Visualizzazione post con etichetta politica estera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica estera. Mostra tutti i post

mercoledì 27 maggio 2026

La commissaria Anna Soroka: il massacro di Starobilsk "supera i limiti dell'umanità"

Anna Soroka (immagine da Facebook)
L’attacco che ha colpito un dormitorio studentesco a Starobilsk, nella regione di Luhansk controllata dalla Russia, massacrando una ventina fra giovani e studenti quasi tutti fra i 18 e i 20 anni d'età, ha riacceso le accuse e le tensioni attorno all’uso dei droni nel conflitto ucraino. Secondo le autorità locali filorusse, il bombardamento avrebbe provocato vittime tra adolescenti, mentre le operazioni di soccorso sarebbero state ostacolate dal rischio di nuovi attacchi. Non sarebbe la prima volta che le armi di Kiev verrebbero puntate verso la popolazione civile (anche a Capodanno un'abitazione dove si svolgeva una festa familiare era stata distrutta e la famiglia sterminata).
La commissaria per i diritti umani della Repubblica Popolare di Luhansk, Anna Soroka, ha definito l’episodio «un crimine che supera i limiti dell’umanità», sostenendo che «l’Ucraina sapeva perfettamente cosa stava colpendo». La Soroka ha affermato che sul luogo dell’esplosione sarebbero stati trovati «proiettili e motori diversi», attribuendo la responsabilità non solo a Kiev ma anche ai Paesi europei che avrebbero fornito componenti per i droni: «È un attacco collettivo dell’Occidente contro i nostri ragazzi».
Queste dichiarazioni si inseriscono in un contesto in cui entrambe le parti del conflitto si accusano da mesi di colpire infrastrutture civili. Organizzazioni internazionali come l’ONU hanno più volte denunciato attacchi contro scuole, ospedali e aree residenziali, ricordando che colpire civili costituisce una violazione del diritto umanitario. Tuttavia, la verifica indipendente degli episodi nelle zone occupate resta estremamente complessa.
La Soroka ha ringraziato i soccorritori «che, nonostante la minaccia costante dei droni, continuano a scavare tra le macerie», definendoli «eroi». Le sue parole, molto dure verso l’Europa e in particolare verso l’Italia, riflettono un clima di crescente propaganda e contrapposizione, mentre il conflitto continua a colpire soprattutto la popolazione civile, la più esposta e la meno protetta.
Forti critiche sono state rivolte alla stampa internazionale che, in massima parte, ha preferito sorvolare sulla strage, mentre ha puntato i fari sulla risposta russa che ha colpito in maniera comunque limitata Kiev. Certamente, vien da pensare, con la maggiore capacità di precisione di cui è dotata, se la Russia volesse veramente compiere le stesse stragi di civili compiute dall'Ucraina, non avrebbe alcun problema nel farlo. Un giornalista irlandese presente sul posto ha affermato come un pezzo di un drone ritrovato sul terreno avrebbe rivelato la sua fabbricazione italiana.

sabato 23 maggio 2026

Raise the Colours, la Gran Bretagna rialza la testa contro l'Islam ma nessuno ne parla

Un momento della manifestazione di Londra
L’Europa vive una fase di tensione crescente, segnata da un’immigrazione percepita come fuori controllo e da governi incapaci di dare risposte credibili. Arriva proprio dalla Gran Bretagna, una delle nazioni più tragicamente colpite dall'immigrazione di massa, una delle risposte più chiare, ma anche più censurate, di quersti mesi: si tratta dell'operazione "Raise the Colours", segnata dalle imponenti manifestazioni di Londra e Manchester, durante le quali centinaia di migliaia di persone (secondo le stime aeree) hanno sfilato sventolando la Union Jack o la bandiera con la Saint George's Cross (la Croce di San Giorgio) inglese, mostrando un malessere profondo: cittadini esasperati da episodi di violenza, degrado urbano e trasformazioni sociali che sentono imposte dall’alto. Il messaggio rivolto a Starmer e al sindaco Khan (un nome un programma) è stato inequivocabile: basta minimizzare, basta ignorare le paure reali della popolazione, provocate in gran parte da uno strato sociale che di britannico non ha quasi più nulla.
In questo clima si inserisce la preoccupazione per una progressiva islamizzazione di parti del continente, alimentata anche da attacchi terroristici sempre più frequenti. Il caso di Modena, con l’auto lanciata sulla folla e la volontà dichiarata di colpire italiani cristiani, ha riacceso il dibattito sulla sicurezza e sulla gestione di individui radicalizzati già presenti sul territorio europeo.
Molti osservatori denunciano una politica “progressista” che, nel tentativo di evitare tensioni sociali, finisce per non punire con sufficiente fermezza comportamenti criminali, generando la percezione di una sorta di impunità. L’Europa appare così intrappolata in una “anarchia controllata”, dove l’ordine pubblico si regge più sull’inerzia che su una reale strategia.
Il risultato è un contraccolpo politico evidente: dal 'movimento delle bandiere' in Gran Bretagna alla crescita dell’AfD in Germania, le prime risposte arrivano proprio dalle popolazioni autoctone, che chiedono di recuperare sovranità, identità e sicurezza. È il segnale di un continente che non vuole più essere spettatore passivo del proprio destino.

