascente ha richiamato volti noti dello spettacolo, dello sport e del web: da Michelle Hunziker a Roberto Bolle, da Federica Panicucci a Simona Ventura, da Luca Zingaretti a Mara Maionchi, fino a Nina Zilli, Carla Gozzi, Benedetta Parodi e Fabio Caressa.
Il settimo piano dello store ha ospitato cocktail e 'after party', mentre la città si è animata con una speciale edicola pop‑up che distribuisce gratuitamente copie del Runaway Magazine.
Il film, girato anche a Milano, riunisce il cast originale — Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci — e introduce nuovi volti come Kenneth Branagh, Simone Ashley e Lucy Liu. La trama, ancora in parte top secret, segue il ritorno di Andrea Sachs a Runway e il tentativo di Miranda Priestly di reinventarsi nell’era dei social e del fast fashion. Tra le location milanesi scelte per il film spiccano l’Accademia di Brera, la Galleria Vittorio Emanuele II e Villa Arconati, trasformata in una piccola Versailles cinematografica.

Altre due foto Bordignon della Rinascente in versione... Prada:

venerdì 17 aprile 2026

Il Festival di Mosca alza il sipario: talenti mondiali e italiani alla 48ª edizione

Foto Ria Novosti
Il Teatro Rossiya ha ospitato l’apertura del 48° Festival Internazionale del Cinema di Mosca, una delle rassegne più longeve al mondo, inaugurata questo 16 aprile e in programma fino al 26 aprile.
La cerimonia ha dato ufficialmente il via a dieci giorni di proiezioni, incontri e anteprime, confermando il ruolo centrale del MIFF nel panorama cinematografico internazionale.
Ad aprire il festival è stato il film "Gli angeli di Ladoga" del regista russo Alexander Kott, scelto come titolo inaugurale di un’edizione che punta a valorizzare produzioni provenienti da diversi continenti.
La giuria internazionale, guidata dal regista cingalese Prasanna Vithanage – considerato tra i cineasti più influenti dell’Asia meridionale – riunisce figure di primo piano del cinema mondiale: l’attrice russa Darya Ekamasova, lo spagnolo Javier Rebollo, autore di opere premiate come La donna senza pianoforte, il regista russo Ivan I. Tverdovsky, più volte presente nei principali festival europei, la star cinese Jin Sha e il cineasta turco Mahmut Fazıl Joshkun.
Come da tradizione, la serata inaugurale ha visto sfilare sul 'red carpet' numerose attrici e personalità del cinema russo, elemento distintivo dell’immaginario 'glamour' del festival.
Fondato nel 1935, il MIFF è diventato annuale dal 1999 e assegna premi storici come il San Giorgio d’Argento al miglior regista e il Premio Stanislavskij alla carriera.
Quest’anno l’Italia è presente con tre titoli: "Anna" di Monica Guerritore e "RIP" di Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, entrambi nel concorso principale, e "Per un po’" di Simone Valentini nella sezione Little People, Big History. Una partecipazione significativa, dopo i quattro film italiani selezionati nel 2025, che conferma l’interesse della rassegna per il nostro cinema.
Con una programmazione che unisce grandi autori, nuove voci e produzioni internazionali, il Festival di Mosca si prepara a dieci giorni di confronto culturale e visioni dal mondo, in attesa dei verdetti finali del 26 aprile.

Qui sotto, altre foto di Ria Novosti legati alla giornata inaugurale:



