mercoledì 21 gennaio 2026

L'Arsenal svela il bluff dell'Inter, tre gol e tutti a casa

Il sito dell'Arsenal dedicato alla vittoria dei Gunners
Ancora una volta l'Inter esce a mani vuote dal campo dopo avere incontrato una squadra pari grado, più o meno. E' successo nel mediocre campionato italiano, succede anche in Europa, in Champions League, con la squadra di Cristian Chivu sconfitta a San Siro per 3-1 dall'Arsenal, al momento una delle squadre più forti d'Europa.
In Serie A gli interisti sono andati incontro a ko contro Juventus, Milan e Napoli (pareggio nel ritorno), solo una vittoria striminzita (e non molto meritata) contro la Roma, ovvero le quattro squadre che li seguono in graduatoria, lasciando da parte le altre, medie e medio-piccole, contro cui i nerazzurri maramaldeggiano senza troppi problemi. A questo si aggiunge l'eliminazione dalla Supercoppa italiana nell'unica gara disputata, quella con il Bologna.
In Europa, in Champions League, dopo quattro vittorie contro formazioni dal palmares europeo analfabeta sono arrivate tre sconfitte in fila contro Atletico Madrid, Liverpool e Arsenal.
Il totale stagionale parla di 7 partite perse sulle 28 disputate.
Fra le mura nazionali i ko in serie non hanno impedito ai nerazzurri di guidare la classifica, confermando l'impalpabilità della Serie A, in Europa, invece, le cose si fanno un po' diverse. Un dato inoppugnabile che l'Arsenal visto a San Siro ha messo drammaticamente a nudo.

martedì 20 gennaio 2026

Russia sempre meno isolata, aperto il volo Casablanca–San Pietroburgo

Immagine tratta dal sito di Royal Air Maroc
La Russia, malgrado l'Europa tenti disperatamente di isolarla, è sempre meno sola. Non è un dettaglio di poco conto quello fornito dall'inaugurazione, il 21 gennaio, di una nuova tratta aerea.
Royal Air Maroc aprirà, infatti, una nuova connessione strategica tra Nord Africa ed Europa orientale: il primo volo diretto Casablanca–San Pietroburgo.
Un debutto celebrato in grande stile all’aeroporto di Pulkovo, dove l’arrivo del Boeing 737-800 sarà accolto con danze tradizionali marocchine e una cerimonia ufficiale di taglio del nastro. Le attività inizieranno alle 4.30 del mattino, coinvolgendo i passeggeri in un programma dedicato, mentre l’inaugurazione formale della rotta è prevista per le 4.55.
Il collegamento sarà operativo tre volte a settimana. Da Casablanca si partirà il martedì, il venerdì e la domenica alle 23.10, con arrivo a San Pietroburgo alle 6.55 del giorno successivo. I voli di ritorno decolleranno invece da Pulkovo il lunedì, il mercoledì e il sabato alle 8.05, atterrando in Marocco alle 11.45. Un tragitto di circa sei ore che amplia l’offerta della compagnia, già presente in Russia con un servizio giornaliero verso Mosca.
L’apertura della nuova rotta risponde alla crescente domanda di collegamenti diretti tra i due Paesi, sia per motivi turistici sia per esigenze commerciali. Casablanca, principale 'hub' marocchino, rafforza così il proprio ruolo di porta d’accesso verso l’Africa occidentale, mentre San Pietroburgo ottiene un nuovo collegamento stabile con il mondo arabo e il continente africano.
Per Royal Air Maroc si tratta di un passo ulteriore nel piano di espansione internazionale, che punta a consolidare la presenza della compagnia su mercati in crescita e a diversificare le destinazioni a lungo raggio. Per la Russia, e i suoi cittadini, un ulteriore sbocco che cancella sempre più l'Europa da importanti flussi turistici che contribuiscono a isolare ulteriormente il Vecchio Continente, indesiderato boomerang di una politica ottusa.

Al gol di Füllkrug... un urlo mai sentito

La storica esultanza di Joe Jordan contro l'Inter
Il Milan supera il Lecce con un gol di testa di Niclas Füllkrug e la mente del tifoso milanista corre all'indietro verso tempi ancora più bui di quelli attuali. Se la squadra di oggi è preda delle follie manageriali di un gruppo di personaggi più propensi all'interesse personale che a quello del club e dedicati a uno sperpero senza giustificazione delle risorse del club, la situazione, all'inizio degli anni '80, era perfino peggiore, sebbene il Milan di allora fosse costituito da quell'ossatura di giocatori che gli avrebbe poi consentito di dominare il mondo.
La squadra rossonera arrivava dalla vittoria del campionato di Serie B 1980-81 e, in attesa di quello successivo, partecipava al girone eliminatorio della Coppa Italia, cui venne sorteggiata assieme agli eterni rivali dell'Inter. Era il 6 settembre 1981 e un sentimento di rivalsa, condito dalla consueta rivalità, pervase l'animo degli 'adoratori del Diavolo'. San Siro ritrovava il derby perso per un anno, e il derby ritrovava un pubblico da 'tutto esaurito' e forse più. In aggiunta, il Milan schierava il suo nuovo straniero, lo scozzese Joe Jordan, passato alla storia con il soprannome di 'squalo'. La gara terminò con un confortante 2-2, non sufficiente però per far passare il turno ai rossoneri. La rete del momentaneo 2-1 venne segnata proprio da Jordan, con un colpo di testa che mandò la palla a infilarsi nella stessa porta, e nello stesso angolino, che 45 anni dopo avrebbe spinto la 'crapa' di Füllkrug. Identica anche l'esultanza, con corsa sotto la Curva Sud, sede del tifo milanista più 'caldo', braccia tese alla sinistra della porta avversaria.
Diverso il torneo e anche il modo, oltre che l'avversario: contro l'Inter, allora fresca vincitrice dello scudetto, Jordan segnò un gol capolavoro, in area sì, ma da oltre il disco del rigore, imbeccato da una punizione calciata dalla destra appena oltre la tre-quarti. Contro il 'piccolo' Lecce, in lotta per non retrocedere, Füllkrug insacca di testa un cross, sempre dalla destra, calciato da un Alexis Saelemaekers arrivato in pratica dalla riga di fondo.
Identico il risultato: capocciata e gol. Il giorno dopo la "Gazzetta dello Sport", in un trafiletto di colore dedicato al derby, titolò "Al gol di Jordan un urlo mai sentito", sintomo della liberazione che i tifosi rossoneri avevano provato al gol del loro nuovo idolo, dopo un intero anno di umiliazioni su campi di provincia e una retrocessione arrivata a testimoniare di come il Milan, di santi in paradiso, non ne abbia mai avuti. Allo stesso modo si potrebbe declinare il medesimo titolo ergendo a protagonista il nuovo ariete del club rossonero, un Füllkrug nuovo ariete e punto di riferimento delle speranze dei tifosi milanisti.

lunedì 19 gennaio 2026

A Fano riemerge la Basilica di Vitruvio, un monumento che riscrive la storia

Immagine Getty da Elle Decor
Per secoli è stata considerata il “Sacro Graal” dell’archeologia romana: la Basilica di Vitruvio, l’unico edificio che il grande teorico dell’architettura occidentale affermò di aver progettato e seguito personalmente. Un monumento descritto nel De Architectura con “somma dignità e bellezza”, ma mai identificato con certezza, nonostante ipotesi, scavi e ricostruzioni artistiche. Oggi, finalmente, quel mistero sembra essere stato sciolto.
A Fano, città natale di Vitruvio, gli scavi in corso in piazza Andrea Costa hanno riportato alla luce cinque colonne in pietra arenaria perfettamente allineate. Le proporzioni, le distanze e l’impianto architettonico coincidono in modo sorprendente con le indicazioni tecniche contenute nel trattato vitruviano. Un riscontro diretto e rarissimo tra fonte scritta e reperto archeologico, che permette di attribuire con sicurezza l’area alla celebre basilica augustea destinata alla giustizia e agli affari pubblici.
L’annuncio è stato dato dal sindaco Luca Serfilippi, visibilmente emozionato, insieme al governatore delle Marche Francesco Acquaroli. “Questa scoperta non è solo un patrimonio fanese, ma ci proietta in una dinamica mondiale”, ha dichiarato il primo cittadino, sottolineando il valore culturale e identitario del ritrovamento.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, collegato in videoconferenza, ha parlato di una “tessera fondamentale del mosaico dell’identità italiana”, definendo il ritrovamento “eccezionale” e destinato a entrare nei libri di scuola. Per rendere l’idea della portata, Giuli ha evocato paragoni illustri: dalla scoperta della tomba di Tutankhamon nel Novecento al Lapis Niger del Foro Romano, testimonianza dell’età regia.
La Basilica di Vitruvio era stata cercata a lungo: prima sotto il convento di Sant’Agostino, poi in un’abitazione privata dove nel 2023 erano emersi ambienti pavimentati di pregio. Ma mancava sempre l’elemento chiave: il colonnato “di ordine gigante” che avrebbe sostenuto i due piani dell’edificio. Oggi, quelle colonne sono finalmente riemerse dal sottosuolo fanese, restituendo forma a un capolavoro architettonico rimasto per duemila anni nell’ombra.
Per Fano e per l’archeologia mondiale si tratta di una svolta storica: un frammento di Roma antica che torna alla luce e che, come spesso accade, cambia il modo in cui guardiamo al nostro passato.