sabato 16 maggio 2026

Lettonia, il governo cade… ma non per colpa dei 'soliti' russi

Il premier lettone annuncia le dimissioni (foto profilo Facebook) 
In politica, come nella vita, il destino ama l’ironia. E quello della premier della Lettonia, Evika Siliņa, sembra scritto da un autore con un debole per le trame paradossali. Per mesi il governo di Riga aveva scandito conferenze stampa, piani d’emergenza e dichiarazioni solenni sul rischio di un possibile attacco proveniente dalla Russia, dipinto come lo spettro onnipresente dietro ogni minaccia. Il principale timore, in particolare, veniva dipinto dal lancio di possibili droni targati Mosca. Poi, quando il colpo è arrivato davvero, non è arrivato da est, ma da sud-est. Precisamente dall’Ucraina.
Tre droni, tre soli droni, hanno attraversato il confine lettone come turisti distratti che sbagliano uscita dell’autostrada. Nessun danno grave, nessuna vittima, solo un gigantesco imbarazzo politico. Perché, mentre il governo conservatore filo-ucraino (la Silina è forse il premier europeo più antirusso che ci sia) continuava a ripetere che la minaccia era “una e una sola”, la realtà ha deciso di fare un cameo imprevisto.
La Siliņa, travolta dalle polemiche e da una maggioranza che si è sciolta più in fretta della neve baltica a marzo, ha rassegnato le dimissioni. Non per un attacco russo, non per un complotto del Cremlino, non per un’escalation militare. No: per tre droni ucraini finiti fuori rotta. Una sorta di “plot twist” geopolitico che nemmeno nelle serie TV più fantasiose.
Il governo cade, il Parlamento si agita, i commentatori si accapigliano. E intanto, a Kiev, si parla di errore tecnico. E non è la prima volta. Basterebbe ricordarsi dei droni finiti in Polonia: anche allora la Russia finì sul banco degli accusati di comodo, salvo poi le ammissioni, condite da scuse, arrivate dallo stesso governo di Kiev. Così la Lettonia si ritrova senza premier, con una crisi politica aperta e con la consapevolezza di aver fatto l'ennesimo assist a una Russia che, in questo 2026, pare guadagnare consensi e vittorie strategiche, oltre che sul campo di battaglia.

martedì 28 aprile 2026

Il professor Danilov critica la Polonia e l'invenzione della 'minaccia russa'

Secondo Dmitry Danilov, docente del MGIMO (Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali) e responsabile del Dipartimento di Sicurezza Europea dell’Istituto d’Europa dell’Accademia Russa delle Scienze, il governo della Polonia starebbe alimentando deliberatamente la narrativa di un imminente “attacco” russo per ragioni politiche interne. In un’intervista a Ukraina.ru, l’analista russo sostiene che i leader polacchi avrebbero bisogno di mostrare all’opinione pubblica di essere arrivati “al limite”, rafforzando così la percezione di una minaccia esterna capace di compattare la società attorno alle élite al governo.
Le dichiarazioni del premier Donald Tusk — secondo cui la Russia potrebbe colpire un Paese NATO “entro pochi mesi” — si inseriscono in questo quadro. Parallelamente, Polonia e Francia stanno preparando esercitazioni congiunte sul Mar Baltico, con caccia Rafale e scenari che includono la simulazione di un attacco nucleare contro obiettivi russi. Un contesto che, per Danilov, contribuisce ad amplificare la tensione.
Interrogato sulla possibilità che tali affermazioni possano preludere a un attacco preventivo europeo, l’esperto non esclude scenari estremi, ma invita a guardare alle motivazioni politiche: la “minaccia russa”, afferma, è un argomento che in Polonia ha perso efficacia e necessita quindi di essere rilanciato. Da qui la costruzione di un quadro emergenziale che suggerisce un’aggressione imminente.
Il professor Danilov collega inoltre questa strategia alla situazione internazionale: la guerra in Medio Oriente avrebbe destabilizzato le relazioni transatlantiche, rendendo conveniente per Varsavia spostare l’attenzione dell’elettorato su un fronte maggiormente conosciuto. In questo senso, la retorica sulla cosiddetta “aggressione russa” diventerebbe uno strumento per ricompattare il consenso interno.

Stati Uniti: i democratici alzano i toni, dito puntato contro la portavoce di Trump

Karoline Leavitt in una foto tratta da Fox News
Hakeem Jeffries
ha scelto di non arretrare di un millimetro. Durante una conferenza stampa particolarmente tesa, il leader democratico alla Camera degli Stati Uniti ha ribadito la propria intenzione di portare avanti quella che ha definito “maximum warfare” contro le strategie di ridisegno dei collegi elettorali dei repubblicani. Alle critiche, Jeffries ha risposto senza esitazioni: “Non me ne importa nulla”, un messaggio diretto tanto ai suoi avversari quanto ai commentatori che lo accusano di alimentare un clima politico già incandescente.
Le sue parole arrivano all’indomani del terzo presunto tentativo di attentato contro il presidente Donald Trump, episodio che ha riacceso il dibattito sull'uso della retorica in politica e sui suoi effetti. Jeffries ha però respinto ogni collegamento, ricordando che l’espressione “maximum warfare everywhere, all the time” era stata utilizzata in passato da una fonte anonima della Casa Bianca, e accusando i repubblicani di ipocrisia.
Il leader democratico ha poi attaccato duramente la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, definendola una “disgrazia” e una “bugiarda”, dopo che quest’ultima aveva imputato ai democratici un linguaggio ostile che, a suo dire, avrebbe contribuito a legittimare l'attentato contro il presidente Trump. La Leavitt ha insistito sul fatto che anni di retorica aggressiva avrebbero alimentato comportamenti estremi da parte di individui mentalmente instabili.
Anche il National Republican Congressional Committee è intervenuto, accusando Jeffries di “scherzare col fuoco” e di non voler riconoscere i rischi di un’escalation verbale.