giovedì 26 marzo 2026

Marco Ferreri a Venezia nel 1984: il futuro, secondo lui, era donna

La locandina del film
Nel settembre 1984, mentre il cinema italiano faticava a ritrovare identità e pubblico, Marco Ferreri rappresentava un’eccezione vivente. In un panorama segnato dalla crisi produttiva, dall’avanzata della televisione commerciale e dal declino dei grandi autori degli anni Sessanta e Settanta, lui gira un film all’anno, imperturbabile. A 56 anni resta un regista che divide: per alcuni un provocatore geniale, per altri un furbacchione che maschera l’insensatezza con lo scandalo. Ma ogni sua opera accende dibattiti, e questo basta a mantenerlo al centro della scena.
Alla Mostra di Venezia di quell'anno presentò "Il futuro è donna", scritto con Dacia Maraini e Piera Degli Esposti, interpretato da Hanna Schygulla, Ornella Muti e Niels Arestrup.
Il film si inserisce nel clima culturale degli anni '80, attraversato dal ripensamento dei ruoli di genere e dalla crisi del maschio occidentale, temi che Ferreri affrontava da tempo. “La donna è proiettata verso il futuro, l’uomo resta passivo”, affermava, sintetizzando una poetica che da "L’ultima donna" a "Ciao maschio" ha sempre provocato reazioni contrastanti.
La storia segue Malvina, giovane incinta che incontra una coppia incapace di mettere al mondo figli per paura di un’imminente catastrofe. Nasce un rapporto a quattro che diventa riflessione sulla maternità, distinta da Ferreri in biologica e concettuale: “Non tutte le donne incinte sono già madri, e alcune lo sono senza esserlo”.
Quanto alle sue interpreti ricorrenti, sorride: “La Muti e la Schygulla sono come oracoli. Dicono ciò che io non dico”. In un’Italia sospesa tra modernizzazione e inquietudine, Ferreri era uno dei pochi a usare il cinema come strumento di disturbo. E forse, proprio per questo, continua a essere necessario anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1997.

lunedì 9 febbraio 2026

"Juventus, primo amore", presentata a Milano l'epopea bianconera degli anni '70 e '80

Boniek, Cozzolino e Tardelli (foto Bordignon)
“Juventus. primo amore”
riporta sul grande schermo un decennio che ha segnato la storia del calcio e del Paese. Presentato in anteprima al Torino Film Festival, il documentario di Angelo Bozzolini ricostruisce gli anni 1975-1985, è stato proiettato al cinema Anteo di Milano, alla presenza del regista, oltre che di Marco Tardelli e Zbigniew Boniek.
La decade trattata nel film è quella in cui la Juventus divenne una potenza assoluta, conquistando per la prima volta tutti i trofei nazionali e internazionali disponibili. Ma il film non è solo la celebrazione di una squadra imbattibile: è il ritratto di un’Italia attraversata da tensioni sociali, terrorismo, crisi industriali e profonde trasformazioni culturali.
Bozzolini intreccia immagini d’archivio e testimonianze esclusive di protagonisti e osservatori privilegiati: da Michel Platini a Dino Zoff fino alle voci di Marino Bartoletti, Aldo Cazzullo, Evelina Christillin, Linus, Carlo Nesti e Mariella Scirea. Un coro che restituisce la complessità di un’epoca in cui il calcio diventava specchio del Paese. L’apertura delle frontiere trasformò la Serie A nel campionato più affascinante del mondo, mentre la Juventus, guidata dalla “trimurti” Agnelli–Boniperti–Trapattoni, costruiva una squadra leggendaria capace di dominare in Italia e in Europa.
Il racconto attraversa momenti luminosi e pagine dolorose: la rivalità feroce con il Torino negli anni di piombo, la tragedia dell’Heysel nel 1985, la gloria della Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo l’8 dicembre dello stesso anno. Sullo sfondo, il ricordo commosso di figure come Gaetano Scirea e Paolo Rossi, simboli di un calcio che sapeva unire talento, eleganza e umanità.
Bozzolini sottolinea come quel decennio abbia accompagnato il passaggio dall’Italia della crisi post-miracolo economico all’edonismo degli anni Ottanta, tra boom dei consumi e modernizzazione industriale. In questo scenario, la Juventus non fu solo una squadra vincente, ma un modello di organizzazione, visione e resilienza. "Racconto una grande storia di sport e di vita", ha detto il regista, "in cui un club seppe cambiare il volto del calcio italiano, valorizzando giovani straordinari che contribuirono anche alla vittoria della Coppa del Mondo più romantica di sempre, facendo del bene a Torino e al Paese intero".
Nella conferenza stampa milanese ha poi aggiunto: "Un momento che diventa apicale nella storia del nostro Paese. La cosa che mi interessava molto era la vita di questi uomini, perché dietro al gesto sportivo ci sono dei campioni che vivono una loro quotidianità".
Tardelli ha aggiunto: "Credo che questi siano dieci anni meravigliosi della mia vita, che non si dimenticheranno mai. Certo, ci sono state anche molte difficoltà nello stare nella Juventus, avevamo un presidente molto bravo ma anche molto severo. Ho dei ricordi bellissimi dei compagni".
Quindi Boniek: "Eravamo undici titolari, una squadra di amici in cui non c'era rivalità fra di noi. Oggi le squadre sono vaste, c'è più rivalità fra i calciatori. Ho passato tre anni bellissimi, in cui l'unico rimpianto è stata la finale di Atene. Se rigiocassimo contro l'Amburgo dieci partite, sette le avremmo vinte, due pareggiati e una sola persa. Se avessimo vinto quella finale, questo film sarebbe stato molto più lungo".
C'è stato spazio anche per un stilettata alla Juventus attuale: "Cosa manca alla Juventus di oggi? Manca uno che ami alla Juventus", ha detto Tardelli. "Non ho mai avuto un grandissimo rapporto con Andrea Agnelli, ma almeno lui era sul campo, poteva sbagliare, ma amava la Juventus ed era uno con cui poter parlare. A parte che, ormai, sono entrati i francesi e, nonostante abbiano fatto disastri, continuano a esserci". Inevitabile anche un po' di pepe da parte di Boniek, che se la cava con una battuta: "Come finirebbe tra la squadra di allora e quella di oggi? 1-0. Sì, 1-0 per noi, solo 1-0, perché molti non ci sono più e molti hanno 70 anni...".
"Juventus. Primo amore" è un viaggio nella memoria collettiva, un omaggio a un’epoca irripetibile e a una squadra che ha saputo diventare mito.