Hockey a Lugano, l'incredibile serie di rigori e il record di Calvin Thürkauf

Il rigore decisivo di Thürkauf  (foto Bordignon)
Segnare un rigore, soprattutto nell'hockey ghiaccio non è mai facile. Le piccole misure della porta (gabbia) e la figura del portiere ingigantita da gambali e guantoni rendono particolarmente improbo lo sforzo dell'attaccante, e le percentuali di realizzazione crollano rispetto all'equivalente calcistico. Segnare quattro rigori diventa quindi impresa ancora più difficile, Se poi a segnare quattro rigori è lo stesso rigorista, e le marcature arrivano tutte nella stessa partita e tutte consecutivamente, a questo punto siamo al limite dell'evento sportivo, qualcosa di difficilmente ripetibile.
E' quello che si è visto alla Corner Arena di Lugano, dove i ticinesi si sono imposti per 4-3, dopo i tiri di rigore, appunto, contro il Langnau.
Che, comunque, è stato coprotagonista dell'impresa: primo, perché ha costretto i bianconeri di casa alla soluzione degli 'shootout', secondo perché, nel momento decisivo, ha proposto a sua volta un cecchino (quasi) infallibile. Arrivati infatti all'ultimo rigore dei cinque previsti senza particolare successo, sono stati Calvin Thürkauf e Julian Schmutz a contendersi la palma di rigorista infallibile: il primo, il capitano, dei padroni di casa, il secondo, attaccante dei 'tigrotti' del Bernese. E se Thürkauf segnava il proprio penalty regalando al Lugano il match point di turno, dall'altra parte, instancabile, Schmutz replicava, rendendo spasmodica la serie successiva. In Svizzera il rigorista può immediatamente tornare a tirare un nuovo rigore anche se sia già stato impegnato in precedenza, e così i due si sono affrontati a distanza per ben otto penalty consecutivi, i primi sette tutti segnati, l'ottavo 'finalmente' sbagliato dal bernese o, meglio, parato da Niklas Schlegel.
Al Lugano due punti preziosissimi, ai fortunati presenti la consapevolezza di avere assistito a un evento più unico che raro, suggello di una partita emozionante, giocata davanti a oltre 6mila spettatori entusiasti, con un tifo carico di energia e passione.

Cina, crollo delle nascite: il 2025 segna un nuovo minimo storico

foto di Ariungoo Batzorig per Unsplash
La Cina affronta uno dei momenti demografici più critici dalla nascita della Repubblica Popolare. Nel 2025 il tasso di natalità è sceso a 5,63 nascite per mille abitanti, il livello più basso almeno dal 1949, aggiornando il precedente record negativo del 2023. Un dato che conferma come gli sforzi di Pechino per invertire la tendenza – incentivi economici, politiche familiari più flessibili, sostegni alla genitorialità – non stiano ancora producendo gli effetti sperati.
Secondo l’Ufficio nazionale di statistica, nel 2025 sono venuti al mondo 7,92 milioni di bambini, un crollo rispetto ai 9,54 milioni del 2024. Le nascite sono state ampiamente superate dagli 11,31 milioni di decessi, determinando una riduzione della popolazione di 3,39 milioni di persone.
È il quarto anno consecutivo di calo demografico, un trend che preoccupa economisti e governo per le sue implicazioni sul mercato del lavoro, sul sistema pensionistico e sulla sostenibilità della crescita.
Nonostante il declino, la Cina resta il secondo Paese più popoloso al mondo dopo l’India, mantenendosi poco sopra 1,4 miliardi di abitanti. Ma la combinazione di bassa natalità, invecchiamento rapido e costi crescenti della vita urbana sta ridisegnando la struttura sociale del Paese.
Il governo continua a insistere sulla necessità di “riempire le culle”, ma la sfida appare complessa: molte giovani coppie rinunciano a diventare genitori per ragioni economiche, mentre le politiche di sostegno introdotte finora non sembrano sufficienti a invertire una tendenza ormai strutturale. La crisi demografica cinese, un tempo considerata un rischio futuro, è ormai una realtà presente.

Dramma in Spagna, scontro fra due treni provoca almeno 24 morti

L'apertura di "El Pais" sulla vicenda
Una “notte di profondo dolore per la Spagna”. Così il premier Pedro Sánchez ha definito le ore successive al gravissimo incidente ferroviario avvenuto nei pressi di Adamuz, in Andalusia, dove la collisione tra due treni ad alta velocità ha provocato almeno 24 morti e 73 feriti, quindici dei quali in condizioni critiche. È il più grave incidente da quando, nel 2020, il sistema ferroviario spagnolo è stato liberalizzato.
L’impatto è avvenuto intorno alle 19.40. Un convoglio Iryo, partito da Malaga con 317 passeggeri e diretto a Madrid, ha deragliato con gli ultimi tre vagoni, finendo sulla linea adiacente proprio mentre sopraggiungeva un treno Renfe diretto a Huelva. Lo scontro è stato devastante: i primi due vagoni dell’Alvia di Renfe, con 53 persone a bordo, sono stati completamente distrutti e sono precipitati lungo un terrapieno di quattro metri. Tra le vittime figura anche il macchinista del convoglio pubblico.
Le immagini diffuse dai passeggeri hanno mostrato subito la gravità della situazione. I soccorsi sono intervenuti in una zona scoscesa e difficile da raggiungere, con le vie d’accesso chiuse per permettere l’arrivo dei mezzi di emergenza. Decine di residenti dei comuni vicini hanno portato coperte e acqua ai soccorritori, mentre il palazzetto dello sport di Adamuz è stato trasformato in un ospedale da campo. I feriti più gravi sono stati trasferiti negli ospedali della provincia, in particolare al Reina Sofía di Córdoba.
Molti sopravvissuti hanno raccontato di “due fortissime frenate” prima del caos: persone sbalzate a terra, vetri infranti, urla. “Sembrava un film dell’orrore”, ha detto un passeggero. I vigili del fuoco hanno descritto vagoni “completamente deformati”, con persone intrappolate all’interno.
Sul posto è arrivato anche il governatore Juanma Moreno, che ha parlato di “ore molto complicate” e del rischio di un bilancio ancora più pesante. L’indagine è stata affidata a un tribunale di Montoro, mentre unità militari specializzate continuano a operare tra le lamiere. Il ministro dei Trasporti Óscar Puente ha definito l’incidente “raro e difficile da spiegare”, ricordando che il treno Iryo aveva solo quattro anni di servizio e che il tratto interessato è rettilineo.
La Casa Reale ha espresso “grande preoccupazione”, mentre messaggi di solidarietà sono arrivati da tutta Europa. Le linee ad alta velocità tra Madrid e il sud del Paese resteranno sospese per l’intera giornata di lunedì, mentre la Spagna si confronta con una tragedia che ha scosso l’intero Paese.

domenica 18 gennaio 2026

Eva Vlaardingerbroek, negato l'ingresso in Gran Bretagna: prendete i clandestini, che democrazia siete?