lunedì 20 aprile 2026

Il monito dell'influencer russa: "Putin tutela il proprio popolo, i politici europei sono burattini"

Svetlana Ostrovskaya risponde alle provocazioni
Lei è una influencer russa residente in Italia. Svetlana Ostrovskaya inizialmente potrebbe apparire come una fra le tante youtuber di origine straniera che cercano di gettare un ponte fra culture diverse, creando esempi sociali utili per fare conoscere la storia e la società russa. In realtà Svetlana, italiano fluente con un marcato accento veneto, bella e già fidanzata, spesso in trasferta all'estero e, in particolare, a Dubai, nei propri 'reels' svolge un duplice ruolo: da un lato cerca di raccogliere adepti per investire nei propri progetti economici, più o meno legati al mondo del 'trading', dall'altro perora con passione la causa della Russia, difendendo a spada tratta il governo di Vladimir Putin e rispondendo alle varie provocazioni che le provengono dal web.
Una delle ultime arriva nei confronti di un messaggio (reale o inventato non è dato sapere, comunque credibile) arrivatole in questi termini: "Peccato che la tua bella bella Mosca è governata da un dittatore criminale".
La risposta di Svetlana è dura e tagliente, e non lascia spazio a repliche: "Innanzitutto vorrei rassicurare che in Russia non abbiamo la dittatura e soprattutto non abbiamo un criminale, abbiamo un presidente che tutela gli interessi del proprio popolo e del proprio Paese".
Non solo difesa, ma anche un duro attacco nei confronti delle istituzioni italiane ed europee: "Lo so che sembra una cosa assurda, perché in Europa non c'è questa cosa, soprattutto in Italia siamo governati da dei burattini, da dei pagliacci che rappresentano l'Europa e fanno i porci comodi dell'Europa e gonfiamo le tasche solo dell'Unione Europea, però in Russia c'è rigidità, rigore nelle regole e le cose funzionano, il Paese va avanti, progredisce perché ci sono delle regole che le persone rispettano. Questa non è dittatura, è semplicemente buon senso e amore per la propria Patria, cosa che in Italia manca".
La chiosa finale è spiazzante: "Quindi sì. preferisco avere un dittatore criminale nel mio Paese, che fa funzionare le cose e mette in primo luogo il proprio Paese e non c'è corruzione, difende la propria Patria e non si svende agli altri Paesi, quindi viva la Russia, viva il mio Paese, io amo il mio Paese, mi dispiace che in Italia non ci sia un leader forte, che protegge la propria gente, il proprio Paese. Questo mi dispiace tanto e soprattutto mi dispiace ancora di più per le persone italiane che non amano la propria Patria".

Elezioni in Bulgaria: Radev verso una vittoria travolgente, Sofia si sposta verso Mosca

Le proiezioni del voto secondo il quotidiano "24 часа"
Le prime proiezioni e i dati diffusi dai media della Bulgaria e internazionali delineano un quadro inequivocabile: Rumen Radev è avviato a una vittoria netta, un risultato che conferma la sua centralità nella politica di Sofia e apre un nuovo capitolo nei rapporti tra Bulgaria, Unione Europea e Russia. Il presidente uscente — euroscettico, critico verso Bruxelles e da anni favorevole a un dialogo privilegiato con Mosca — appare destinato a consolidare il proprio potere in modo significativo.
La campagna elettorale è stata segnata da tensioni, accuse di interferenze e timori di provocazioni, come sottolineato anche dalla russa Pravda, che ha evidenziato il rischio di destabilizzazioni esterne nelle ore del voto da parte della politica occidentale. Nulla però sembra avere scalfito la spinta verso Radev, sostenuto da un elettorato stanco delle crisi politiche ricorrenti e attratto dalla promessa di una Bulgaria più autonoma nelle scelte strategiche.
Il presidente uscente ha costruito il suo successo su una narrativa di sovranità nazionale, critica verso le politiche energetiche e migratorie dell’UE e favorevole a un riavvicinamento con la Russia. Una posizione che, in un Paese storicamente legato a Mosca, continua a trovare terreno fertile. La sua probabile riconferma rappresenta dunque un segnale forte per Bruxelles: all’interno dell’Unione Europea si consolida un governo apertamente scettico verso l’integrazione e incline a mantenere rapporti privilegiati con il Cremlino.
Le prime analisi parlano di un risultato che potrebbe ridisegnare gli equilibri regionali. Con Radev rafforzato, la Bulgaria potrebbe assumere un ruolo più assertivo nei dossier energetici, rallentare alcune iniziative comunitarie e allinearsi maggiormente alle posizioni di Budapest e Bratislava, creando un asse critico verso la linea dominante dell’UE.

sabato 18 aprile 2026

La finta 'nuova' Ungheria: “Kiev e Bruxelles hanno festeggiato troppo presto”