lunedì 19 gennaio 2026

Dramma in Spagna, scontro fra due treni provoca almeno 24 morti

L'apertura di "El Pais" sulla vicenda
Una “notte di profondo dolore per la Spagna”. Così il premier Pedro Sánchez ha definito le ore successive al gravissimo incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Adamuz, in Andalusia, dove la collisione tra due treni ad alta velocità ha provocato almeno 24 morti e 73 feriti, quindici dei quali in condizioni critiche. È il più grave incidente da quando, nel 2020, il sistema ferroviario spagnolo è stato liberalizzato.
L’impatto è avvenuto intorno alle 19.40. Un convoglio Iryo, partito da Malaga con 317 passeggeri e diretto a Madrid, ha deragliato con gli ultimi tre vagoni, finendo sulla linea adiacente proprio mentre sopraggiungeva un treno Renfe diretto a Huelva. Lo scontro è stato devastante: i primi due vagoni dell’Alvia di Renfe, con 53 persone a bordo, sono stati completamente distrutti e sono precipitati lungo un terrapieno di quattro metri. Tra le vittime figura anche il macchinista del convoglio pubblico.
Le immagini diffuse dai passeggeri hanno mostrato subito la gravità della situazione. I soccorsi sono intervenuti in una zona scoscesa e difficile da raggiungere, con le vie d’accesso chiuse per permettere l’arrivo dei mezzi di emergenza. Decine di residenti dei comuni vicini hanno portato coperte e acqua ai soccorritori, mentre il palazzetto dello sport di Adamuz è stato trasformato in un ospedale da campo. I feriti più gravi sono stati trasferiti negli ospedali della provincia, in particolare al Reina Sofía di Córdoba.
Molti sopravvissuti hanno raccontato di “due fortissime frenate” prima del caos: persone sbalzate a terra, vetri infranti, urla. “Sembrava un film dell’orrore”, ha detto un passeggero. I vigili del fuoco hanno descritto vagoni “completamente deformati”, con persone intrappolate all’interno.
Sul posto è arrivato anche il governatore Juanma Moreno, che ha parlato di “ore molto complicate” e del rischio di un bilancio ancora più pesante. L’indagine è stata affidata a un tribunale di Montoro, mentre unità militari specializzate continuano a operare tra le lamiere. Il ministro dei Trasporti Óscar Puente ha definito l’incidente “raro e difficile da spiegare”, ricordando che il treno Iryo aveva solo quattro anni di servizio e che il tratto interessato è rettilineo.
La Casa Reale ha espresso “grande preoccupazione”, mentre messaggi di solidarietà sono arrivati da tutta Europa. Le linee ad alta velocità tra Madrid e il sud del Paese resteranno sospese per l’intera giornata di lunedì, mentre la Spagna si confronta con una tragedia che ha scosso l’intero Paese.