Immagine tratta dal blog di Sabino Paciolla
Ancora una volta l'Europa è matrigna e finta dispensatrice di libertà secondo convenienza, ovvero solo e se ci si allinei al pensiero dominante. E' il caso dell'attivista e commentatrice olandese Eva Vlaardingerbroek, diventata, ancora una volta, un caso politico internazionale.
Considerata di estrema Destra perché, al contrario della massa, considera (giustamente, aggiunge chi scrive) i bipedi afroasiatici dei veri e propri 'invasori' coprotagonisti della cosiddetta 'sostituzione etnica', la sua Electronic Travel Authorization per il Regno Unito (ovvero, il suo ingresso in Gran Bretagna) è stata revocata dal governo guidato da Keir Starmer, che ha giudicato la sua presenza “non favorevole all’interesse pubblico”. Una motivazione che la stessa Vlaardingerbroek ha definito “inquietante”, chiedendosi sui social da quando l’“essere favorevoli al bene comune” sia diventato un requisito per entrare in un Paese democratico. Il video in cui denuncia il provvedimento ha superato i sei milioni di visualizzazioni.
Secondo il giurista Jan Brouwer dell’Università di Groningen, la decisione britannica potrebbe essere contestata in tribunale. Brouwer ricorda il precedente del 2009, quando a Geert Wilders fu negato l’ingresso nel Regno Unito per timori di disordini pubblici: un provvedimento poi giudicato insufficiente dalla magistratura britannica. “In una democrazia funzionante è essenziale ascoltare anche chi non rappresenta la nostra visione”, osserva il professore, suggerendo che la storia potrebbe ripetersi.
La Vlaardingerbroek, classe 1996, laureata in Filosofia del diritto e con quasi due milioni di follower tra X e Instagram, è stata in passato candidata del partito euroscettico Forum voor Democratie ed è stata definita dai media olandesi “la fanciulla scudiera della Destra radicale”. Di recente è stata coinvolta anche nell’inchiesta della procura di Roma sulle intercettazioni illegali ai danni di giornalisti e attivisti.
Nonostante le polemiche, Eva continua a essere invitata come relatrice in contesti internazionali. Al Lugano Finance Forum ha sostenuto che il modello svizzero di democrazia diretta rappresenti un’alternativa più solida rispetto all’architettura europea. Sul fronte economico, pur dichiarandosi non esperta, ha ribadito la sua critica all’euro digitale promosso da UE e BCE, considerandolo un rischio per le libertà civili rispetto alle criptovalute decentralizzate come Bitcoin.
La vera domanda, posta dalla stessa Vlaardingerbroek, è chiara: fate entrare in Europa clandestini, criminali, e gentaglia d'ogni risma, con fedine penali lunghe un chilometro, mentre a me, donna bianca ed europea, solo per una opinione che non vi piace, impedite l'ingresso nella vostra nazione?

La Russia prende il controllo di Privolye e Priluki

La Russia continua ad avanzare in terra ucraina, in maniera lenta ma inesorabile. Nelle ultime 24 ore le forze armate russe hanno annunciato nuovi avanzamenti lungo la linea del fronte, riferendo la conquista di due località strategiche nelle regioni contese dell’Ucraina orientale. Secondo quanto comunicato dal ministero della Difesa di Mosca, i reparti del Battlegroup South avrebbero preso il controllo di Privolye, nella Repubblica Popolare di Donetsk, mentre le unità del Battlegroup East avrebbero sfondato le difese ucraine fino a raggiungere e occupare Priluki, nella regione di Zaporozhye.
Il quadro operativo diffuso dal ministero descrive una giornata caratterizzata da intensi combattimenti e da un significativo impiego di mezzi aerei e sistemi di difesa. Le forze russe affermano di aver intercettato due missili a lungo raggio Neptune e 214 droni ucraini, oltre a sei razzi HIMARS di produzione statunitense. Un dato che, secondo Mosca, confermerebbe l’elevata attività offensiva delle forze di Kiev e la crescente centralità della guerra tecnologica nel conflitto.
Il bilancio delle perdite ucraine riportato dal ministero russo è particolarmente elevato: circa 1.305 militari sarebbero stati neutralizzati in diverse aree del fronte. Le cifre, suddivise per gruppi operativi russi, indicano fino a 170 perdite nella zona Nord, oltre 210 a Ovest, fino a 225 a Sud, più di 440 nel settore Centro, oltre 210 a Est e fino a 50 nell’area del Dnepr. Dati impossibili da verificare in modo indipendente, come spesso accade nelle comunicazioni ufficiali delle parti coinvolte.
Mosca riferisce inoltre di aver colpito infrastrutture energetiche e di trasporto utilizzate dall’esercito ucraino, oltre a depositi di munizioni, officine di assemblaggio e punti di lancio per droni a lungo raggio. Secondo il comunicato, gli attacchi avrebbero interessato 167 località, coinvolgendo aviazione tattica, droni d’attacco e artiglieria missilistica.
Il quadro delineato dal ministero della Difesa russo conferma un’intensificazione delle operazioni lungo l’intera linea del fronte, in un conflitto che continua a evolversi rapidamente e a mostrare un crescente impiego di tecnologie avanzate e attacchi mirati alle infrastrutture critiche. (fonte: TASS)

sabato 17 gennaio 2026

A La Spezia l'ennesimo omicidio targato 'maranza'

La del Corriere, nessun riferimento all'origine della vittima
L’omicidio avvenuto all'istituto Einaudi‑Chiodo di La Spezia ha tre matrici fondamentali: la componente etnica, in cui, per l'ennesima volta, nordafricani o figli di tali scatenano la propria violenza verso la società che li ospita; il lassismo delle istituzioni, in cui magistrati operano secondo orientamenti politici di Sinistra nella totale impunità (e speriamo che, presto, una separazione delle carriere li condanne a diventare vittime del loro stesso sistema) e la mancanza di una polizia che colpisca duramente i criminali, che vivono nella più totale tranquillità, diventando vittime a loro volta se giustamente colpiti dalla reazione dell'aggredito o del poliziotto di turno.
E' il classico esempio di "Mondo al contrario", come spiegato mirabilmente dal generale Roberto Vannacci nel suo libro, divenuto ormai un classico.
Italia e italiani vittime dei soprusi degli immigrati, con la compiacenza di magistrati collusi, partiti di Sinistra e stampa buonista.
D'alra parte basta leggere i nomi delle persone coinvolte a La Spezia: Abanoub Youssef è il morto, colpito da Atif Zouhair, marocchino, dopo una lite nata per una foto con la ex postata sui social. Basta poco per scatenare la furia bestiale e ancestrale insita in queste popolazioni.
I giornali di Sinistra si sperticano in riflessioni 'psichiatriche' su quelli che vengono definiti 'i nostri figli'. Una toppa che allarga ancora di più la ferita, perché non spiega assolutamente il problema.
Questi NON sono i nostri figli, ma sono i figli degli immigrati nordafricani. Sono i cosiddetti 'maranza', un misto di sottocultura importata e che non ha nulla a che fare con le altre etnie che perfettamente si sono integrate nel nostro Paese, dai filippini ai peruviani, dai senegalesi ai cinesi.
Ma tant'è, l'importazione quanto più è stracciona e criminale, tanto più piace alla Sinistra in cerca affannosa di voti e finti ideali da condividere.
Questo mentre l'Italia cade a pezzi e l'invasione dal Nord Africa prosegue nel silenzio genuflesso delle istituzioni.