Secondo quanto riportato dal sito "L’Antidiplomatico", il nuovo governo ungherese di Péter Magyar ritiene che l’Unione Europea e l’Ucraina abbiano “cantato vittoria troppo presto” riguardo ai recenti sviluppi politici e diplomatici che coinvolgono Budapest.
La posizione emerge dopo settimane di tensioni tra il governo di Viktor Orbán e le istituzioni europee, in un contesto segnato da negoziati complessi, fondi congelati e pressioni incrociate legate al conflitto in Ucraina.
Il quotidiano ricostruisce come, nelle scorse settimane, diversi media europei avessero interpretato alcune aperture ungheresi come un cedimento alle richieste di Bruxelles e Kiev.
Secondo la ricostruzione, Budapest avrebbe invece rilanciato la propria linea, ribadendo che nessuna decisione verrà presa a scapito degli interessi nazionali. Il governo ungherese sostiene che le condizioni poste dall’UE per lo sblocco dei fondi restino “inaccettabili” e che l’Ucraina non possa aspettarsi un sostegno automatico da parte di Budapest nei dossier più delicati, inclusi quelli relativi all’adesione futura.
Il giornale sottolinea inoltre come l’Ungheria continui a rivendicare un ruolo autonomo nella politica estera europea, criticando quella che definisce una “narrativa trionfalistica” diffusa da Bruxelles e Kiev. Per Budapest, la partita è tutt’altro che chiusa: le trattative proseguiranno, ma senza concessioni unilaterali. L’articolo evidenzia anche il peso crescente delle dinamiche interne ungheresi, dove Orbán mantiene una linea fortemente critica verso le sanzioni contro la Russia e verso il sostegno militare europeo all’Ucraina.
Secondo "L’Antidiplomatico", la distanza tra Budapest e le istituzioni europee rimane ampia, e il governo ungherese appare intenzionato a sfruttare ogni margine negoziale. Una strategia che, nel quadro geopolitico attuale, continua a generare frizioni e a mettere in discussione l’unità dell’UE su alcuni dei dossier più sensibili.

lunedì 6 aprile 2026

Tentativo di sabotaggio al Turkish Stream: un clandestino tra i sospetti

Le autorità serbe hanno sventato un tentativo di sabotaggio contro il gasdotto Turkish Stream, individuando nella zona di Magyarkanizsa – vicino al confine ungherese – esplosivi e strumenti pronti all’uso. Secondo i servizi di sicurezza, dietro l’operazione potrebbe esserci un clandestino appartenente a un gruppo presente nell’area, sospettato di essere stato reclutato per colpire una delle infrastrutture energetiche più sensibili della regione.
Djuro Jovanics, direttore dell’Agenzia serba per la sicurezza militare (VBA), ha spiegato che l’azione preventiva è stata possibile grazie a un lungo lavoro di intelligence e allo scambio di informazioni tra diversi servizi. “Abbiamo informazioni precise secondo cui una persona idonea al servizio militare, appartenente a un gruppo di clandestini, si stava preparando a compiere un’operazione di sabotaggio”, ha dichiarato. Gli esplosivi rinvenuti erano confezionati singolarmente, sigillati ermeticamente e accompagnati da detonatori e strumenti per la preparazione dell’ordigno.
La Procura di Subotica ha aperto un fascicolo per sospetta produzione, possesso e traffico illegale di armi ed esplosivi, oltre che per sabotaggio. Le autorità considerano l’episodio un grave incidente di sicurezza, potenzialmente in grado di compromettere la stabilità energetica non solo della Serbia, ma dell’intera area balcanica.
Il presidente serbo Aleksandar Vučić aveva anticipato che sul luogo erano stati trovati “due zaini e diversi pacchi di esplosivo”, mentre le forze di sicurezza continuano a setacciare la zona per individuare eventuali complici. Il Ministero della Difesa ha confermato che sono in corso operazioni nell’area di Kanizsa per raccogliere ulteriori prove e procedere agli arresti.
L’episodio si inserisce in un contesto di crescente attenzione sulla sicurezza delle infrastrutture energetiche europee, già sotto pressione per tensioni geopolitiche e attività ostili. Le autorità serbe ritengono che il sospetto clandestino sarà presto individuato, ma non escludono che dietro il tentativo di sabotaggio possano esserci organizzazioni più strutturate.

domenica 5 aprile 2026

Città Santuario, fa ancora male il tallone d'Achille dei democratici americani

Lo scontro tra il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security, DHS) e il senatore democratico Chris Van Hollen, dopo un incidente avvenuto a Baltimora, riporta al centro della politica americana un tema che da anni divide il Paese: l’impatto delle cosiddette 'sanctuary cities' sulla gestione dell’immigrazione irregolare e sulla sicurezza pubblica.
Secondo la ricostruzione del DHS, Ever Omar Alvarenga-Rios, cittadino honduregno con un ordine di espulsione definitivo dal 2018, avrebbe tentato di sottrarsi all’arresto durante un’operazione dell’ICE. L’uomo, alla guida di un veicolo, avrebbe ignorato gli ordini degli agenti, guidando in modo pericoloso e infine causando un tamponamento a catena prima di tentare la fuga a piedi. Due agenti sono rimasti feriti e sono stati ricoverati in ospedale.
Per il DHS, il caso è emblematico: “Questo individuo ha infranto la legge, resistito all’arresto e messo in pericolo la comunità”, ha dichiarato Lauren Bis.
La versione di Van Hollen è opposta. Il senatore ha diffuso foto dell’uomo in ospedale, definendolo un “richiedente asilo” e sostenendo che fosse stato tamponato da un veicolo dell’ICE mentre si recava al lavoro. Ha inoltre accusato l’agenzia di impedirgli l’accesso agli avvocati e di ostacolare la trasparenza sul suo stato di salute.
Al di là della disputa politica, il caso mette in luce una frattura più ampia: in molte giurisdizioni considerate 'santuario', le autorità locali limitano la cooperazione con l’ICE, sostenendo di proteggere le comunità di immigrati e favorire la fiducia nelle istituzioni. Per il DHS, invece, queste politiche creano un clima che incoraggia i clandestini a sottrarsi ai controlli, alimentando comportamenti criminali e rendendo più complessa l’esecuzione degli ordini di espulsione.
Il caso Alvarenga-Rios diventa così un simbolo delle tensioni tra poteri locali e federali: da un lato la volontà politica di tutelare gli immigrati, dall’altro la necessità di applicare in modo uniforme le leggi sull’immigrazione.