martedì 30 dicembre 2025

Cinema, chiusura col botto grazie a Checco Zalone

foto di Geoffrey Moffett per Unsplash
Nel 2025 le sale cinematografiche italiane hanno raggiunto un incasso complessivo stimato in 496 milioni di euro, con circa 68 milioni di biglietti venduti.
Secondo Cinetel, che presenterà i dati completi l’8 gennaio, il risultato è in linea con quelli del 2023 e del 2024, nonostante una minore disponibilità di titoli internazionali rispetto al passato.
L’andamento conferma la solidità del mercato nazionale e il suo percorso di recupero dopo gli anni più difficili della pandemia.
Particolarmente significativo il contributo del cinema italiano, che nel 2025 ha superato i 160 milioni di euro di incasso e 22,5 milioni di presenze, arrivando a rappresentare circa il 33% del totale.
Una quota superiore sia al 2024 sia alla media pre‑pandemica del triennio 2017‑2019.
Nella classifica dei titoli italiani più visti spiccano Buen Camino, che ha superato i 36 milioni di euro, Follemente con 17,9 milioni e Diamanti con 9,8 milioni. Il nuovo film di Gennaro Nunziante con Checco Zalone ha avuto un ruolo decisivo nel rafforzare la performance del cinema nazionale, già solida fin dall’inizio dell’anno.
Anche il periodo estivo ha confermato la sua importanza, mentre la stagione natalizia ha registrato la migliore ultima settimana dell’anno e il miglior dicembre in termini di incassi dal 1995, anno di avvio delle rilevazioni Cinetel. Nel box office generale, i tre film più redditizi sono stati Buen Camino, Lilo & Stitch (22,3 milioni) e Follemente.

domenica 23 novembre 2025

Jacqueline Bisset spiazza le femministe: "Le donne provocano troppo"

Jacqueline Bisset sul carpet (da Youtube)
Jacqueline Bisset
, 81 anni, attrice ed ex modella britannica (è infatti nata nel 1944 nel Surrey), spiazza il mondo femminista con il suo stile e la sua bellezza, pur con qualche ruga di contorno.
Presente al Torino Film Festival per ricevere il premio Stella della Mole e presentare il suo capolavoro "La donna della domenica", l'ex 'Bond girl', già considerata fra le donne più belle e affascinanti del mondo, ha affondato il colpo su alcuni luoghi comuni del movimento "Me Too", dopo avere anche affermato di avere rifiutato il ruolo principale del film "Nove settimane e mezzo" a causa delle troppe scene di nudo. "A me piace che gli uomini provino entusiasmo per il sesso, e odio profondamente che le donne possano subire violenze, abusi, stupri", ha detto, aggiungendo poi: "Però oggi c'è molta ambiguità da parte loro (delle donne, ndr). Le donne provocano troppo. Non bisogna essere sempre provocanti a tutti i costi: così non funziona. E' insopportabile. Un 'no' è sempre un 'no', ma credo anche che ciascuno debba assumersi la propria parte di responsabilità, e penso che le donne debbano essere un po' più tranquille, un po' più discrete".
La Bisset si è poi soffermata sul rapporto tra sessualità ed esibizionismo sui 'social': "Oggi vedo un'esibizione continua: ragazze che ballano online, praticamente fanno sesso in video con abiti esotici. Capisco che piaccia guardarlo, alle donne e agli uomini, ma non può essere il centro della vita. E' un errore. Vedo giovani disperati, senza talento, che esplodono: un narcisismo patologico, come un frutto troppo maturo che scoppia".
Quindi un altro colpo duro alle femministe, un riferimento chiaro all'importanza della famiglia: "E' assolutamente essenziale essere allevati da qualcuno che ne sa più di te: una madre, una nonna, un adulto che ti insegni come si sta al mondo. Io non l'ho avuto. Mia madre non aveva avuto una madre capace e non poteva insegnarmi certe cose. Quel vuoto te lo porti dentro, è un buco".
Infine l'ennesima sberla: "Quando negli anni '70 nacque il femminismo, pensavo fosse un movimento finto. Oggi vedo ancora meno equilibrio: un cocktail di narcisismo, insicurezza e mancanza di educazione che rende rarissimo incontrare persone davvero stabili". (fonte: AGI)