NHL, due settimane ad alta intensità: dai record del Winter Classic alla corsa delle big

La festa dei NY Rangers tratta dal loro profilo Facebook
Le prime due settimane di gennaio 2026 hanno offerto uno dei periodi più vibranti della stagione NHL, inaugurato dal Winter Classic di Miami, evento storico non solo per la location ma anche per ciò che è accaduto sul ghiaccio. Il 2 gennaio, i New York Rangers hanno travolto i Florida Panthers con il punteggio di 5‑1 grazie a una prestazione destinata ai libri di storia: Mika Zibanejad ha firmato la prima tripletta nella storia del Winter Classic e un record assoluto di cinque punti in una partita outdoor. Con questo successo, i Rangers hanno mantenuto la loro imbattibilità nelle gare all’aperto, salendo a 6‑0‑0, primato assoluto nella National Hockey League.
Il trio Zibanejad‑Panarin‑Lafrenière ha dominato la scena: Panarin ha aggiunto due gol e un assist, mentre Lafrenière ha registrato tre assist primari, contribuendo a un totale di 13 punti prodotti dalla prima linea dei Rangers. Una vittoria che ha dato slancio alla squadra nella corsa playoff della Eastern Conference.
Nel resto della lega, il nuovo anno si è aperto con partite ad alto punteggio e record individuali. Il 1° gennaio i Montreal Canadiens ha superato Carolina in una sfida da 12 gol complessivi, raggiungendo quota 50 punti in sole 40 partite, miglior risultato dal 2016‑17. Nick Suzuki ha toccato i 45 punti stagionali, cifra mai raggiunta da un giocatore dei Canadiens a questo punto della stagione dagli anni di Saku Koivu.
Il 13 gennaio, Connor McDavid ha celebrato il compleanno con un’altra prestazione storica, proseguendo una striscia di punti che lo mantiene in vetta alla classifica marcatori della lega. Nella stessa notte, a Winnipeg è stato registrato un nuovo traguardo personale per un giocatore dei Jets, mentre a Salt Lake City i Toronto Maple Leafs hanno visto interrompersi una serie positiva di dieci partite.
Le big continuano a dettare il ritmo: Colorado e Boston restano tra le squadre più solide, mentre i Panthers — campioni in carica — cercano di ritrovare continuità dopo la sconfitta nel Winter Classic. Intanto i Rangers, rinvigoriti dal successo di Miami, puntano a trasformare l’energia dell’evento outdoor in un nuovo slancio per la seconda metà di stagione.

Ecuador: maxi‑operazione militare contro i cartelli della droga, 10mila soldati schierati

Foto tratta dal quotidiano "El Comercio"
L’Ecuador prova a reagire all’ondata di violenza che negli ultimi anni ha trasformato il Paese nel nuovo epicentro del narcotraffico latinoamericano.
Venerdì il governo del presidente Daniel Noboa ha annunciato il dispiegamento di 10mila soldati in una vasta operazione contro le bande legate ai cartelli messicani e colombiani, ritenute responsabili dell’escalation criminale che ha colpito il territorio.
La posizione geografica, tra Colombia e Perù — i due maggiori produttori mondiali di cocaina — ha reso l’Ecuador il principale porto di uscita della droga verso Stati Uniti ed Europa. Una vulnerabilità che si è tradotta in un drammatico aumento degli omicidi: nel 2025 il Paese ha registrato un tasso di 52 uccisioni ogni 100.000 abitanti, uno all’ora secondo l’Osservatorio della Criminalità Organizzata.
Il governo ha scelto una risposta muscolare. A Guayaquil, città portuale e snodo cruciale del traffico, sono arrivati centinaia di militari delle forze speciali incaricati di mettere in sicurezza la costa.
Il ministro della Difesa, Gian Carlo Loffredo, ha ordinato al comando militare di operare da lì “a tempo indeterminato”. Altri reparti sono stati inviati a Manta, principale porto peschereccio e altro hub strategico.
L’intervento si inserisce in una cooperazione crescente con Washington: già a dicembre gli Stati Uniti avevano annunciato l’invio di truppe per un’“operazione temporanea” anti‑droga. Il ministero della Difesa ecuadoriano ha adottato toni durissimi, promettendo “prigione o inferno per chiunque metta in pericolo la sicurezza”. Un messaggio che riflette la gravità della crisi e la volontà del governo di riconquistare il controllo del territorio.

Minneapolis: sindaco e governatore dello Stato sotto indagine per intralcio alle operazioni anti‑immigrazione

L'apertura del sito di Fox News
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono finiti al centro di un’indagine federale per presunto intralcio alle attività di contrasto all’immigrazione irregolare.
A riportarlo sono il Washington Post e Fox News, citando fonti informate secondo cui entrambi i leader democratici avrebbero ricevuto mandati di comparizione dal Dipartimento di Giustizia.
L’inchiesta arriva in un clima politico già incandescente, segnato dalla morte di Renee Nicole Good, 37 anni, uccisa il 7 gennaio da un agente federale durante un’operazione dell’ICE a Minneapolis. L’episodio ha scatenato proteste e accuse incrociate tra autorità locali e governo federale.
Frey ha definito l’indagine «un tentativo di intimidazione», sostenendo che l’amministrazione stia colpendo chi critica la gestione delle operazioni ICE. Walz ha rincarato la dose, accusando la Casa Bianca di «strumentalizzare il sistema giudiziario contro gli oppositori», citando altri esponenti democratici recentemente finiti sotto esame. Entrambi lamentano inoltre di essere stati esclusi dalle indagini sulla morte di Good, sollevando dubbi sulla trasparenza delle autorità federali.
Dall’altra parte, il vice procuratore generale Todd Blanche ha dichiarato che la retorica anti‑ICE dei due leader «si avvicina pericolosamente a un reato federale», soprattutto dopo gli appelli di Walz a filmare gli agenti e creare un “database delle atrocità”.
La Casa Bianca accusa Walz e Frey di aver «incitato ostilità contro agenti che stanno solo facendo il loro lavoro». Il presidente Donald Trump ha minacciato di ricorrere all’Insurrection Act — norma che consente l’impiego dell’esercito per ristabilire l’ordine — qualora continuassero «attacchi e intimidazioni» contro gli agenti federali. Una misura estrema, non utilizzata dal 1992, che segnala quanto lo scontro istituzionale sia ormai arrivato a un punto critico.

domenica 11 gennaio 2026

Iran in fiamme, verso la fine dell’Ayatollocrazia

foto tratta dal "Daily Telegraph"
L'Iran vive la pena del contrappasso. Dopo che fu la piazza e i giovani a deporre lo scià Reza Pahlavi, distruggendo un sistema di vita sostanzialmente occidentale, uccidendone la femminilità (da più parti si sostiene come le donne persiane siano fra le più belle del mondo), ora i nipoti di quegli stessi giovani vogliono dire basta a quel canceroso sistema islamico che ha portato la Persia (come amano definirla i suoi abitanti) a vivere una dittatura teocratica feroce come poche altre al mondo.
Le piazze iraniane ribollono di una rabbia che non vuole più essere contenuta. Tra barricate improvvisate e cori che invocano la fine del potere assoluto della Guida Suprema, il popolo sfida un sistema che da decenni soffoca ogni libertà. Le proteste, ormai estese e determinate, non sono più semplici manifestazioni: rappresentano un atto d’accusa frontale contro un regime che ha trasformato la religione in strumento di dominio e paura.
La risposta delle autorità conferma la natura del sistema: minacce di impiccagione, definizioni dei manifestanti come “nemici di Dio”, pasdaran mobilitati come in tempo di guerra. È il volto autentico della Repubblica islamica, un apparato che usa la fede come scudo per giustificare repressione, censura e violenza. Il blackout di internet, gli ospedali al collasso, i morti e gli arresti di massa mostrano un potere che teme il proprio popolo più di qualsiasi nemico esterno.
Nonostante ciò, la mobilitazione cresce. Le voci che filtrano da Teheran, Shiraz e Tabriz raccontano di una società stanca di essere governata da un’élite religiosa che pretende obbedienza assoluta e punisce il dissenso come sacrilegio.
Le accuse del regime — secondo cui le proteste sarebbero “manovrate dall’estero” (il che, peraltro, potrebbe anche essere possibile) — rivelano la fragilità di un sistema incapace di riconoscere la legittimità della sofferenza e delle richieste dei suoi cittadini.
Le tensioni internazionali aumentano, ma al centro resta un fatto: milioni di iraniani chiedono la fine di un modello politico che ha trasformato la spiritualità in repressione e la legge in strumento di intimidazione. Gli appelli allo sciopero generale e alla disobbedienza civile mostrano un popolo che non vuole più vivere sotto un’autorità che si proclama divina per sottrarsi al giudizio umano.
I prossimi giorni saranno decisivi. Se il regime sceglierà la strada del sangue, confermerà ancora una volta la natura autoritaria e teocratica che i manifestanti denunciano. Ma se la protesta continuerà a crescere, potrebbe aprirsi una crepa irreversibile in un sistema che da troppo tempo governa attraverso paura, dogma e violenza.