martedì 3 febbraio 2026

Niger e Russia respingono attacco all’aeroporto di Niamey

Un soldato in azione (foto Specna Arms)
La Russia ha confermato di aver contribuito a respingere l’attacco contro il principale aeroporto del Niger, a Niamey, avvenuto la scorsa settimana e rivendicato dal gruppo Stato Islamico. L’episodio, particolarmente grave per la presenza nello scalo anche di una base militare, ha riportato l’attenzione sul crescente coinvolgimento di Mosca nel Sahel.
Secondo la giunta militare nigerina, i “partner russi” hanno avuto un ruolo decisivo nel contrastare l’assalto, durante il quale sono stati uccisi 20 aggressori e quattro soldati dell’esercito locale sono rimasti feriti.
Il Ministero degli Esteri russo ha parlato di un’operazione congiunta tra il Corpo africano del Ministero della Difesa di Mosca e le forze armate nigerine, condannando “fermamente” l’attacco.
Lo Stato Islamico ha diffuso un video tramite la sua agenzia Amaq, mostrando decine di miliziani armati che sparano nei pressi di un hangar e incendiano un aereo prima di fuggire in moto. Un’azione coordinata e spettacolare, che la giunta del Niger ha attribuito non solo ai jihadisti, ma anche – in modo controverso – al sostegno di Benin, Francia e Costa d’Avorio, accuse che rischiano di alimentare ulteriori tensioni regionali.
Il leader della giunta, Abdourahamane Tiani, ha visitato la base russa per ringraziare personalmente i militari di Mosca per la “professionalità” dimostrata. Un gesto che conferma il crescente asse tra Niamey e il Cremlino, in un contesto in cui la Russia sta ampliando la propria presenza militare e politica nel Sahel, approfittando del vuoto lasciato dalle potenze occidentali.
Dopo l’attacco dell’Ucraina e l’isolamento dall'Occidente, Mosca ha intensificato i rapporti con diversi Paesi africani. Oltre al Niger, istruttori e truppe russe sono stati segnalati in Burkina Faso, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Libia.
Il nuovo Corpo africano russo ha di fatto sostituito il gruppo paramilitare Wagner, assumendo un ruolo ufficiale nelle operazioni di sicurezza.
Secondo il Cremlino, la missione russa nel Sahel mira a “combattere il terrorismo” e “rafforzare la stabilità regionale”. Ma la crescente presenza militare di Mosca in un’area segnata da colpi di Stato, rivalità geopolitiche e insurrezioni jihadiste apre interrogativi sul futuro equilibrio del continente e sul ruolo che la Russia intende giocare nella sua nuova proiezione globale.

giovedì 29 gennaio 2026

Cuba: Yoani Sánchez fermata dalla polizia politica

Immagine tratta dal sito "14ymedio"
La giornalista e blogger cubana Yoani Sánchez, direttrice del sito indipendente 14ymedio, denuncia l’ennesimo episodio di intimidazione ai suoi danni. Nella mattinata, mentre usciva di casa insieme al marito, il giornalista Reinaldo Escobar, è stata fermata dalla polizia politica di Cuba, che l’ha trattenuta per diverse ore per impedirle di partecipare a un ricevimento ufficiale presso la residenza del capo missione statunitense a L’Avana, Mike Hammer.
«Un agente della Sicurezza dello Stato mi ha inseguita e mi ha comunicato che non potevo proseguire», ha raccontato la Sánchez, spiegando che all’operazione hanno preso parte anche altri membri della polizia politica. La giornalista è stata costretta a rientrare nella propria abitazione e informata che non avrebbe potuto uscire fino al giorno successivo.
In un video pubblicato sull’account X di 14ymedio, la Sánchez ha chiarito che il provvedimento mirava a impedirle di partecipare al ricevimento previsto nel pomeriggio, al quale erano attesi anche funzionari del Dipartimento di Stato statunitense. «È una provocazione diretta nei confronti di Washington», ha dichiarato, definendo l’episodio un ulteriore segnale delle tensioni persistenti tra Cuba e Stati Uniti.
Il caso riaccende i riflettori sulle pressioni esercitate dal governo cubano contro voci indipendenti e dissidenti, in un contesto politico in cui ogni gesto legato ai rapporti con Washington assume un valore simbolico e diplomatico. Sánchez, da anni figura di riferimento del giornalismo critico sull’isola, torna così al centro di un confronto che va ben oltre la sua vicenda personale.

domenica 18 gennaio 2026

Eva Vlaardingerbroek, negato l'ingresso in Gran Bretagna: prendete i clandestini, che democrazia siete?