giovedì 14 agosto 2025

Julie Skyhigh, ricordo della principessa belga che si dette al porno

Julie Jodar, in arte Skyhigh: l'ultimo sorriso
Bionda. E bella, anzi, bellissima. Un sogno, un angelo, forse una principessa, anche se non di sangue reale.
E lei, Julie Skyhigh, nome d'arte di Julie Jodar, dallo sguardo dolce e magnetico, ha fatto la storia, nel suo piccolo, della cinematografia pornografica feticista.
Un angelo che, purtroppo, ha spiccato il volo già da sette anni, per propria scelta, distrutta da una relazione che oggi verrebbe chiamata 'tossica'. Julie Skyhigh si è suicidata nel silenzio più assoluto il 15 giugno 2018 a soli 26 anni di età.
Corpo perfetto, alta 1,70, gambe affusolate, capelli castano-biondi, occhi azzurri, un canale Youtube perfettamente avviato, in cui Julie riusciva a sprizzare la propria sensualità anche vestita, forse soprattutto abbigliata con scarpe e stivali di vario genere, ma tutti rigorosamente ad altezze vertiginose e con tacchi super appuntiti, accompagnando la cinepresa attraverso i suoi viaggi a Parigi e Roma, dall'aeroporto all'albergo, col suo volto sbarazzino ad ammiccare un sorriso compiaciuto verso lo spettatore adoratore e 'voyeurista'.
Era nata a Bruxelles il 13 novembre 1991, cominciando la propria avventura nel mondo dell'industria pornografica con le classiche webcam. Un successo folgorante e immediato, che l'ha portata a girare un numero importante di film dal titolo inequivocabile: "Julie in der Männer-Arena" e "Gangbang: Julie Skyhigh" (2013), "Julie & Mia total zugepisst" (2014), "Jim Slip U.K. Street Sluts" (2015), "Silvias Sperma Grand Prix" (2017) fra i tanti.
Con la stessa grazia camminava elegantemente (poco) vestita per le affollate vie di una capitale europea oppure si lasciava penetrare in ogni dove da orde di uomini brutali, orchi affamati e vogliosi di affondare le proprie mani su quel corpo di porcellana.
Oggi quella carne delicata, a sette anni dalla sua scomparsa, non esiste più, oppure è orrendamente segnata dalla decadenza della 'non vita'. Il mondo, a parte i patiti del genere, non sa nemmeno chi sia stata, privato della sua bellezza, eternamente perduta, eternamente presente.

Qui sotto una carrellata di foto prese dal web...







sabato 26 aprile 2025

Florence Pugh tra applausi e trasparenze alla 'prima' di "Thunderbolts"