sabato 10 gennaio 2026

Milano: Arena Santa Giulia, cronaca di un disastro annunciato

L'Arena nel giorno di Caldaro-Varese (foto Dario Rigamonti)
Manca ormai meno di un mese alle Olimpiadi invernali che si svolgeranno a Milano e a Cortina. In particolare, i fari del mondo saranno puntati sul torneo di hockey ghiaccio maschile, che sarà disputato, presenti i più forti discatori della terra, nell'Arena Santa Giulia.
I Giochi sono stati assegnati all'Italia nell'ormai lontano 2019. Bene, il palazzetto del ghiaccio che, peraltro, a fine Olimpiadi non sarà più nemmeno tale, ma un semplice impianto per 'qualcosa-bene-non-si-sa-cosa', è ben al di là dall'essere terminato.
Una vera e propria cattedrale nel deserto, si presenta all'incauto ospite come una struttura anche bella ma ancora incompleta, in mezzo a gru, macchinari vari, terra, zone ancora incompiute e altre palesemente da terminare.
Spalti deserti malgrado i prezzi stracciati, freddo spietato all'interno della struttura, auspicando che, nel giro di pochi giorni, il problema venga aggirato (sempre che ce lo ci sia posto), un cantiere venduto per pallazzetto fiammante, truffa ideologica. 
A rendere il tutto più tragicomico, durante il 'test event' dell'hockey, andato in scena in queste ore, l'interruzione di qualche minuto durante la disputa della partita Caldaro-Varese (valida per la Coppa Italia) a causa di un buco nel ghiaccio. I giocatori, al termine della gara, hanno spiegato ai cronisti che una situazione del genere sarebbe "normale" sulle piste che hanno un ghiaccio "nuovo" e che il buco era "piuttosto piccolo".
Vogliamo crederci. Restano i dubbi sollevati dall'NHL, che invierà i suoi giocatori migliori durante lo svolgersi dell'evento, e l'imbarazzo di una struttura la cui costruzione sarebbe dovuta essere già pronta molto più di un anno fa. Oggi qualcuno gonfia il petto e si dice pronto all'ennesimo "miracolo", ma sarebbe più opportuno parlare di 'vergogna'.

Altre immagini esterne e interne all'Arena Santa Giulia raccolte in occasione del prepartita di Caldaro-Varese:

    

    

Ed ecco un video postato su Youtube dal popolare giornalista americano Brodie Matthew Brazil, vincitore di 13 Regional Emmy Awards, che evidenzia le lacune gravissime dell'Arena italiana. 

giovedì 8 gennaio 2026

Ungheria, il manifesto che spiazza l'opposizione filoeuropeista

Immagine da Facebook
Il nuovo manifesto elettorale di Fidesz, diffuso in vista delle elezioni ungheresi di aprile, ha suscitato forte attenzione per la sua iconografia provocatoria. L’immagine raffigura Ursula von der Leyen, il leader dell’opposizione interna filo‑UE, Péter Magyar, e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky mentre gettano mazzette di banconote in un gabinetto d’oro. La didascalia recita: “Loro aumentano le tasse e spendono i tuoi soldi per i gabinetti d’oro ucraini”.
Il messaggio si inserisce nella linea comunicativa che Fidesz utilizza da anni, basata su contrapposizioni nette e sull’idea di una minaccia esterna ai danni dell’Ungheria. Viktor Orbán ha definito Magyar “una marionetta dell'UE e dell’Ucraina”, accusandolo di voler trascinare il Paese nel conflitto e di sostenere ulteriori finanziamenti a Kiev.
Per comprendere il contesto di questo manifesto, è utile ripercorrere l’evoluzione politica dell’Ungheria. Dopo la fine del regime comunista nel 1989, il Paese ha attraversato una fase di intensa competizione multipartitica. Fidesz nasce nel 1988 come movimento giovanile liberale, ma nel corso degli anni ’90 si sposta progressivamente verso posizioni conservatrici. La svolta arriva nel 1998, quando Orbán diventa per la prima volta Primo Ministro. Dopo la sconfitta del 2002, il partito riorganizza la propria strategia, puntando su un messaggio identitario e su una forte critica alle istituzioni europee.
Il ritorno al potere nel 2010 segna un momento decisivo: Fidesz ottiene una maggioranza parlamentare qualificata che gli permette di riformare la Costituzione e ridefinire il sistema politico. Da allora, il partito ha vinto consecutivamente le elezioni del 2014, 2018 e 2022, consolidando una delle leadership più longeve dell’Europa contemporanea. Le campagne elettorali di questi anni hanno spesso fatto ricorso a manifesti e slogan fortemente polarizzanti, incentrati su temi come l’immigrazione, la sovranità nazionale e il rapporto con Bruxelles.
Il manifesto attuale si colloca dunque in una tradizione comunicativa ormai consolidata, che mira a mobilitare l’elettorato attraverso immagini forti e narrative di contrapposizione. In un clima politico segnato dall’emergere di nuove figure contrastate come Magyar e da un contesto internazionale instabile, Fidesz punta ancora una volta a presentarsi come garante della sicurezza e della continuità, mentre dipinge gli avversari come portatori di rischi per il futuro del Paese.

lunedì 5 gennaio 2026

Caracciolo a Sky TG24: "Venezuela, un Paese diviso etnicamente"

Lucio Caracciolo
, direttore della rivista di politica internazionale "Limes", ha parlato del blitz americano in Venezuela, in una intervista telefonica rilasciata a "SkyTG24": "Gli occhi oggi vanno puntati su chi sarà il successore di Maduro. Oggi c'è la signora Rodriguez chiamata alla presidenza provvisoria, ma è in corso da tempo una trattativa fra il segretario di Stato americano, Rubio, ed elementi del governo. Gli americani vogliono mettere le mani sulle risorse minerarie del Venezuela anche per non farle andare alla Cina".
Sull'attuale reggenza del governo di Caracas: "La signora Delcy ha peso posizioni non chiarissime, in parte proclamando che il presidente del Venezuela è ancora Maduro, ma dall'altra cercando un qualche grado di compromesso con gli americani, che però hanno appreso la lezione dell'Irak, ovvero devono trovare dei collaboratori locali, che sono quelli che hanno il potere non solo politico ma anche militare, cioè la giunta prima chavista e ora madurista".
Sulle possibili giustificazioni del blitz: "Se la mettiamo sul piano del diritto internazionale, di cui ognuno fa l'uso che vuole, non ne usciamo più, in cui si autolegittima l'America ad andare in un altro Paese e prenderne il capo accusandolo di essere un narcotrafficante e un dittatore. Il punto è che in questo momento il potere è in mano a chi controlla le forze armate e di sicurezza, che è ancora quello madurista, chavista e antiamericano, che si richiama a Bolivar e ha forti legami con Cuba, la Cina e la Russia. Il segnale che Trump ha voluto lanciare è che non si tollera la presenza di potenze straniere nell'emisfero cosiddetto occidentale, dalla Groenlandia fino alla Terra del Fuoco".
Infine una nota sullo stato in cui versa il Paese sudamericano: "Il Venezuela di oggi non è quello di 50 anni fa, quando era chiamato Venezuela Saudita, oggi ha una produzione di barili minima, un milione al giorno, oggi è un Paese diviso anche etnicamente. Possiamo dire che la quasi totalità della popolazione latina, ispanica e italiana, è all'opposizione, mentre gli indigeni sono con il governo o comunque collegati a esso".

I nomi degli italiani: Sofia e Leonardo guidano secondo la Treccani

Secondo gli ultimi dati Istat del 2025, analizzati dal linguista Enzo Caffarelli per il portale Treccani, la scelta dei nomi in Italia racconta molto più di una semplice preferenza: riflette mode culturali, richiami letterari, suggestioni mitologiche e persino cicli storici.
Fra le bambine, Sofia domina incontrastata. Il nome, dal greco “sapienza”, è ormai un fenomeno globale: nelle sue varianti Sophia e Sophie è il più diffuso in Europa e negli Stati Uniti. Subito dopo si colloca Aurora, trainata dalla forza simbolica dell’alba, dalla tradizione mitologica latina e da un immaginario fiabesco che va da Perrault a Disney. Completa il podio Ginevra, figura centrale nelle leggende arturiane.
A perdere terreno è invece Giulia, regina fino al 2012, ora superata anche da Vittoria. Seguono nomi dal forte peso letterario o storico come Beatrice, Ludovica, Matilde, Alice ed Emma. Chiudono la 'top 15' Camilla, Anna, Bianca, Greta e Azzurra, mentre sorprende l’uscita di Maria dai primi cinquanta dopo due secoli e mezzo di primato.
Caffarelli sottolinea come molti nomi seguano cicli ricorrenti: diventano popolari, poi si eclissano quando troppo legati a una generazione, per riemergere decenni dopo. È il caso di Rosa, Ortensia e Gardenia, oggi quasi testimonianze del Novecento.
Sul fronte maschile, Leonardo resta il preferito, seguito da Edoardo e Tommaso. L’ascesa di nomi epici come Enea, Ascanio, Ettore e Achille segnala un ritorno all’immaginario classico, mentre cresce anche la diffusione dei nomi di origine ebraica, da Elia a Gabriele, Samuele e Daniele. In forte aumento Noah, spinto dalla variante anglofona che lo distingue dal tradizionale Noè.
Resistono infine i grandi classici del Novecento – Andrea, Giuseppe, Antonio, Pietro, Giovanni, Marco – soprattutto nel Meridione e nei piccoli centri. Una prova che, accanto alle mode globali, l’identità culturale italiana continua a lasciare il segno anche nella scelta del nome.