Immagine tratta dal blog di Sabino Paciolla
Ancora una volta l'Europa è matrigna e finta dispensatrice di libertà secondo convenienza, ovvero solo e se ci si allinei al pensiero dominante. E' il caso dell'attivista e commentatrice olandese Eva Vlaardingerbroek, diventata, ancora una volta, un caso politico internazionale.
Considerata di estrema Destra perché, al contrario della massa, considera (giustamente, aggiunge chi scrive) i bipedi afroasiatici dei veri e propri 'invasori' coprotagonisti della cosiddetta 'sostituzione etnica', la sua Electronic Travel Authorization per il Regno Unito (ovvero, il suo ingresso in Gran Bretagna) è stata revocata dal governo guidato da Keir Starmer, che ha giudicato la sua presenza “non favorevole all’interesse pubblico”. Una motivazione che la stessa Vlaardingerbroek ha definito “inquietante”, chiedendosi sui social da quando l’“essere favorevoli al bene comune” sia diventato un requisito per entrare in un Paese democratico. Il video in cui denuncia il provvedimento ha superato i sei milioni di visualizzazioni.
Secondo il giurista Jan Brouwer dell’Università di Groningen, la decisione britannica potrebbe essere contestata in tribunale. Brouwer ricorda il precedente del 2009, quando a Geert Wilders fu negato l’ingresso nel Regno Unito per timori di disordini pubblici: un provvedimento poi giudicato insufficiente dalla magistratura britannica. “In una democrazia funzionante è essenziale ascoltare anche chi non rappresenta la nostra visione”, osserva il professore, suggerendo che la storia potrebbe ripetersi.
La Vlaardingerbroek, classe 1996, laureata in Filosofia del diritto e con quasi due milioni di follower tra X e Instagram, è stata in passato candidata del partito euroscettico Forum voor Democratie ed è stata definita dai media olandesi “la fanciulla scudiera della Destra radicale”. Di recente è stata coinvolta anche nell’inchiesta della procura di Roma sulle intercettazioni illegali ai danni di giornalisti e attivisti.
Nonostante le polemiche, Eva continua a essere invitata come relatrice in contesti internazionali. Al Lugano Finance Forum ha sostenuto che il modello svizzero di democrazia diretta rappresenti un’alternativa più solida rispetto all’architettura europea. Sul fronte economico, pur dichiarandosi non esperta, ha ribadito la sua critica all’euro digitale promosso da UE e BCE, considerandolo un rischio per le libertà civili rispetto alle criptovalute decentralizzate come Bitcoin.
La vera domanda, posta dalla stessa Vlaardingerbroek, è chiara: fate entrare in Europa clandestini, criminali, e gentaglia d'ogni risma, con fedine penali lunghe un chilometro, mentre a me, donna bianca ed europea, solo per una opinione che non vi piace, impedite l'ingresso nella vostra nazione?

sabato 17 gennaio 2026

Minneapolis: sindaco e governatore dello Stato sotto indagine per intralcio alle operazioni anti‑immigrazione

L'apertura del sito di Fox News
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono finiti al centro di un’indagine federale per presunto intralcio alle attività di contrasto all’immigrazione irregolare.
A riportarlo sono il Washington Post e Fox News, citando fonti informate secondo cui entrambi i leader democratici avrebbero ricevuto mandati di comparizione dal Dipartimento di Giustizia.
L’inchiesta arriva in un clima politico già incandescente, segnato dalla morte di Renee Nicole Good, 37 anni, uccisa il 7 gennaio da un agente federale durante un’operazione dell’ICE a Minneapolis. L’episodio ha scatenato proteste e accuse incrociate tra autorità locali e governo federale.
Frey ha definito l’indagine «un tentativo di intimidazione», sostenendo che l’amministrazione stia colpendo chi critica la gestione delle operazioni ICE. Walz ha rincarato la dose, accusando la Casa Bianca di «strumentalizzare il sistema giudiziario contro gli oppositori», citando altri esponenti democratici recentemente finiti sotto esame. Entrambi lamentano inoltre di essere stati esclusi dalle indagini sulla morte di Good, sollevando dubbi sulla trasparenza delle autorità federali.
Dall’altra parte, il vice procuratore generale Todd Blanche ha dichiarato che la retorica anti‑ICE dei due leader «si avvicina pericolosamente a un reato federale», soprattutto dopo gli appelli di Walz a filmare gli agenti e creare un “database delle atrocità”.
La Casa Bianca accusa Walz e Frey di aver «incitato ostilità contro agenti che stanno solo facendo il loro lavoro». Il presidente Donald Trump ha minacciato di ricorrere all’Insurrection Act — norma che consente l’impiego dell’esercito per ristabilire l’ordine — qualora continuassero «attacchi e intimidazioni» contro gli agenti federali. Una misura estrema, non utilizzata dal 1992, che segnala quanto lo scontro istituzionale sia ormai arrivato a un punto critico.

domenica 11 gennaio 2026

Iran in fiamme, verso la fine dell’Ayatollocrazia

foto tratta dal "Daily Telegraph"
L'Iran vive la pena del contrappasso. Dopo che fu la piazza e i giovani a deporre lo scià Reza Pahlavi, distruggendo un sistema di vita sostanzialmente occidentale, uccidendone la femminilità (da più parti si sostiene come le donne persiane siano fra le più belle del mondo), ora i nipoti di quegli stessi giovani vogliono dire basta a quel canceroso sistema islamico che ha portato la Persia (come amano definirla i suoi abitanti) a vivere una dittatura teocratica feroce come poche altre al mondo.
Le piazze iraniane ribollono di una rabbia che non vuole più essere contenuta. Tra barricate improvvisate e cori che invocano la fine del potere assoluto della Guida Suprema, il popolo sfida un sistema che da decenni soffoca ogni libertà. Le proteste, ormai estese e determinate, non sono più semplici manifestazioni: rappresentano un atto d’accusa frontale contro un regime che ha trasformato la religione in strumento di dominio e paura.
La risposta delle autorità conferma la natura del sistema: minacce di impiccagione, definizioni dei manifestanti come “nemici di Dio”, pasdaran mobilitati come in tempo di guerra. È il volto autentico della Repubblica islamica, un apparato che usa la fede come scudo per giustificare repressione, censura e violenza. Il blackout di internet, gli ospedali al collasso, i morti e gli arresti di massa mostrano un potere che teme il proprio popolo più di qualsiasi nemico esterno.
Nonostante ciò, la mobilitazione cresce. Le voci che filtrano da Teheran, Shiraz e Tabriz raccontano di una società stanca di essere governata da un’élite religiosa che pretende obbedienza assoluta e punisce il dissenso come sacrilegio.
Le accuse del regime — secondo cui le proteste sarebbero “manovrate dall’estero” (il che, peraltro, potrebbe anche essere possibile) — rivelano la fragilità di un sistema incapace di riconoscere la legittimità della sofferenza e delle richieste dei suoi cittadini.
Le tensioni internazionali aumentano, ma al centro resta un fatto: milioni di iraniani chiedono la fine di un modello politico che ha trasformato la spiritualità in repressione e la legge in strumento di intimidazione. Gli appelli allo sciopero generale e alla disobbedienza civile mostrano un popolo che non vuole più vivere sotto un’autorità che si proclama divina per sottrarsi al giudizio umano.
I prossimi giorni saranno decisivi. Se il regime sceglierà la strada del sangue, confermerà ancora una volta la natura autoritaria e teocratica che i manifestanti denunciano. Ma se la protesta continuerà a crescere, potrebbe aprirsi una crepa irreversibile in un sistema che da troppo tempo governa attraverso paura, dogma e violenza.