Florence Pugh sexy nell'articolo del "Daily Star"
Grande successo per la 'prima' di "Thunderbolts", il nuovo film della Marvel, avvenuta a Londra.
Al centro dell'attenzione è stata Florence Pugh che, nel film, interpreta il doppio personaggio di Yelena Belova e della Vedova Nera in quello che è il 36° film del Marvel Cinematic Universe (MCU) e l'ultimo della cosiddetta "Fase Cinque".
La Pugh, attrice britannica nativa di Oxford, classe 1996, è stata applaudita sia per quella che è stata considerata una grande interpretazione (nel 2020 ottenne la candidatura all'Oscar come miglior attrice non protagonista per il film "Piccole donne"), sia per l'abito bianco trasparente che ha mostrato generosamente le proprie forme al pubblico.
Nel complesso, la serata è stata un evento di grande richiamo, con il cast al completo che ha sfilato sul 'red carpet', suscitando l'entusiasmo dei fan e dei media presenti.

sabato 8 marzo 2025

La demagocrazia europea e il nuovo miracolo: trasformare la guerra in pace

Foto di Christian Lue per Unsplash
I miracoli pare li facesse un signore vissuto duemila anni fa più spiccioli: alla fine lo misero in croce perché trasformava l'acqua in vino e, evidentemente, la cosa non piacque agli azzimati moralisti dell'epoca, cui aggiunsero qualche altra ed eventuale scusa.
Due millenni più tardi sono giunti a frotte, e tutti nati in Europa, i nuovi Messia pronti a miracolare il mondo con nuove imposizioni delle mani. Se però del fanciulletto nato nella capanna palestinese le gesta verranno ricordate nei libri di storia e di epica, di queste avanguardie dell'avanspettacolo dell'avantreno europeo rimarranno pieni, forse, i libri di psichiatria.
Pretendere di trasformare la pace in guerra, e viceversa, è cosa ben più ardua di un semplice miracolo.
Fra l'altro, se a fare 'sim sala bim' non sono degli accorti politici di lungo corso ma degli improvvisati chiacchieroni che hanno imparato il corso della diplomazia su bigini sgualciti venduti di quarta mano al Libraccio di turno.
L'Europa, quella che si compiace della propria democrazia 'autodafè', in cui chi dissente è semplicemente bollato come eretico e putiniano, si è riunita, sebbene in maniera piuttosto curiosa. Citando Marco Travaglio, non certo un estremista di Destra, a Londra "c’erano Turchia e Canada, che non sono in Europa. C’era la Gran Bretagna padrona di casa, uscita dall’Ue con la Brexit. C’erano Norvegia e Ucraina, che non sono nella Ue. Di cui mancavano 16 membri su 27: Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Irlanda, Grecia, Croazia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Un mischione coronato dai presidenti della Commissione e del Consiglio Ue, Von der Leyen e Costa, e dal segretario della Nato Rutte (altro intruso)". Insomma, un incoerente esercito di 'parvenu', che però si è permesso di parlare 'a nome di tutti'.
Fare la guerra così è facile, proclamarla ai quattro venti pure, specie quando sai che basta un Orban qualunque per bloccare il tutto esercitando il proprio sacrosanto diritto di veto (che infatti qualcuno vorrebbe eliminare), però almeno di fronte al mondo schierato dei tuoi elettori 'filo ucragni' (che dominano il web, ma poi per strada fai fatica a incontrarne uno) ti sei salvato la faccia, che facilmente confondi con il culo.
Questa è la democrazia baby, almeno di questi tempi, in cui un francese delegittimato dalle proprie elezioni, tale Macron, pretende di 'garantire' testate atomiche, roba da fare impallidire Chernobyl, all'Europa tutta (che ovviamente ne farà richiesta non si sa bene partendo da quale autorizzazione popolare): sono niente meno che 290 bombe atomiche, le famose 'eurobomb' cui si aggiungono gli 800 miliardi di euro pensati dalla baronessa tedesca Von der Leyen (un cognome che sembra uscito dal "Secondo Tragico Fantozzi") che butta lì questa bella idea per riarmare l'Europa revocando in automatico qualsiasi legge gli Stati membri possano avocare per ritagliarsi un piccolo spazio a favore di sanità, scuole e bazzecole varie.
La Germania, a sua volta, che non vuole essere da meno in questa ansia 'filo europeista' (democratica ovviamente, mica siam nazisti) decide di adeguarsi a suon di Parlamento: peccato che quello uscito dalle ultime elezioni, con la presenza della 'antidemocratica' AfD, rischierebbe di scivolare verso un drammatico pacifismo. Ergo tanto vale richiamare il Parlamento vecchio, tanto fino a poco tempo fa quello decideva, cosa c'entrano le elezioni? Se prima c'eran quelli, qualcuno li avrà pur votati, no? Per 'la democrazia de noartri' tanto basta.
Detto come l'Ungheria si possa tranquillamente ignorare, tanto Orban vuole la pace e quindi è automaticamente putiniano, fascista e razzista, per quanto riguarda la Romania, le cui elezioni avevano proclamato tale Georgescu campione (non necessariamente sdraiato di fronte all'Europa e quindi anche lui putiniano, fascista e razzista), lì le elezioni basta rifarle, ovviamente in maniera democratica. 
Finché non vinca il candidato che piaccia alla baronessa Von der Leyen. 
Eppure per me questo film "è una cagata pazzesca".