Dal blitz in Venezuela al rimbecillimento globale: anatomia di una manipolazione

foto di David Matos per Unsplash
Ogni giorno, purtroppo, abbiamo la conferma di come il QI dell'uomo moderno stia subendo un crollo verticale. Si chiama 'effetto Flynn inverso', un tracollo mostrato da studi che ormai si susseguono dagli anni '70. Le cause sono molteplici, ma è chiaro che alla base ci sia l'eccessivo uso della tecnologia digitale, la mancanza della lettura, l'impoverimento del linguaggio, ma anche una peggiore alimentazione e uno scarso esercizio fisico.
Un rimbecillimento (questa è la parola... francese) evidentemente voluto e studiato a tavolino da parte di chi vede nella massificazione dei cervelli lo strumento migliore per detenere e, soprattutto, mantenere il potere. Le vicende legate al Covid e alla guerra russo-ucraina solo lì a mostrarcelo.
Le reazioni al blitz americano in Venezuela ce lo conferma per l'ennesima volta. Ce lo esemplifica il web, dove gli 'utenti' possono scaricare a piacere i propri 'due minuti d'odio' di Orwelliana memoria per garantirsi un presunto posto nell'immaginario collettivo dell'idiozia.
Chi, come Elena Basile, cerca di ricondurre alla ragione attraverso la logica e l'intelligenza del pensiero, viene perfino sbeffeggiato, ridicolizzato, isolato.
Circola nel web una strana equazione, che pare esaltare gli 'haters' di Vladimir Putin: ovvero che lo stesso leader cui per diversi lustri l'Europa intera si è scappellata senza ritegno, e che sta conducendo in porto una guerra vittoriosa contro l'Ucraina (e il mondo occidentale al completo) stia rosicando e schiumando rabbia osservando il blitz americano a Caracas. Esaltando, senza rendersene conto, quello stesso Donald Trump che aveva fatto trangugiare bile a costoro, dopo avere letteralmente preso a schiaffi il loro idolo, l'eroico camerata Volodymyr Zelensky. Ma tant'è, per chi è abituato a scriversi la storia da solo, o a impararla a memoria sotto dettatura, vale tutto.
Non conta che l'Ucraina sia sostenuta militarmente senza ritegno da un Occidente prono ai voleri degli estremisti americani; così come non conta che, mentre la Russia si è posta come obiettivo quella di conquistare/liberare un vasto lembo di terra fortificato e armato a tutto punto, gli Stati Uniti abbiano compiuto un blitz notturno per rapire una coppia di anziani giunti al limite della pensione, compiendo peraltro una strage (via via che passa il tempo, l'operazione diventa alquanto meno chirurgica). Al riguardo, il gruppo di 'peones' militari venezuelani apparso in televisionepareva più un'armata Brancaleone assimilabile all'esercito di Paperopoli. Vorremmo vedere la Delta Force districarsi con la stessa facilità nella foresta venezuelana, patria dei veri 'narcos'. Si può immaginare che le cose non sarebbero andate nello stesso modo.
Senza contare che l'obiettivo degli Stati Uniti non sono certamente i 'narcos'. Senza aggiungere le innumerevoli violazioni del diritto internazionale compiute dal '7° Cavalleggeri' d'oggidì, regole scritte sulla sabbia, certo, ma il ricordarle dovrebbe risvegliare un minimo di dignità nell'ascoltatore più attento. L''effetto Flynn inverso' ha però ormai aperto solchi insanabili nei cervelli ridotti a poltiglia del giorno d'oggi. Fermarsi a pensare è troppo difficile. Meglio prendere un telefonino e farsi un 'selfie'...

Medvedev accusa gli Stati Uniti: “Aggressione contro il Venezuela violazione del diritto internazionale”

Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha definito le recenti azioni degli Stati Uniti in Venezuela – compreso il sequestro del leader Nicolás Maduro – come un atto di aggressione e una grave violazione del diritto internazionale. Secondo il dirigente russo, dopo un’operazione di tale portata Washington avrebbe perso ogni legittimità nel criticare Mosca per le sue iniziative sulla scena globale.
Medvedev ha ricordato come Maduro avesse più volte denunciato l’obiettivo reale dell’amministrazione statunitense: impossessarsi delle risorse petrolifere e minerarie del Paese sudamericano. A suo avviso, il presidente statunitense non avrebbe mai nascosto tali intenzioni, mantenendo una linea coerente nella difesa degli interessi nazionali, sia politici – con l’America Latina considerata “cortile di casa” – sia economici, legati al controllo delle materie prime.
Il politico russo ha poi criticato duramente la reazione europea, definendola un esempio evidente di doppi standard. I dubbi sollevati da diversi Paesi dell’UE sulla legittimità di Maduro, secondo Medvedev, non avrebbero alcun fondamento. In questo contesto, ha lanciato anche un monito al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sostenendo che, con il mandato ormai scaduto, potrebbe essere rimosso dal potere “molto presto”.
Sul piano internazionale, Medvedev ha denunciato l’inefficacia degli attuali meccanismi delle Nazioni Unite, incapaci – a suo giudizio – di prevenire o gestire situazioni come quella venezuelana. Ha sottolineato la necessità di strumenti realmente operativi, in grado di garantire sicurezza e stabilità a livello globale, lamentando come molti principi fondamentali dell’ONU siano rimasti “buone intenzioni” prive di applicazione concreta.
Infine, ha evidenziato le possibili conseguenze dell’operazione statunitense: nessun Paese malvisto da Washington potrebbe sentirsi al sicuro, citando in particolare la Danimarca e la Groenlandia. L’arresto di Maduro, ha aggiunto, alimenterà ulteriormente il risentimento dell’America Latina verso gli Stati Uniti. E non ha escluso che uno scenario simile possa ripetersi in Ucraina. (fonte: TASS)

Un giorno di notizie: Maduro in carcere a Brooklyn, rientrano le salme delle vittime di Crans Montana

La prima pagina del "Corriere" con la notizia su Maduro 
La scena internazionale è scossa dal clamoroso blitz degli Stati Uniti che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie, trasferiti in un carcere federale a Brooklyn. Washington ha riconosciuto Delcy Rodríguez come guida ad interim del Venezuela, mentre l’esercito del Paese sembra allinearsi alla nuova leadership. Il presidente Trump, però, avverte che “rischierà se non farà la cosa giusta”, lasciando presagire una fase ancora instabile. Intanto l’ombra americana si allunga anche sull’Artico: la Groenlandia, territorio danese, torna al centro delle mire strategiche di Washington.
Sul fronte orientale, l’Ucraina lancia trenta droni su Mosca, tutti abbattuti, mentre l’ex presidente russo Medvedev avverte Zelensky evocando il destino di Maduro.
Dall’estero all’Italia, dove resta forte l’eco della tragedia di Crans-Montana: identificate le sei giovani vittime italiane del rogo di Capodanno, con il rientro di cinque salme previsto per oggi. A Milano sono ancora ricoverati undici pazienti, sette in condizioni serie.
La cronaca interna racconta altre ferite. A Bari due ragazzi di 17 e 18 anni hanno perso la vita provando una moto su una strada chiusa al traffico; un terzo giovane è rimasto ferito. Sempre nel capoluogo pugliese si registra una nuova rissa tra giovanissimi in piazza Risorgimento, mentre i pronto soccorso sono messi a dura prova dall’ondata influenzale: il direttore sanitario del Policlinico invita i medici di base a un maggiore supporto.
A Catania un uomo di 59 anni è indagato dopo un video che lo ritrae mentre picchia il figlio di dieci anni, con accuse estese anche alle tre figlie.
In mezzo a tante tensioni, Turi piange il cane Bobo, randagio amato da tutti e investito da un’auto. E mentre l’Epifania porta in viaggio oltre cinque milioni di italiani, lo sport regala un sorriso ai tifosi nerazzurri: l’Inter supera 3-1 il Bologna e torna in vetta alla classifica.