giovedì 8 gennaio 2026

Ungheria, il manifesto che spiazza l'opposizione filoeuropeista

Immagine da Facebook
Il nuovo manifesto elettorale di Fidesz, diffuso in vista delle elezioni ungheresi di aprile, ha suscitato forte attenzione per la sua iconografia provocatoria. L’immagine raffigura Ursula von der Leyen, il leader dell’opposizione interna filo‑UE, Péter Magyar, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky mentre gettano mazzette di banconote in un gabinetto d’oro. La didascalia recita: “Loro aumentano le tasse e spendono i tuoi soldi per i gabinetti d’oro ucraini”.
Il messaggio si inserisce nella linea comunicativa che Fidesz utilizza da anni, basata su contrapposizioni nette e sull’idea di una minaccia esterna ai danni dell’Ungheria. Viktor Orbán ha definito Magyar “una marionetta dell'UE e dell’Ucraina”, accusandolo di voler trascinare il Paese nel conflitto e di sostenere ulteriori finanziamenti a Kiev.
Per comprendere il contesto di questo manifesto, è utile ripercorrere l’evoluzione politica dell’Ungheria. Dopo la fine del regime comunista nel 1989, il Paese ha attraversato una fase di intensa competizione multipartitica. Fidesz nasce nel 1988 come movimento giovanile liberale, ma nel corso degli anni ’90 si sposta progressivamente verso posizioni conservatrici. La svolta arriva nel 1998, quando Orbán diventa per la prima volta Primo Ministro. Dopo la sconfitta del 2002, il partito riorganizza la propria strategia, puntando su un messaggio identitario e su una forte critica alle istituzioni europee.
Il ritorno al potere nel 2010 segna un momento decisivo: Fidesz ottiene una maggioranza parlamentare qualificata che gli permette di riformare la Costituzione e ridefinire il sistema politico. Da allora, il partito ha vinto consecutivamente le elezioni del 2014, 2018 e 2022, consolidando una delle leadership più longeve dell’Europa contemporanea. Le campagne elettorali di questi anni hanno spesso fatto ricorso a manifesti e slogan fortemente polarizzanti, incentrati su temi come l’immigrazione, la sovranità nazionale e il rapporto con Bruxelles.
Il manifesto attuale si colloca dunque in una tradizione comunicativa ormai consolidata, che mira a mobilitare l’elettorato attraverso immagini forti e narrative di contrapposizione. In un clima politico segnato dall’emergere di nuove figure contrastate come Magyar e da un contesto internazionale instabile, Fidesz punta ancora una volta a presentarsi come garante della sicurezza e della continuità, mentre dipinge gli avversari come portatori di rischi per il futuro del Paese.

lunedì 5 gennaio 2026

Medvedev accusa gli Stati Uniti: “Aggressione contro il Venezuela violazione del diritto internazionale”

Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha definito le recenti azioni degli Stati Uniti in Venezuela – compreso il sequestro del leader Nicolás Maduro – come un atto di aggressione e una grave violazione del diritto internazionale. Secondo il dirigente russo, dopo un’operazione di tale portata Washington avrebbe perso ogni legittimità nel criticare Mosca per le sue iniziative sulla scena globale.
Medvedev ha ricordato come Maduro avesse più volte denunciato l’obiettivo reale dell’amministrazione statunitense: impossessarsi delle risorse petrolifere e minerarie del Paese sudamericano. A suo avviso, il presidente statunitense non avrebbe mai nascosto tali intenzioni, mantenendo una linea coerente nella difesa degli interessi nazionali, sia politici – con l’America Latina considerata “cortile di casa” – sia economici, legati al controllo delle materie prime.
Il politico russo ha poi criticato duramente la reazione europea, definendola un esempio evidente di doppi standard. I dubbi sollevati da diversi Paesi dell’UE sulla legittimità di Maduro, secondo Medvedev, non avrebbero alcun fondamento. In questo contesto, ha lanciato anche un monito al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sostenendo che, con il mandato ormai scaduto, potrebbe essere rimosso dal potere “molto presto”.
Sul piano internazionale, Medvedev ha denunciato l’inefficacia degli attuali meccanismi delle Nazioni Unite, incapaci – a suo giudizio – di prevenire o gestire situazioni come quella venezuelana. Ha sottolineato la necessità di strumenti realmente operativi, in grado di garantire sicurezza e stabilità a livello globale, lamentando come molti principi fondamentali dell’ONU siano rimasti “buone intenzioni” prive di applicazione concreta.
Infine, ha evidenziato le possibili conseguenze dell’operazione statunitense: nessun Paese malvisto da Washington potrebbe sentirsi al sicuro, citando in particolare la Danimarca e la Groenlandia. L’arresto di Maduro, ha aggiunto, alimenterà ulteriormente il risentimento dell’America Latina verso gli Stati Uniti. E non ha escluso che uno scenario simile possa ripetersi in Ucraina. (fonte: TASS)

sabato 3 gennaio 2026

Repubblica Ceca in salsa anti-ucraina: "Basta soldi a Kiev, la Russia non può essere sconfitta"