sabato 1 febbraio 2025

Addio a Marianne Faithfull, icona rock e 'musa' di Mick Jagger

Immagine tratta dal "Daily Record"
Si è spenta Marianne Faithfull, 78 anni e icona rock degli anni Sessanta.
Cantante ma anche scrittrice, una tempestosa relazione con il leader dei Rolling Stones, Mick Jagger, nacque nel dicembre del 1946 nel quartiere londinese di Hampstead da una famiglia aristocratica.
La ribalta arrivò prestissimo, già a 17 anni, grazie alla canzone "As Tears Go By" che, nel 1964, entrò nella 'top ten' britannica: l'avevano scritta per lei Jagger e l'altra colonna portante degli Stones, Keith Richards.
Non va dimenticato anche il suo ruolo da protagonista in "The Girl On A Motorcycle", film uscito nelle sale nel 1968 e tradotto in italiano con il titolo "Nuda sotto la pelle".
Dopo un periodo di oblio caratterizzato da una vita irrequieta e problemi di droga, la Faithfull tornò al successo con l'album "Broken English" (1979), un disco raffinato in cui si mescolano atmosfere dark e psichedeliche. Seguirono lavori di ottima qualità, sempre sostenuti da una voce roca e profonda. Dal 1987, anno di "Strange Weather", la cantante conobbe un successo sempre maggiore. Alle prove di musica pop affiancò l'interpretazione dei classici e alcuni lavori dai tratti sperimentali, inanellando collaborazioni con musicisti come Angelo Badalamenti, David A. Stewart (ex Eurythmics), Billy Corgan e Beck. Il 21 luglio 1990 si esibì al grande concerto The Wall - Live in Berlin di Roger Waters con altri superospiti e nel 1997 collaborò con i Metallica.
Negli anni successivi partecipò ai film "Marie Antoinette" di Sofia Coppola (dove interpreta l'imperatrice Maria Teresa d'Austria madre di Maria Antonietta) e "Irina Palm - Il talento di una donna inglese" di Sam Garbarski.
In occasione del Women's World Award del 2009 a Vienna le venne conferito il World Lifetime Achievement Award a coronamento di una vita straordinaria, segnata anche da una forma grave di coronavirus nell'aprile 2020. Riuscì a pubblicare il suo 21° e ultimo album, "She Walks in Beauty", un anno dopo. (fonte: ANSA)

sabato 30 novembre 2024

Corea del Sud: famoso attore nei guai, ha avuto un figlio senza prima sposarsi

Sud Corea, storia e tradizione (foto Ksenya Petukhova per Unsplash)