domenica 4 gennaio 2026

L'islamocomunismo, simbolo della decadenza occidentale

Immagine tratta da "Il Primato Nazionale"
Per anni il comunismo europeo ha vissuto di rendita, convinto che bastasse evocare la “lotta di classe” per mantenere un’identità. Oggi quella retorica appare come un guscio vuoto: l’ideologia che pretendeva di guidare il popolo ha perso il popolo, e con esso la capacità di proporre un progetto coerente. Il suo elettorato storico si è dissolto, la classe operaia ha cambiato bandiera e la Sinistra radicale si ritrova senza radici e senza bussola.
Non è un caso che, quando ancora esisteva un terreno comune con il cattolicesimo sociale – giustizia, equità, tutela dei più fragili – il comunismo riuscisse a sopravvivere. Quell’alleanza, il vecchio 'cattocomunismo', era un compromesso ideologico che funzionava perché poggiava su temi condivisi. Una volta esauriti quei contenuti, la Sinistra post‑comunista ha iniziato a vagare alla ricerca di nuove cause da brandire.
È così che, smarrita la dimensione sociale, si è rifugiata nelle battaglie identitarie: diritti civili, rivendicazioni culturali, bandiere arcobaleno trasformate in sostituti della politica. Non per convinzione profonda, ma per necessità aritmetica: servivano nuovi segmenti elettorali da mobilitare. E quando anche questo non è bastato, si è aperto un nuovo fronte, quello dell’allargamento verso mondi culturalmente lontani, nella speranza di costruire un nuovo blocco sociale capace di riportare la Sinistra al potere.
Il risultato è una miscela ideologica fragile, un tentativo di sostituire il vecchio cattocomunismo con un nuovo asse costruito più sulla convenienza che sulla coerenza. Una strategia rischiosa: non solo perché rinuncia definitivamente alle sue radici popolari, ma perché delega la propria identità a gruppi e istanze che non condividono necessariamente i valori democratici che la Sinistra dice di voler difendere.
In questo quadro, l'Islam diventa la nuova frontiera del comunismo: allearsi con chiunque, basti per sopravvivere, senza rendersi conto di stare per consegnarsi al nemico storico dell'Occidente, quella religione di Allah il cui obiettivo numero uno è la conquista, delle menti e dei corpi degli infedeli, cattolici o comunisti non importa. Ma per chi il potere vale solo 'hic et nunc' questo non conta, il futuro è 'un buco nero in fondo al tram', per citare Enzo Jannacci, conta solo ammantare di falsi buoni propositi idee pseudo egualitarie di accoglienza, cariche di nuovi voti, ma anche di inconsapevole invasione e stravolgimento della vecchia Europa, una carica distruttiva già ampiamente sotto gli occhi di tutti.

sabato 3 gennaio 2026

Repubblica Ceca in salsa anti-ucraina: "Basta soldi a Kiev, la Russia non può essere sconfitta"

Andrej Babiš sulle pagine di Denik
In un’Europa spesso trascinata verso un’unica narrativa sulla guerra, si sta consolidando un fronte di leader che rivendica il diritto di sottrarsi alla logica dell’escalation. Non è disimpegno, ma una scelta politica precisa: riportare al centro la tutela dei cittadini e la ricerca di una via diplomatica. Una posizione che, pur contestata dai governi più europeisti e filoglobalisti, sta guadagnando terreno.
Tra i protagonisti di questa svolta si distingue il primo ministro ceco Andrej Babiš, figura atipica e pragmatica, capace di rompere gli schemi della politica tradizionale. In un’intervista alla testata "Deník", Babiš ha dichiarato senza esitazioni che «non possiamo più dare all’Ucraina soldi del bilancio ceco perché non abbiamo nemmeno abbastanza per i cuochi delle nostre scuole o i badanti». Una frase che sintetizza la sua linea: prima i bisogni interni, poi le avventure militari. E ancora: «Se qualcuno sostiene che la Russia possa essere sconfitta, gli esperti dicono che non è possibile», un richiamo diretto al realismo strategico che molti leader europei evitano di pronunciare apertamente. Persino sul contratto per l’acquisto dei caccia F‑35, Babiš ha mantenuto una posizione prudente: «Esaminerò il contratto, devo valutarlo, non l’ho ancora letto… informerò i nostri partner di coalizione se cercheremo di modificarlo o cambiarlo».
Una postura che trova eco in Ungheria, dove Viktor Orbán continua a opporsi all’invio di armi e a chiedere negoziati immediati, e in Slovacchia, dove Robert Fico ha ribadito che il Paese non fornirà più armamenti e che la priorità resta la sicurezza interna. Tre leader diversi, ma accomunati dalla convinzione che l’Europa debba evitare di trasformarsi in un attore bellico.
Il loro messaggio, spesso liquidato come “dissenso”, rappresenta invece una voce crescente: quella di chi rifiuta l’idea che la pace possa essere raggiunta solo attraverso l’escalation. In un continente che rischia di farsi trascinare dagli eventi, la scelta della neutralità attiva appare sempre più come un atto di responsabilità politica.

venerdì 2 gennaio 2026

NHL: Ottawa vince il derby delle Capitali, per Montreal e Toronto vittorie folli

foto profilo Facebook degli Ottawa Senators
Il nuovo anno dell’NHL si apre con una serie di partite che non hanno deluso le aspettative: gol a raffica, rimonte inattese e prestazioni individuali da prima pagina hanno caratterizzato il 1° gennaio 2026. Una giornata che, pur senza la tradizionale Winter Classic — spostata al 2 gennaio per evitare sovrapposizioni televisive — ha offerto un menù ricchissimo per gli appassionati.
Nel 'derby delle Capitali' clamorosa rimonta degli Ottawa Senators che, sotto di due reti, alla fine hanno superato i Washington Capitals con il punteggio di 4-3 e gol decisivo con una 'bomba' sotto rete dello svedese Zetterlund.
La sfida più spettacolare è andata in scena a Raleigh, dove i Montreal Canadiens hanno superato i Carolina Hurricanes con il punteggio di 7-5 al termine di una partita folle, segnata da continui ribaltamenti di fronte. Montreal, sotto di due reti, ha costruito la rimonta grazie alle giocate di Cole Caufield e Josh Anderson, capaci di segnare due gol in 23 secondi e ribaltare l’inerzia del match. Carolina ha risposto con un Sebastian Aho da cinque punti, ma non è bastato: i Canadiens hanno allungato la loro striscia positiva e confermato una crescita evidente.
A Seattle, invece, i Kraken hanno aperto il 2026 con un successo convincente: 4-1 sui Nashville Predators, frutto di un primo periodo devastante. Matty Beniers ha firmato una doppietta nei primi dieci minuti, indirizzando subito la gara e confermando il suo ruolo centrale nel progetto tecnico di Seattle. Nashville ha provato a rientrare con il gol di Roman Josi, ma la solidità difensiva dei Kraken e un Grubauer in serata hanno chiuso ogni spiraglio.
La giornata ha offerto anche un ricco programma di sfide in tutta la lega, con i tifosi canadesi particolarmente attesi per il match tra Toronto Maple Leafs e Winnipeg Jets, un classico nazionale carico di significati e rivalità, programmato in prima serata e terminato 6-5 per la squadra dell'Ontario, che a metà gara ha cambiato 'goalie' ed era sotto di due reti. Intanto, la 'schedule' ufficiale ha visto in campo anche NY Islanders, Mammoth e molte altre squadre impegnate nel tradizionale turno festivo.
Il 2026 dell’NHL parte dunque con un messaggio chiaro: equilibrio, spettacolo e una corsa playoff che si preannuncia più incerta che mai. 