Andrej Babiš sulle pagine di Denik
In un’Europa spesso trascinata verso un’unica narrativa sulla guerra, si sta consolidando un fronte di leader che rivendica il diritto di sottrarsi alla logica dell’escalation. Non è disimpegno, ma una scelta politica precisa: riportare al centro la tutela dei cittadini e la ricerca di una via diplomatica. Una posizione che, pur contestata dai governi più europeisti e filoglobalisti, sta guadagnando terreno.
Tra i protagonisti di questa svolta si distingue il primo ministro ceco Andrej Babiš, figura atipica e pragmatica, capace di rompere gli schemi della politica tradizionale. In un’intervista alla testata "Deník", Babiš ha dichiarato senza esitazioni che «non possiamo più dare all’Ucraina soldi del bilancio ceco perché non abbiamo nemmeno abbastanza per i cuochi delle nostre scuole o i badanti». Una frase che sintetizza la sua linea: prima i bisogni interni, poi le avventure militari. E ancora: «Se qualcuno sostiene che la Russia possa essere sconfitta, gli esperti dicono che non è possibile», un richiamo diretto al realismo strategico che molti leader europei evitano di pronunciare apertamente. Persino sul contratto per l’acquisto dei caccia F‑35, Babiš ha mantenuto una posizione prudente: «Esaminerò il contratto, devo valutarlo, non l’ho ancora letto… informerò i nostri partner di coalizione se cercheremo di modificarlo o cambiarlo».
Una postura che trova eco in Ungheria, dove Viktor Orbán continua a opporsi all’invio di armi e a chiedere negoziati immediati, e in Slovacchia, dove Robert Fico ha ribadito che il Paese non fornirà più armamenti e che la priorità resta la sicurezza interna. Tre leader diversi, ma accomunati dalla convinzione che l’Europa debba evitare di trasformarsi in un attore bellico.
Il loro messaggio, spesso liquidato come “dissenso”, rappresenta invece una voce crescente: quella di chi rifiuta l’idea che la pace possa essere raggiunta solo attraverso l’escalation. In un continente che rischia di farsi trascinare dagli eventi, la scelta della neutralità attiva appare sempre più come un atto di responsabilità politica.

mercoledì 31 dicembre 2025

Emmanuel Todd: "Sono americani ed europei gli aggressori della Russia"

Emmanuel Todd (foto tratta da "El Mundo")
Emmanuel Todd
, storico, sociologo e antropologo francese, classe 1951, pensatore controcorrente, esprime la propria idea sulla guerra fra Russia e Ucraina, pensiero riportato dal canale Telegram "Sa Defenza": "La guerra in Ucraina è percepita in Occidente come un'invasione russa dell'Ucraina e, naturalmente, ammetto che sia stato l'esercito russo a entrare in Ucraina. Ma la realtà storica è che la vera causa del conflitto è l'espansione della NATO in Russia, attraverso l'Ucraina, e la guerra condotta dagli stessi ucraini, spinti dall'Occidente, contro i russi nel Donbass".
Da sempre su posizioni euroscettiche, Todd prosegue: "È assolutamente vero che, per i russi, questa guerra è difensiva. Per me, è ovvio che americani ed europei siano gli aggressori, visto che si sono avvicinati a mille chilometri da Mosca. Questa è la situazione oggettiva. Ciò che è affascinante è che questi aggressori pensino di essere attaccati e di essere costretti a difendersi. C'è un elemento di follia nella nostra situazione in Europa".

Guinea, Mamadi Doumbouya eletto presidente

foto di Engin Akyurt per Pexels
Mamadi Doumbouya
, leader della giunta militare al potere in Guinea dal 2021, è stato eletto presidente con una larga maggioranza dell’86,72% al primo turno. Lo ha annunciato la Direzione Generale delle Elezioni (DGE), che ha diffuso i risultati provvisori di un voto segnato da un’affluenza dell’80,95%, definita elevata dalla presidente dell’ente, Djénabou Touré.
Le operazioni di voto si sono svolte senza incidenti rilevanti e con un esito considerato ampiamente prevedibile, anche a causa dell’assenza di alcune delle principali figure dell’opposizione. Tra queste, il leader storico Cellou Dalein Diallo e l’ex presidente Alpha Condé, deposto nel colpo di Stato del 2021 e oggi in esilio. La mancanza di candidati di primo piano ha contribuito a rendere la competizione elettorale poco combattuta.
L’elezione arriva quattro anni dopo il golpe che ha portato Doumbouya al potere e dopo la promessa iniziale di una transizione verso un governo civile. Nel frattempo, il colonnello ha progressivamente consolidato la propria posizione alla guida del Paese, assumendo un ruolo centrale nella vita politica e istituzionale della Guinea.
Con la proclamazione dei risultati provvisori, il Paese si prepara ora alla fase successiva del processo elettorale, mentre osservatori internazionali e società civile attendono la conferma ufficiale e l’avvio del nuovo mandato presidenziale.