E' polemica in Corea del Sud per l''outing' di Jung Woo-sung, uno degli attori più famosi del Paese, scusatosi pubblicamente per il fatto di avere avuto un figlio con una donna con cui non è sposato, sebbene vi abbia da tempo una relazione pubblicamente riconosciuta.
Quello dei figli nati fuori dal matrimonio è, infatti, un tabù che ancora resiste in Corea del Sud, nazione storicamente conservatrice, tanto che solo il 4,7% dei bambini sudcoreani l'anno scorso è nato fuori dal matrimonio, una delle percentuali più basse tra i 38 Paesi sviluppati, in cui la media è di circa il 40%.
Jung Woo-sung, 51 anni, ha confermato di essere il padre del figlio della modella 35enne Moon Ga-bi che, qualche giorno prima, aveva rivelato di essere diventata madre di recente, senza rivelare però l'identità del padre.
"Mi dispiace per tutti coloro che mi hanno dimostrato amore e hanno creduto in me per la preoccupazione e la delusione che ho causato", ha detto Jung, salendo sul palco come presentatore ai Blue Dragon Film Awards. "Accetterò e sopporterò tutte le critiche", ha detto, aggiungendo: "Come padre, adempirò alle mie responsabilità verso mio figlio sino alla fine". Jung ha coltivato a lungo un'immagine libera da scandali ed è stato ambasciatore di buona volontà per l'UNHCR (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) per quasi un decennio fino a luglio. (fonte: AGI)

lunedì 15 luglio 2024

Le 'swifties' a San Siro, cronaca e foto dell'eterno femminino

Giovani, dolci e appassionate: le Swifties (foto Bordignon)
Il gran giorno delle 'swifties', il teatro di San Siro, la sfilata di chiunque ami la regina odierna del pop (di cui, peraltro, non ho mai ascoltato una canzone e che, in verità, mi pare piuttosto deboluccia rispetto alle icone del passato).
Eppure prosegue attraverso queste note la proiezione di chi, nel mondo della musica, abbia indovinato la propria maniera di esprimersi nell'abito e nell'estetica.
A partire dai Teddy Boys degli anni '60, passando per le lotte fra Mods e Rockers, per poi sfociare nei meravigliosi anni '80, l'apoteosi dell'espressione estetica, dai Punk ai New-wavers, per arrivare ai Neoromantici e ai Dark.
San Siro in questa giornata di domenica accoglie di tutto, preferenze e gusti modaioli ma anche sessuali, esposti in un candore pari solo alla sensualità di certe 'mise'.
Le ragazze, di ogni età, spesso accompagnate da mamme (e qualche papà) rifiorite nello spirito, si abbandonano letteralmente al proprio sogno, vissuto non da spettatrici, ma da protagoniste. Quel tocco, quel disegno, quello stivaletto. Pensato forse una settimana, o il giorno prima. In ogni caso pensato, in una esplosione di vitalità fuori del quotidiano, difficile ripetizione di gesti dedicati soltanto alla grande vestale di questa notte milanese, Taylor Swift.
Arrivano da ogni parte del mondo: Perù, Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Germania e, in tantissimi, dagli Stati Uniti, come il gruppo famiglia proveniente dalla Florida con 'tanto ammmore' per T.S. e cuoricini disegnati, bionde vitaminizzate con mammina che parla in 'italiese' grazie all'ex marito. E che dire di Noura, bellezza esotica di origine egiziana ma tutta 'made in Milano', rigoglioso abito rosso con bordi neri che me l'aveva fata scambiare per andalusa.
Madri e figlie: le due fanciulle di colore arrivate direttamente da Napoli, sirene uscite dal mare della metropolitana stazione San Siro già con tanto di sorriso incorporato; o quelle di Monza, sofisticate e sbarazzine allo stesso tempo.
"Due cose non conoscono limite: la femminilità e la maniera di abusarne", sussurrava Jeanne Moreau nell'orecchio di Anne Parillaud in "Nikita", lo splendido film griffato da Luc Besson nel 1990.
Il sospiro di San Siro ha proiettato questi 'abusi' di femminilità fra sospiri e occhi socchiusi, sognanti e assolati, l'universo femminile come solo Sofia Coppola avrebbe potuto ritrarlo.
Impossibile non innamorarsi di ognuna di loro e della loro vita.

Difficile la scelta delle foto, a volte quasi impossibile. E' stato doloroso scartare la dolcezza e la passione, la purezza e l'amore intriso negli occhi di ognuna delle fanciulle che ho avuto il piacere di fotografare... Eccone un breve riassunto qui sotto...