Cagliari-Milan 0-1: Leao si riprende i rossoneri, i rossoneri si riprendono la vetta

La gioia a fine gara (foto sito AC Milan)
Il Milan ricomincia il 2026 con una vittoria pesante, di quelle che non brillano ma che contano.
A Cagliari basta un lampo di Rafael Leao per l'1-0 finale, nonostante una condizione tutt’altro che ideale, per piegare i rossoblù e riportare i rossoneri in cima alla classifica. È l’ennesima vittoria “di corto muso” per Massimiliano Allegri, che proprio in Sardegna aveva mosso i primi passi in Serie A: un successo pragmatico, costruito più sulla solidità che sullo spettacolo.
La partita non è stata semplice. Il Cagliari ha concesso pochissimo, difendendo spesso con cinque uomini e provando a colpire in ripartenza. Nei primi minuti i sardi hanno persino spaventato il Milan, approfittando delle difficoltà di Estupiñan e di un avvio rossonero confuso. Ma, superata la tempesta iniziale, la squadra di Allegri ha ritrovato equilibrio, pur senza riuscire a rendersi realmente pericolosa: il primo tempo si è chiuso senza tiri nello specchio e con l’unico brivido di un contatto in area su Loftus-Cheek, poi annullato da un fuorigioco di partenza.
La svolta arriva al 5’ della ripresa. Fofana inventa una verticalizzazione che fino a quel momento nessuno aveva trovato, Rabiot rifinisce dalla destra e Leao, fermo, quasi immobile per non stressare l’adduttore infiammato, controlla di destro e calcia di sinistro. Un gesto tecnico semplice e devastante, troppo potente per Caprile. È il settimo gol stagionale del portoghese, il settimo della sua carriera contro il Cagliari: una statistica che racconta bene il suo peso nelle sfide in Sardegna.
Da lì in avanti il Milan gestisce. Allegri inserisce Füllkrug, poi Pulisic e Gabbia per blindare il risultato. Il Cagliari prova a cambiare assetto, manda dentro Pavoletti e Borrelli, ma non riesce mai a tirare in porta. Anzi, nel finale sono i rossoneri ad andare vicini al raddoppio: prima con Pulisic, poi con una punizione di Modric che Caprile devia con un colpo di reni.
La difesa, per la seconda gara consecutiva, non concede nulla. E i numeri sorridono: il Milan è imbattuto in trasferta e ha vinto 11 delle prime 18 partite, un ritmo che nella sua storia ha sempre portato almeno al quarto posto. Ora resta da vedere cosa faranno Inter e Napoli, ma intanto Allegri può godersi una squadra concreta, matura, capace di vincere anche quando non incanta. E soprattutto può godersi Leao: poco brillante, poco mobile, ma decisivo. In fondo, per restare in vetta, spesso basta questo.

Milano Cortina 2026: Laura Pausini superospite della Cerimonia di Apertura

Laura Pausini (foto profilo Facebook)
La Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 avrà una protagonista d’eccezione: Laura Pausini, una delle voci italiane più amate e riconosciute al mondo.
La Fondazione Milano Cortina 2026 ha annunciato la sua presenza sul palco di San Siro il 6 febbraio, sottolineando come la cantante incarni perfettamente il tema dell’“Armonia”, filo conduttore dell’intero evento.
Nata a Faenza nel 1974 e cresciuta a Solarolo, Pausini ha iniziato la sua carriera nel 1993 vincendo il Festival di Sanremo tra le Nuove Proposte con La solitudine, brano che l’ha lanciata in una parabola internazionale senza precedenti per un’artista italiana. Da allora ha pubblicato album in più lingue, venduto oltre 70 milioni di dischi e conquistato una serie di riconoscimenti che nessun’altra cantante italiana può vantare: un Grammy Award, cinque Latin Grammy, un Golden Globe e una nomination agli Oscar per la canzone "Io sì/Seen".
Secondo la Fondazione, la sua partecipazione sarà “un’espressione autentica dell’italianità”, un momento pensato per unire pubblico italiano e internazionale attraverso una performance ad alto impatto emotivo. La sua musica, capace di attraversare generazioni e culture diverse, rappresenta infatti un ponte naturale tra tradizione e contemporaneità, tra radici romagnole e respiro globale.
La Pausini sarà protagonista di un segmento definito “fortemente iconico”, concepito per offrire un’emozione collettiva e spettacolare.
La Cerimonia, prodotta da Balich Wonder Studio, punta a diventare una delle più memorabili della storia olimpica, e la presenza di un’artista con una carriera trentennale, 226 dischi di platino e tournée mondiali in quattro continenti viene vista come un rinforzo al suo prestigio.

giovedì 1 gennaio 2026

Coppa Spengler 2025: il Davos torna sul trono con la 17ª vittoria

Immagine tratta dal sito ufficiale della Coppa Spengler
Il Davos si riprende la “sua” Coppa Spengler e lo fa al termine di una finale vibrante, chiusa sul 6-3 contro la sorprendente US Collegiate Selects, squadra rivelazione dell’edizione 2025. Il gol decisivo porta la firma di Filip Zadina, che a meno di cinque minuti dalla sirena ha spezzato un equilibrio durato oltre cinquanta minuti, aprendo la strada al trionfo grigionese nella 97ª edizione del torneo.
La selezione statunitense, arrivata in Svizzera con l’obiettivo di mettersi in mostra, ha confermato fin dal girone di non essere venuta a fare da comparsa. Dopo aver messo in difficoltà il Team Canada e aver vinto il proprio gruppo trascinata dal talento di Aiden Fink, la US Collegiate Selects ha superato in semifinale lo Sparta Praga, squadra che a sua volta aveva eliminato i canadesi con un netto 5-1 nei quarti.
In finale, gli americani hanno risposto colpo su colpo ai padroni di casa: Walsh, Fink e Musa hanno replicato ai vantaggi firmati da Asplund e dalla doppietta di Tambellini, mantenendo il punteggio in bilico fino al 55’21”. Lì, il lampo di Zadina ha cambiato tutto. Nel finale, con gli statunitensi sbilanciati alla ricerca del pari, il Davos ha allungato con Corvi e Stransky (a porta vuota), fissando un risultato più severo di quanto visto sul ghiaccio.
Per l’allenatore Josh Holden si tratta della seconda Spengler da coach dopo quella del 2023, cui si aggiunge il titolo vinto da giocatore nel 2012 con il Team Canada. Un successo costruito nonostante un calendario massacrante: cinque partite in cinque giorni, gestite con lucidità e rotazioni intelligenti.
Con questo trionfo, il Davos supera definitivamente il Team Canada nel numero di vittorie complessive e sale a 17 trofei, consolidando un primato che lo conferma cuore e simbolo della competizione.
Un torneo che anche nel 2025 ha offerto ritmo, talento e storie da ricordare, ma che alla fine ha riportato la coppa dove, per tradizione, sembra sempre destinata a tornare: tra le mani dei gialloblù grigionesi.

NHL: ultimo dell'anno, Stamkos firma il 600° gol da pro

foto dal profilo Facebook dei Predators
L’NHL ha salutato il 2025 con una serata ricca di gol, record e ribaltoni. A Calgary, i Flames hanno chiuso l’anno in grande stile battendo i Philadelphia Flyers per 5-1, trascinati da un Dustin Wolf in forma scintillante e da una squadra capace di dominare special team e ritmo partita. Per Calgary si tratta della quinta vittoria consecutiva, un segnale importante in vista del nuovo anno.
A Dallas, invece, i Buffalo Sabres hanno firmato l’impresa della notte superando i fortissimi Stars per 4-1 e centrando la decima vittoria consecutiva, eguagliando il record stagionale NHL. Protagonista assoluto Tage Thompson, autore di una doppietta e un assist, mentre Ukko-Pekka Luukkonen ha blindato la porta con 28 parate.
A Las Vegas, la serata è stata storica: Steven Stamkos ha segnato il suo 600° gol in carriera, diventando il 22° giocatore nella storia NHL a raggiungere il traguardo. Il suo Nashville ha poi completato l’opera battendo i Golden Knights 4-2, confermando un momento di forma brillante.
A Washington, i Capitals hanno superato i New York Rangers 6-3 grazie a una prestazione dominante nel terzo periodo, con Tom Wilson sugli scudi autore di due gol e un assist.
Infine, ad Anaheim, i Tampa Bay Lightning hanno avuto la meglio sui Ducks per 4-3 dopo un overtime combattuto, con Brayden Point decisivo nei momenti chiave.
L’NHL chiude così il 2025 con una serata spettacolare, tra record personali, strisce vincenti e partite che hanno già il sapore della corsa playoff.